domenica 12 ottobre 2014

Quando il malessere persiste

Quando al malessere interiore non si dà risposta matura, quando non si dà ascolto e fedele comprensione a ciò che il proprio sentire, che la propria esperienza intima propone e cerca di rendere tangibile e prioritario, quando non si dà assecondamento alla richiesta interiore, che proviene da parte profonda di se stessi, il malessere insiste e persiste. Se la proposta non è recepita, se non trova udienza e se non è fedelmente tradotta e intesa, se anzi è travisata, se si corre a metter pezze per non cambiare nulla, se, ritenendo che nel sentire disagevole ci sia il segno di una insufficienza o di un'incapacità di sentire nel modo giudicato valido e normale, ci si adopera per zittirlo, per eliminarlo come spazzatura o per correggerlo, cosa ci si può aspettare in simili condizioni  se non che il profondo mandi a dire che non si lascia mettere a tacere e manipolare, che la verità la vuole comunque rilanciare, che la spina nel fianco non la vuole togliere, perchè il cambiamento, di consapevolezza e di trasformazione in direzione di se stessi, è di vitale importanza che avvenga? L'inconscio fa persistere il malessere, insiste nel dare segnali d'urgenza e di messaggio non ricevuto. In questi casi facilmente si parlerà, con un'acutezza meritevole d'encomio, di ricadute, di patologia che volge alla cronicizzazione e di altre scempiaggini simili, travestite da sapere scientifico. Capita anche che ci sia chi, provando a fare un lavoro più serio su se stesso, casomai attraverso una psicoterapia, cerca, in verità più allo scopo di debellare il malessere che di ascoltarlo e di aprire a se stesso, qualche spiegazione, in apparenza verosimile e coerente, del perchè del malessere, indagando nella propria vita, particolarmente nel passato, alla ricerca di qualche causa, evento traumatico, condizionamento sfavorevole. Capita che questi a un certo punto dica di aver fatto, attraverso un simile lavoro, passi avanti, di aver capito, di conoscere finalmente le cause dell'ansia e di ciò che interiormente gli era penoso, fatto salvo però che, malgrado questo, continui a sentire incombente o presente quel disagio, che continui non solo a non entrare in sintonia col proprio intimo, col proprio sentire, ma a temerlo. L'affermazione più frequente in simili casi è che ora però si conosce il perchè e che comunque si è imparato a gestire meglio il proprio malessere, a tenerlo a bada. Insomma si è daccapo, il rapporto con parte vitale di sè, col proprio sentire non è mutato, ancora è segnato da lontananza, da fuga e da incomprensione sostanziale. Se si parla di gestione, che altro non è che controllo e contrapposizione, con l'utilizzo di accorgimenti, di commenti, di spiegazioni o di schemi interpretativi calati dall'alto e messi sopra al proprio sentire, significa che si insiste nella presa di distanza, che si permane nell'incapacità di incontro e di ascolto della propria interiorità, di unità con se stessi, di comprensione di parte di sè che dice, che vuol guidare e nutrire la consapevolezza, passo dopo passo, momento dopo momento. Finchè non c'è incontro vero e rispettoso con la propria interiorità, non trattata come meccanismo da spiegare, da regolare e da correggere dall'alto, ma come voce e proposta viva da ascoltare e da comprendere fedelmente, i segnali di urgenza, di malessere insistito permangono e permarranno. Ne va della propria sorte. La nostra vita è occasione unica per aprire gli occhi, non per chiuderli,  per dare "vita" a ciò che ci appartiene profondamente, non per metterci tranquilli in qualche modo, per accodarci al normale. L'inconscio è voce e anima di questo, non è un agitarsi confuso di capricciose istanze, di desideri ingenui e velleitari, non è un deposito di tracce oscure di ricordi molesti. Se non si impara a capire il proprio intimo e profondo, a rispettarlo, a condividerne la proposta, il malessere persisterà, unica voce matura, responsabile e sincera.

martedì 19 agosto 2014

Simbiosi con altro e fuga da se stessi

Il legame con tutto ciò che, esterno a sè, si presenta come un insieme strutturato e organizzato (la cosiddetta realtà), fruibile come supporto e veicolo d'esperienza, capace di offrire soluzione pronta per ogni necessità, di indicare modelli,  percorsi, tappe da seguire per dare risposta a ogni esigenza di soddisfazione ed espressione personale, di crescita e di autorealizzazione, è questione da tenere ben presente per capire la problematica del rapporto con se stessi, con tutto ciò che si propone nell'esperienza interiore. Ho più volte sottolineato nei miei scritti la pericolosità e l’insensatezza di opporre rifiuto preconcetto e di squalificare come insano e deleterio tutto ciò che da dentro se stessi, dal proprio profondo, si impone come disagio interiore. Il rifiuto è ripudio di una parte capace, creativa e intelligente di sè, la squalifica è bocciatura della propria interiorità, che nel sentire, pur doloroso e tormentato, in realtà dice, suggerisce, vuol far comprendere qualcosa di centrale e di decisivo di se stessi, vuole aprire e promuovere processi trasformativi e di crescita importanti, necessari e favorevoli. Ebbene, a spingere fortemente verso una simile intolleranza e fuga dal proprio sentire disagevole e sofferto, con un atteggiamento e con un modo di pensare che sentenzia, dandolo per scontato ed evidente, che si tratterebbe solo di disturbo, se non di malattia, che menoma e danneggia, è proprio il legame di dipendenza dall’esterno, da un insieme vissuto come fonte vitale, capace, in apparenza, di dare risposta pronta a tutto, di offrire essenza, contenuto e senso del vivere. Guai a perdere contatto e legame stretto con l‘esterno, a sentirsi in qualche misura tagliati fuori, ostacolati nel mantenere scambio e presenza nell’insieme dato, guai a limitare o compromettere il contatto con altri individui ritenuti decisivi e fondamentali, guai ad allentare il legame con la realtà esterna! Pare drammatica perdita di sé. Se da dentro se stessi la propria interiorità col malessere esercita una presa, questa viene vissuta prima di tutto come un preoccupante ostacolo o impedimento all’abbraccio col fuori, dove pare ci sia tutto. La presa forte dell’intimo che coinvolge e che trattiene,  certamente non è espressione di pericoloso cedimento, di guasto o di malattia, ma di decisa e incalzante sollecitazione del profondo all'avvicinamento e al dialogo con se stessi, perchè si esca dalla condizione di passiva adesione a modalità e a scelte di vita non comprese davvero, perchè prima di tutto le si guardi nell'intimo, per avviare scoperta e formazione di idea propria e autonoma attorno alla propria vita ( può rendersi indispensabile un aiuto per formare e per sviluppare questa capacità di rapporto con l'intima esperienza). Viceversa la presa interna di sensazioni difficili e impegnative appare subito come una disgrazia, come pericoloso motivo di ritardo rispetto alla corsa comune, come rischio di deriva e di caduta nell’abisso del niente. Simile visione del rapporto con la propria interiorità e dell’intimo legame con se stessi, se da un lato è conseguenza di abituale lontananza da sè e di non familiarità col dialogo interiore, di mancanza di fiducia nel rapporto con la propria interiorità e di ignoranza del significato dell'esperienza profonda, dall'altro è certamente alimentata, esasperata dall’angoscia di perdere la continuità del contatto e dello scambio con ciò che, esterno a sè, da troppo tempo è vissuto come il riferimento fondamentale, come l’habitat naturale, come l'alimento vitale unico e insostituibile. Il vincolo a se stessi, reso obbligato e stringente dal malessere interiore, è vissuto come rischio di uscita dal reale, come pericoloso fattore di isolamento e di privazione, quasi di sradicamento, senza speranza e senza promessa. E’ decisamente un paradosso. Andare verso se stessi è in realtà il primo, necessario movimento vitale, per congiungersi a sé, per trovare la propria "terra", per ritrovare fondamento e radici, per cominciare davvero a vedere con i propri occhi, a comprendere per intimo sentire, per orientarsi. Ben sostenuti da un profondo che dà e che dice, come mirabilmente il proprio inconscio sa fare con i sogni, oltre che col sentire (serve però un aiuto per comprendere e scoprire tutto questo), in questo incontro con la propria interiorità si potrebbe finalmente riconoscere se stessi, non per ciò che è riconoscibile dagli altri, non per ciò che può rendere adeguati o validi ai loro occhi, ma per ciò che si è davvero, per ciò che si prova, per ciò da cui si è mossi e che vive dentro sè. Andare verso se stessi significherebbe cominciare a ritrovarsi, uscendo dalla condizione di sconosciuti a se stessi, spesso impegnati  in un movimento ritenuto tanto normale quanto nella sostanza sterile e insensato, paghi solo di non esser da meno d’altri o fuori dai circuiti comuni d'esperienza. L'incontro con se stessi potrebbe avviare un percorso di presa di coscienza e di sviluppo di pensiero, che da semplici consumatori di una vita già pensata e fruibile nelle forme date, potrebbe rendere protagonisti e artefici di comprensione propria dei significati, di scoperta di ciò che per sè vale e del suo perchè, di progetto autonomo. Tutto va però formato e sviluppato, cosa che nella modalità solita di procedere, dove tutto è immediatamente fruibile e traducibile, è una sorta di novità incomprensibile, se non di anomalia. Per andar dietro, per sintonizzarsi col senso comune e con idee già in uso, per farsi condurre, confermare e dare, ci vuol solo spirito adattivo e gregario, non importa se in apparenza, camuffato o smentito da illusorio possesso di spirito critico e di autonomia, spesso solo di facciata e inconsistenti. Per formare visione e conoscenza proprie, per dare forma sentita, coerente con se stessi, alla propria vita, per generare il proprio, per farlo crescere, con soddisfazione nuova e profonda, serve ben altro, è necessario un lavoro, una ricerca personale, prima di tutto è necessario convergere verso se stessi, imparare ad ascoltarsi, a cercare nell'intimo del proprio sentire le guide per capirsi, per capire. Capita invece, succede frequentemente, che anzichè riconoscere nell'esperienza della stretta interiore, del malessere vivo, la possibilità e la necessità non rinviabile di incontro con se stessi, il richiamo a una verifica approfondita, anzichè proporsi come priorità l'ascolto e la comprensione di sè, si respinga  fermamente, si squalifichi disinvoltamente (prendendo per oro colato l'equazione: doloroso= sfavorevole e dannoso) ogni pungolo e richiamo che venga dall'interno, perchè difficile e sofferto, perchè discordante dalle attese e scomodo, a prendere contatto con se stessi, a iniziare a interrogarsi nel vivo, a ritrovarsi davvero. Ben connessi all'esterno e disconnessi da sè, in fuga, pur senza ammetterlo, da ogni tentativo di veder chiaro e puntuale, di capire davvero cosa si sta facendo, paghi di definizioni e di perché convenzionali, di spiegazioni arrangiate, anzi, in non pochi casi, con la clausola, benedetta da mentalità corrente, che saper vivere significa saper stare a mezz'aria (spensieratezza, leggerezza, non dar peso…), alla fin fine ci si adatta alla passività dell'andar dietro, alla provvisorietà, all’indecifrabilità del proprio essere, incuranti di sapere, compiaciuti di rinviare, di tener lontana la verifica, di sopire la preoccupazione di trovare il filo vero ed unitario del proprio procedere e fare. Quel che conta non è prendere davvero in mano la propria vita, scoprirne il volto vero attuale e quello invece possibile, profondamente concepito, desiderato, voluto, ma è non perdere contatto con altro, è non intralciare l'andar avanti tra una cosa e l'altra, dentro una cosa o l'altra, legati a questo o a quello. Nella condizione di simbiosi con altro da sè, in cui, scontatamente, quasi automaticamente, ci si fa dare da altro un che di essenziale (e fatalmente ci si lega a questo altro, consegnandogli il proprio apporto vitale di tempo, di energie e di dedizione, per confermarlo e per tenerlo in vita), non si sa e non si vuol vedere  cosa sta accadendo, ci si persuade che tutto è normale, per persuasione comune, per comune andazzo. Tutto è normale e l'interiorità che stacca, che col malessere complica, che vorrebbe far vedere chiaro, è giudicata subito l'anomalia da mettere a tacere. La simbiosi con altro da sè, sia che questo altro sia cosa, mentalità, abitudine o persona, una o più, elette a riferimento o a ragione di vita, è continuamente confermata come condizione di vita irrinunciabile e sana, con tutta la consacrazione fatta dal pensiero comune, che per esempio incoraggia e premia l'attaccamento alla "realtà", che stigmatizza ogni movimento di ripiegamento, di avvicinamento a sè, a meno che non sia fugace e finalizzato al pronto rientro nell'insieme.  Non da meno la simbiosi è sostenuta e prontamente rinvigorita dall’apparato di sostegno delle stesse cure di non pochi curanti, che non smentiscono certo l’idea che prima di tutto bisogna scacciare la crisi interiore, staccare dal dentro, per rinsaldare i legami col fuori. L’invito a spensierarsi, a dar peso e valore esclusivo a quel che c’è, ai legami con altri e con altro, a rinsaldarli, a renderli motivanti o rimotivanti per riprendersi, a leggere il malessere interiore solo in dipendenza e in funzione d'altro, l’aggiunta di droghe (psicofarmaci) per metter ordine, per tentare di zittire l’ansia e ogni altro fastidioso sentire, per ripristinare l’ordinato "sano" procedere libero da richiami interiori, sono il contributo curativo all’andar via da sé. Sono la riconferma della fatalità, dell'ovvietà della simbiosi con l’esterno, con altro, che già scontatamente darebbe volto, contenuto e definizione alla propria vita, senza necessità di capire nulla, senza possibilità di cambiare nulla, di scoprire e di generare nulla di diverso, di aprire nuove strade, originali e conformi a se stessi.


martedì 15 luglio 2014

L'analisi: chi conduce chi

E’ motivo di sorpresa per chi inizia il percorso analitico ritrovarsi non già nella posizione di chi col ragionamento cerca di condurre il discorso, di dirigere l’attenzione verso ciò che considera interessante, centrale per capire se stesso, ma nella posizione di chi è guidato da una parte di se stesso fino ad allora trattata e pensata più come oggetto che come soggetto di discorso. Compiere questa inversione è fondamentale e apre uno scenario totalmente nuovo. Chi arriva in analisi è convinto di poter individuare già le questioni e i nodi cruciali che lo riguardano. L’aspettativa è di mettere in luce soprattutto fattori condizionanti, motivo di ostacolo, di impedimento, di aggravio di malessere. L’inconscio è in grado di indirizzare in modo del tutto nuovo e inatteso la ricerca su se stessi. Se gli si dà spazio e parola l’inconscio sa dire e orientare la ricerca. Lo fa magistralmente con i sogni. Esercita inoltre la sua funzione guida regolando tutto il corso del sentire, della vicenda interiore. Nulla di ciò che viviamo interiormente è casuale, è accidentale e basta. Se si porta attento sguardo sul sentire, si può vedere ciò che il vissuto, lo stato d’animo, l’emozione scrive e descrive, delinea, accentua, evidenzia. A far la differenza è la capacità di osservazione, di tenere a freno il commento e la spiegazione, per arrivare viceversa e gradualmente alla scoperta, alla comprensione. L’inconscio esalta la sua funzione guida nei sogni. Lì mostra capacità mirabile di condurre a vedere dentro se stessi, lì tutta la sua autonomia, maturità e profondità di sguardo e di pensiero. L’inconscio non è appiattito sulle cose, sulla visione preconcetta, è autonomo da vincoli, da aspettative della parte razionale, non è intrappolato dentro i circuiti di pensiero soliti e automatici. L’inconscio ha saputo e sa compiere lo stacco, vedere ciò che è coinvolto nella nostra esperienza e nel nostro procedere, i modi, i perchè, ciò che ci spinge, anche in ciò che tentiamo di eclissare o camuffare. L’inconscio non è interessato a risolvere e a venir a capo comunque e purchessia, vuole la visione nitida di quel che c’è in gioco, il senso, vuole che non ci nascondiamo a noi stessi. C’è nell’inconscio una tempra e una forza di iniziativa che possono davvero sorprendere chi non lo conosca, chi non si conosca in questa parte profonda di se stesso. Posso dire che l’inconscio, che da tanti anni ascolto in svariate vicende interiori e percorsi analitici, mostra una sorta di proprietà e di tratto che ricorre, pur nella diversità dei cammini, sempre unici da individuo a individuo. L’inconscio non accetta la fatalità del diventare passivi, dell’andar dietro, del modellarsi secondo altro, dell’insistere nella simbiosi con l’esterno come unica idea di vita. Si parla infatti spesso di realtà, di senso di realtà, riconoscendo come tale solo ciò che è esterno, concreto, già concepito, in qualche modo già sistemato, ordinato, fruibile, percorribile e dato. Reale è però qualsiasi movimento di presa di coscienza, di nuova conoscenza che partorisca qualcosa di nuovo, che faccia vivere qualcosa di inatteso. Siamo realtà noi stessi, se non ci mortifichiamo nella ripetizione d’altro, siamo realtà in ciò che possiamo generare nella presa di coscienza, far vivere dentro di noi e che da lì possiamo progettare, sviluppare. L’inconscio, che è la nostra stessa matrice, ciò che siamo e che abbiamo potenziale di comprendere, di tradurre, di percorrere, di far vivere, di mettere al mondo, non compie la rinuncia, non accetta un’esistenza che non tenga conto di questa capacità di pensiero originale e di questa tensione creativa propria, un'esistenza che si riduca a fare il verso ad altro già detto, concepito e organizzato, a venerarlo come la Realtà cui aderire e su cui plasmarsi. Tanto malessere interiore che in varie forme scuote, disturba il quieto vivere, nasce da questa tensione profonda a non rinunciare mai a guardare dentro se stessi, a non dare nulla per ovvio, a non rinunciare a riconoscersi come soggetti, come artefici della propria vita. L’inconscio non dà comunque ricette pronte e ingenue  di cambiamento. L’inconscio non induce a compiere salti, non asseconda affatto la tendenza ad aggirare la difficoltà, l'interrogativo, a semplificare o a omettere. Il processo conoscitivo deve essere completo, maturo, responsabile, davvero capace di aprire gli occhi, di non ignorare, di trovare risposte valide e complete, per non fare illusori passi avanti o semplici fughe. L’inconscio non promuove cambiamenti fragili e contradditori, ambigui o insostenibili, nulli nella sostanza. L’inconscio è maestro e, sogno dopo sogno, svolge un’analisi completa, guida in un percorso conoscitivo originalissimo e nello stesso tempo di straordinaria lucidità, veridicità e profondità. Nulla, come l’inconscio nei sogni, sa essere altrettanto libero da ripetitività e da preconcetto, nulla sa coniugare in pari modo acume di sguardo, libertà e forza. L’inconscio esalta la vita, perchè esalta il pensiero, che sa cercare e riconoscere l'intimo significato vero, senza posa. L’inconscio è infaticabile e non cessa mai di dare spinta alla conoscenza, alla conoscenza che fa ritrovare il senso, che avvicina a se stessi, che rende capaci di incontro col respiro e con la complessità ricca della vita. Non ho mai incontrato tanta indomabile voglia di aprire e di conoscere come  nell’inconscio. L’inconscio non fa sconti, non culla illusioni e autoinganni, la verità è sempre al centro delle sue cure, la verifica attenta passo dopo passo, combinata a eccezionale lungimiranza. Chi si affida al proprio inconscio ha la più affidabile delle guide e il miglior maestro per conoscersi, per conoscere, per arricchirsi. Una fonte interna, propria e straordinaria. Ignorarlo, vuoi per ignoranza del suo potenziale, vuoi per diffidenza, senza avere l’occasione di conoscerlo, come può accadere in una buona esperienza analitica, è davvero una occasione persa, l’occasione di arricchirsi di sé. Nel percorso analitico tutto, proprio tutto si scopre e si genera a partire dalla proposta e dall’iniziativa della parte profonda di se stessi. L’analista, che sa svolgere la propria funzione, consapevole di cosa può offrire all'altro aprendolo al rapporto col suo profondo, sa accompagnarlo nella ricerca, sa mettere al centro sempre la proposta che viene dall’inconscio, cui prima di tutto spetta parola e guida.

mercoledì 9 luglio 2014

La responsabilità della cura

C’è un  rischio di incuranza nella cura. L’incomprensione del significato dell’esperienza interiore, particolarmente quando questa assume caratteristiche ostiche, difficili, dolorose, complicate e inaspettate, il ricorso immediato all’impiego di categorie come normale o no, sano o malato, per sentenziarne e deciderne subito, senza ombra di dubbi, la qualità, il significato e il destino, può gettare le basi di una cura, che, pur con le dichiarate migliori intenzioni, rischia di tradursi nel suo contrario. Il nostro essere non è un insieme omogeneo. Nelle parti della nostra psiche che non sono regolate da controllo, da intenzionalità e guida razionale, nelle nostre emozioni, stati d’animo, spinte interiori, trova espressione e segnala la sua presenza una componente di noi affatto insignificante. Ciò che spesso crea problema è la dissonanza tra quanto pensiamo, giudichiamo utile, valido e desiderabile e quanto intimamente sentiamo, che casomai contrasta, non asseconda, non dà manforte e anzi sembra indebolire, intralciare la compattezza dell’agire, la sua linearità ed efficacia. L’idea che ci sia una parte irrazionale del proprio essere, che non sa stare nei ranghi, che non sa capire l’utilità o la necessità del proposito, sembra mettere a tacere l’incongruenza. Irrazionale, per chi adotta questo giudizio, significa poco lucido e attento, capriccioso, debole, scomposto, dettato da ragioni un po’ infantili, in balia di paure di troppo, di tentazioni di fuga o di ricerca d’altro, indisciplinato alla regola del puntare sullo scopo utile e vantaggioso, conveniente e dovuto. La supremazia e miglior affidabilità della guida e del controllo razionale sono in una simile impostazione, tutt’altro che infrequente, fuori discussione. Con una predisposizione negativa così intransigente e in apparenza convinta e convincente, la sorte che spetta alla componente interiore, quando avanza non casualmente e non senza fondamento proposta disagevole e dolorosa, è di essere combattuta e resa oggetto di pretese di normalizzazione, vuoi con i farmaci, chiamati possibilmente a togliere, zittire e rovesciare il quadro interiore, rendendolo non disturbante e conciliante, vuoi con psicoterapie direttive, in cui qualcuno detta il come del raddrizzamento e della normalizzazione, cercando di spianare, di abbattere paure o altro giudicato spazzatura, impedimento o distorto (disfunzionale nel gergo tecnico) modo di reagire e di pensare. Manipolazioni tutte suggerite come fossero valido e scontato prendersi cura di sé, ovvio andare verso il benessere. Nel sentire, nelle paure, nella complessa e difficile esperienza interiore, da subito distanziata da sé come minaccia, da subito trattata con sospetto e pregiudizio, c’è in realtà la guida fedele e saggia per ritrovarsi, per cominciare a calarsi con sguardo attento e intelligente, profondo e onesto dentro la propria vita, dentro i propri nodi da chiarire e sciogliere. L’interiorità non semplifica e non chiude gli occhi, dice e svela, dà il supporto per vedere e per comprendere, per compiere l’operazione nuova e inedita del capire se stessi, senza omissioni. I vincoli e i supporti su cui poggia la propria vita, il proprio modo di esistere trovano nel sentire complicato, penoso, pungente o afflittivo, modo di evidenziarsi. Spetta all’individuo, che voglia rendersi consapevole, libero e responsabile verso se stesso, guardare dentro il proprio modo di procedere, ciò che sta facendo di sé. L’interiorità vuole questo, vuole e dà supporto a una visione consapevole. Se l'individuo non ha dimestichezza con l'esperienza interiore, l'aiuto che gli serve è di essere sostenuto e accompagnato nell'avvicinamento a sè, imparando, anzichè a fuggire o a scaricare, a reggere la tensione di esperienze interiori sofferte per capire cosa gli stanno comunicando. Ciò che gli serve è di essere aiutato ad acquisire e a sviluppare capacità di ascolto, di sguardo riflessivo per vedere ciò che la sua interiorità gli sta svelando nel sentire, per comprendere ciò dentro cui, anche nei percorsi interiori più accidentati, l'intima esperienza lo sta calando, per comprenderne il senso. Il fatto che la richiesta iniziale di chi cerca aiuto sia di superare, di venir fuori dall'esperienza interiore dolorosa, non implica che assecondare o spingere verso la pretesa messa a tacere e normalizzazione sia sensato e favorevole all'interesse di chi è coinvolto da intima sofferenza. L’interiorità non si fa zittire dalla pretesa di tirar dritto con un bagaglio zero di comprensione vera. E’ irresponsabile rivolgersi all’interiorità come fosse deficiente, come fosse meccanismo da raddrizzare e da correggere, senza capire ciò di cui, intelligentemente e saggiamente, è promotrice e portatrice. E’ irresponsabile da parte del diretto interessato agirle contro e ancor di più da parte di chi pretenda di svolgere la funzione di curante, senza capire nulla del linguaggio interiore e di ciò che la sofferenza interiore vuole aprire e favorire, espressione di necessità vera e profonda. Nel tempo tutto ciò che si è fatto per zittire o per tenere sotto controllo l’esperienza interiore, si tradurrà nell'aver perso l’occasione del proprio ritrovarsi e crescere, del mettersi in mano la vita, la propria vita. Ci sono storie di individui che per anni e anni si impasticcano di ansiolitici o di antidepressivi pur di mettere a tacere e combattere ciò che ai loro occhi e con complicità di non pochi curanti è intesa e fatta vivere come una minaccia, un disturbo, una patologia. Triste destino di amputarsi della parte di sè, che, se compresa e resa anima e veicolo di presa di coscienza, saprebbe liberare se stessi e la propria vita dall’inutilità e dal fallimento. Parlo, senza mezzi termini, di fallimento pensando a una vita che non ha visto l’individuo ritrovarsi unito e in sintonia con se stesso, carico finalmente di consapevolezza dei propri veri mezzi e scopi. Se si mette mano al mondo interiore, parte preziosa e fondamentale della vita di un individuo, è necessario sapere cosa si sta facendo. Ci sono ad esempio oggi molti giovani, anche se la riflessione svolta sin qui non è certo limitata a loro, che da dentro se stessi ricevono sollecitazioni a avvicinarsi a sé, per prepararsi a compiere il cammino della vita non in modo passivo e sprovvisti di guida interna. Perciò il disagio interiore bussa presto alla loro porta. E’ in gioco qualcosa di importante, il destino di questi giovani, la loro possibile intesa e unità con se stessi, la crescita interiore, personale di cui hanno necessità e che non è certo già risolta. Spesso soli in ciò che internamente vivono e lontani ancora da sé, trovano nel loro malessere interiore la spia e la richiesta di calarsi in intimità con se stessi, di conoscersi, di capirsi, di non essere in balia di un procedere che va a rimorchio dei più e di ciò che è prevalente, che rischia di essere tale. Se la risposta non è l'aiuto ad avvicinarsi a se stessi e ad ascoltarsi, a scoprire e a valorizzare la loro interiorità, a trovare dentro e attraverso il loro sentire chiarimenti fondamentali e necessari, ma sono farmaci spazza via o tentativi di aggiustamento e di normalizzazione, come se le loro paure fossero insensate o frutto di cattivi adattamenti, il rischio di lasciarli di nuovo soli e senza guida interna è forte oltre che grave, anzi è fatale.

martedì 8 luglio 2014

Lo scambio

 Lo chiamerei misero scambio. E’ ciò che avviene quando si affida allo sguardo e al giudizio altrui il compito di stabilire ciò che di sé vale, che può considerarsi degno e all’altezza, perlomeno accettabile. Segnalarsi agli occhi degli altri, distinguersi, farsi apprezzare e comunque ottenere il beneficio del consenso o patire sensazioni di inadeguatezza e di non conformità, temendo censure e declassamenti, figuracce o senso di inferiorità, è ciò che vincola molti individui agli altri, allo sguardo e al giudizio altrui e comune. Soprattutto è ciò che fa sì che compito e funzione di far crescere, per davvero e su proprie basi, se stessi, di conoscersi e di capirsi prima di tutto, di scoprire dentro sè, per intima comprensione e verifica, ciò che vale, di trovar forza e persuasione di legittimarlo e passione di farlo vivere, sfugga di mano e abbia misera sorte. Misera e qualunque, una scorciatoia, un surrogato. Basta farsi dare buona considerazione, recitando bene la parte, mostrando di possedere cose, titoli e di aver fatto esperienze considerate distinte e accreditanti, per persuadersi di essere sulla buona strada o di essere arrivati a qualcosa. Farsi regolare e dirigere dall‘esterno, farsi premiare e dire da senso comune e da giudizio altrui è modo passivo e a buon mercato di risolvere la questione del capire da sé cosa ha valore e perché, di affrontare il nodo cruciale del proprio realizzare e realizzarsi, che richiederebbe ben altro impegno, che in cambio avrebbe tutt’altro peso e spessore, se affidato alle proprie forze e alla propria ricerca, tutt‘altra libertà di definirsi, di dare esiti e sviluppi. Se passivi si finisce per star dentro piste e corsie segnate, per attenersi a codice di comportamento dato, per far proprie le scelte e i traguardi già stabiliti. Misero scambio, baratto perdente, che chiude alla scoperta e alla costruzione di autonomia vera, quello che spesso si compie, senza dargli peso. Una pacca sulla spalla, un plauso e il conforto d’essere nel normale (conformi a ciò che la maggioranza pare pensi e prediliga), che riempiono, rassicurano e soprattutto illudono, invece e in sostituzione  di crescita sostanziosa e fedele a se stessi, convinta e convincente sè.

Il peggio sul meglio

Il peggio riversato sul meglio di sé. Credo sia utile parlarne ancora, come ho fatto in molti miei scritti, perché è questione tanto diffusa quanto importante, decisiva. L’esperienza interiore, ciò che propone, non importa se in una forma ardua, impegnativa e sofferta, è risorsa vera, opportunità viva e sensata di  avvicinamento a sé, di scoperta di significati col proprio sguardo, di comprensione intima e fondata, di intelligenza utile, indispensabile come lo è la capacità di conoscersi e di guidarsi, che potrebbe finalmente prendere corpo. Eppure le va sopra troppo spesso il peggio del pregiudizio, dell’impazienza, della pretesa di stare prima di tutto liberi e sgombri da disagi e da pensieri, da impegno di capire e di capirsi, della preoccupazione di non diventare diversi da ciò che il senso comune raccomanda, caldeggia e si arroga di fissare come valido sempre e comunque, cioè normale. Cestinare, liquidare l’esperienza interiore o pretendere di raddrizzarla per renderla "sana" e conciliante, sono pratica personale e pure di “aiuto” professionale assai diffuse, senza capire quanto di prezioso e di intelligente si vuole mandare in discarica o rimettere in riga, per recuperare o salvaguardare cosa? Il riallineamento al gregge, il ritorno al solito, senza bagaglio proprio di consapevolezza e senza  capacità di orientamento, anche se lo si chiama ritorno alla normalità o recupero del benessere. E’ comprensibile che imparare da se stessi, essendo pratica inusuale e strada mai o quasi mai battuta, risulti inizialmente incredibile, anzi che la si ignori. Con impazienza ci si fa bastare qualche acrobazia del ragionamento, spacciandosela come chiarimento e come possesso di idee e ci si rivolge contro parte di sé che, se non è stata e se non sta alle attese, si giudica inutile e dannosa. Conta non farsi rompere le uova nel paniere da richiami e da iniziative interiori, che vengono giudicati senza tanti indugi intemperanze e capricci irrazionali. La protervia con cui si è pronti a bollare come storto, inutile o malfatto, se non patologico (ancor prima che intervenga qualche tecnico che apponga una qualche etichetta diagnostica) ogni proprio sentire che stona e che dissona dal normale celebrato, fa però impressione. Soprattutto, pur senza saperne cogliere senso e gravità,  è atto arrogante di una parte di se stessi, tanto presuntuosa quanto ignara della propria inconsistenza, contro parte di sé che, se si imparasse ad ascoltare e a conoscere, avrebbe tanto da insegnare e da dare.

giovedì 3 luglio 2014

Se lo conosci non lo eviti

Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla, fare percorsi di dialogo assieme per conoscere, per capire. L'inconscio dice, spontaneamente interviene e comunica, sia in ogni momento attraverso il sentire, che non è mai casuale, che comunque si proponga apre sentieri, corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e vedere, capire per intima esperienza, sia attraverso i sogni, che sono pensiero intelligente, di acutezza e veridicità sorprendenti. E' necessario capacitarsi del linguaggio interiore e ancora prima, come dicevo, offrire disponibilità al rapporto e al dialogo, invece che opposizione e pregiudizio, come capita di fare spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala, dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto e al normale. Il linguaggio interiore del sentire va appreso, perchè le categorie e i modi soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la riflessione può far vedere e rispettosamente l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente propone, delinea, traccia, ma la capacità riflessiva va formata e sviluppata, non ha nulla a che fare con le rimuginazioni e le invenzioni del ragionamento, col modo razionale di pensare e argomentare. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e attenzione, non con sguardo solito e concreto. Se in un tuo sogno, giusto per fare un esempio, compare una persona, il sogno non vuol parlarti di lei in quanto tale, ma solo in quanto dà volto a parte di te stesso. Se rifletti su ciò che caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e atteggiamenti esprime, potrebbe farti vedere modalità e espressione umana che ti appartiene, che l'inconscio vuole farti riconoscere, su cui il sogno ti vuol far lavorare. E' possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca, perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e non copia d'altri o d'altro. L'inconscio è la vita, l'istinto di essere che sopravanza e scardina i calcoli di convenienza e di ricerca del consenso, è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti, l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale, a norma, dietro altri e passiva, ignorante, che ignora ciò che da sè e attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non divergere, far propria la spinta che viene dal profondo a trasformarsi fedelmente a se stessi. E' conquista di vita, d'essere e di pensiero non immediata o gratuita, non è soluzione già pronta da consumare, come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede lavoro serio su se stessi, sostenuto da passione e da desiderio di vicinanza e di unità con se stessi. Può richiedere l'aiuto di chi sappia guidare ad avvicinarsi a sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio interiore, piuttosto che a combattere presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più vicino di quanto non si creda, ma per entrare in sintonia e in dialogo col profondo, per arricchirsi di quanto di prezioso può donare, serve prima di tutto imparare ad ascoltarlo e a capirlo, a non avere pregiudizi nei suoi confronti, nei confronti di una parte di se stessi. Se lo conosci non lo eviti. 

domenica 29 giugno 2014

Bloccati o zoppi per imparare a camminare

 Sembra maledizione, castigo o disgrazia la sorte cui pare voler piegare il malessere che interiormente blocca, toglie spinta, crea ostacolo o vero e proprio impedimento all'andare, al fare, al libero, disinvolto agire e interagire col mondo esterno. Sembra una sciagura, anzi a chi vive una simile esperienza pare evidente che lo sia e le persone attorno in coro probabilmente gli darebbero conferma. Ansietà, picchi di angoscia e panico, rovelli e labirinti di indecisioni e dubbi, timori, senso di svuoto e perdita di interesse, disagio nel ritrovarsi con se stessi, quasi estranei e irriconoscibili, senso di distacco da un reale (cosiddetto reale, fatto di cose e di situazioni esterne) che comincia a scolorire, ad apparire estraneo, lontano. Ho portato qualche esempio di esperienze interiori non certo facili, vissute spesso come seri intralci, come oscura minaccia, come nemica presenza dentro sè, che pare solo togliere e distruggere. Il senso della vita e del proprio benessere e beneficio sembra dire che si è finiti in un tunnel, precipitati in un pantano, da cui urgerebbe uscire il più in fretta possibile, per non perdersi, per non vedersi emarginare dalla vita, per tornare a respirare e a provar sollievo o sensazioni positive. Eppure spesso, a ben guardare, di sé, a parte la foga di procedere, di non perder colpi, di stare al passo, di non farsi tagliare fuori, di voler ben presenziare e di non far brutte figure con gli altri, c’è poco, anzi nulla di veramente conosciuto e riconosciuto come proprio. Per conoscerlo non si può certo restringere il campo e far leva solo su ragionamenti e petizioni di principio, bisognerebbe respirare a pieni polmoni se stessi, aprire per intero al proprio essere, tener conto del proprio sentire vero senza limitazioni. E’ ben qui che si è inserito il profondo, l’inconscio, l’interiorità viva, che dà tutto il sentire, che ha cominciato o che da tempo insiste nel consegnare un’esperienza interiore tutt’altro che facile. E’ un’esperienza interiore che non dà sostegno, che ormai non dà manforte all’andar via e spediti, al fare per fare, al consueto inseguire quello che, come fan tutti, sembra desiderabile e interessante, adeguato e bello, anzi lo intralcia. La propria interiorità non si fa illudere e abbagliare, non sottovaluta comportamenti solo imitativi e gregari, non lascia passare la tendenza a far proprio il programma segnato da idee e da aspirazioni comuni come fosse progetto di vita proprio, non chiude un occhio sul non saper nulla di sé. Se l’interiorità, se l’inconscio azzoppa o blocca, è proprio per far sì che si cominci a rendersi conto di come si procede, per far sì che si  impari a vedersi, a non andare a testa bassa, a guardare dentro di sè per capire da cosa si è mossi, quali sono i vincoli e i punti d’appoggio, spesso tirati e offerti  più da fuori che da dentro se stessi, più da regole e persuasioni comuni che da proprie scoperte e convinzioni fondate. Insomma l’inconscio azzoppa perché si prenda coscienza del modo in cui ci si trascina, spesso lontani da sé e senza guida e fondamento propri, perché si impari davvero a camminare, dotandosi di capacità d’orientamento, di scoperta di propri perchè e di proprie mete, di proprio senso dell'agire e del realizzare, di capacità di sostenere e di nutrire di passione, di tenacia e di convincimento, pur, come può accadere, in assenza di conferme e di sostegni esterni, scelte concepite da sè e comprese fin dalla radice, in accordo con se stessi per intero. Sono risposte e condizioni nuove che non si può pretendere di ritrovarsi in tasca già fatte e a pronto uso, devono essere cercate e coltivate. L'inconscio, senza far tanti complimenti, col malessere che blocca, detta la priorità: il dentro e il lavoro su di sè, prima del fuori. Pronto a sostenere la ricerca, a indirizzarla e a nutrirla in modo sostanziale, particolarmente con i sogni, l'inconscio dà occasione di assumere la responsabilità di aprire o meno il cantiere della ricerca (in caso affermativo, procurandosi l'aiuto necessario). In ogni caso l'inconscio non tace il problema, non accetta di lasciar prevalere la ragione dell'andare avanti purchessia e con finta completezza di mezzi su quella della conquista dell'autonomia vera.

giovedì 26 giugno 2014

Le ragioni del malessere

Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore, questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o indotto da circostanze e da condizionamenti  sfavorevoli, che sia la manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro o guasto. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna, intima, profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione a se stessi siano questioni centrali e esigenze prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo, risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto. Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale, chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena, senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia, depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è  traduzione meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè, nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a se stessi e al proprio mondo interiore,  risolversi a cercare rapporto, ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica, all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta l’esperienza interiore disagevole,  per rendersi conto (sempre meglio via via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto, che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri, come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare, senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare pazientemente con se stessi, nuove scoperte,  originali e utili, anzi essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento, che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali". Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo, come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè, deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate, non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi.  Procedere in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere. Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a  far vedere dov’è la ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito, con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e sofferto, vive oggi  interiormente, da cercare causa o fattore avverso di cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo sentire oggi dice e fa vedere di se stessi.  C'è da intendere ciò che la propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene,  prima di tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni, di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva. Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento della propria salvezza, del proprio vero benessere.

lunedì 2 giugno 2014

A te, che vuoi capirti

Vivere appieno un'esperienza interiore, un'emozione, uno stato d'animo, un vissuto è certamente la base e la premessa per intendere, per capire, rendendoti partecipe, lasciandoti segnare da ciò che senti, condividendolo con la tua interiorità. Il tuo sentire è la base del tuo capire, sentendo fai intima esperienza, tocchi con mano. Se oltre a concederti, a farti tutt'uno e a farti segnare dal tuo sentire, impari a prendere distanza per vedere cosa stai provando, cosa sta prendendo forma nel tuo sentire, cosa stai intimamente sperimentando ( tutto questo lo possiamo chiamare riflessione), ecco che crei una situazione del tutto nuova di rapporto con te, non di fuga, non di pregiudizio, non di scissione tra ciò che pensi e vuoi e ciò che senti, ma viceversa di unità dialogica con te stesso. Il tuo sentire, comprensivo di ciò che chiami ansia ( o d'altro che ti è interiormente disagevole)  è parte di te, è modo vivo della tua interiorità di calarti in qualcosa, per farti vedere, intendere, capire. Se hai un pregiudizio negativo sul tuo sentire, solo perchè è disagevole e in partenza te ne vuoi sbarazzare, considerandolo inutile, immotivato, dannoso, patologico, certamente chiudi a qualsiasi possibilità di dialogo, ti privi di un apporto vitale, che, se sapessi ascoltare e comprendere, potrebbe rivelarsi tutt'altro che inopportuno, inutile o deleterio. Aggiungo che definire, ad esempio,  ansia un'esperienza interiore è spesso un modo sbrigativo di liquidarla. Vivere viceversa quel singolo momento e cercare di vedere con attenzione cosa senti, dandogli il volto che ha compiutamente, con parole che lo descrivono fedelmente, significa valorizzare quell'esperienza, non fare di ogni erba un fascio, rendendola uguale ad altre, banalizzandola. Spesso si è prigionieri dell'idea che l'esperienza interiore disagevole vada prima di tutto combattuta, senza tanti indugi con farmaci o che vada evitata, sminuita, con atteggiamenti di fuga, sostituendola con altro, svagandosi. Tentativi destinati a fallire, l'interiorità, per convinto e insopprimibile senso di necessità, non accetterà di essere zittita o scansata, tornerà a smuovere, a "disturbare". Se il tuo sentire vuole dirti e calarti in qualcosa, testimoniarti, darti la percezione di qualcosa da intendere assolutamente, agirgli contro è come voler soffocare una consapevolezza intima, è come boicottare un modo di volerti portare con i piedi per terra, nella consapevolezza di qualcosa che non va oscurato. Lo star bene ad ogni costo, inteso come liberazione dal sentire attuale e vivo, rischia di tradursi nel non voler aprire gli occhi, nel bloccare tutto, nel voler solo una quiete fine a se stessa, che nel tempo non ti darebbe che impotenza e incapacità di governo della tua vita, uno svuoto di idee e di consapevolezza, una desertificazione dell'animo capace solo di farti inseguire gli altri, di farti concepire la vita unicamente come uniformità al solito e comune, come "normalità". C'è chi ammette che il sentire sofferto possa avere un significato e però lo intende come la meccanica conseguenza di una causa, pensa che sia il segno, la conseguenza di qualcosa, esterno a sè, che sta agendo o che ha agito sfavorevolmente contro se stesso. Si parla spesso e volentieri di stress, del possibile influsso negativo di cause attuali o, preferibilmente, remote. Anche qui non si cerca quell'incontro aperto, rispettoso e dialogico col sentire di cui dicevo all'inizio. Si cercano spiegazioni, si fanno lunghi giri per cercare da qualche parte nella propria storia  una plausibile causa e, una volta scovata, si confeziona il teorema che quello è il motivo dell'ansia, della sofferenza. Contento il terapeuta, contento il paziente, ma il sentire eccolo là presto, dopo momentaneo sollievo, intatto e inascoltato, ancora corpo estraneo con cui non si riesce a entrare in rapporto aperto, utile, fecondo, ancora incapaci di capirsi dentro e attraverso il proprio sentire, purtroppo ancora allontanato, dissociato da sè. Si dice allora che si è imparato a capire il perchè dell'ansia, a gestirla meglio, ma la fragilità del rapporto con se stessi e la paura di sè rimangono, l'estraneità rimane, l'incomunicabilità con se stessi, col proprio sentire, tale e quale a prima. Il sentire, cui si è cercato di dare una causa, senza ascoltarlo, voleva e continua a premere e a chiedere ascolto per proporre, per far capire di se stessi cose essenziali, per far fare passi avanti utili e necessari. Dunque, se vuoi davvero capirti,  è fondamentale che impari ad aprirti al tuo sentire, ad ascoltarlo per davvero, a lasciarlo dire, a raccoglierne l'intima proposta, cosa ben diversa dal mettergli sopra spiegazioni, trattandolo come oggetto temibile da disarmare o da tenere a bada. Potresti imparare a costruire unità piena e dialogica con te stesso. Potresti essere aiutato in questo.

L'intelligenza del sentire

Il desiderio di star bene, quando non sia inteso, come non poche volte capita, come desiderio di uno stato di quiete e di silenzio interiore, quando aspira a fondarsi su vera unità, su fiducioso e pieno legame con se stessi, necessariamente deve rimettere in discussione il ruolo e l’importanza attribuiti al sentire. Il sentire non è e non può essere plasmabile a piacimento, il sentire non è e non può essere ingenuo. La felicità ad esempio è un sentimento maturo e intelligente, non può sposare o esaltare qualsiasi cosa, incurante di ciò che è, che racchiude, che vale. Tutto il nostro sentire è intelligente, più di quanto non sia il nostro pensare e argomentare, che tanto ci sembra a volte capace e convincente, ma che non disdegna di ripetere cose sentite dire, di cercare quadrature di comodo o di rincorrere pii desideri. Il sentire, non quello artefatto e rifatto, ma quello spontaneo, autentico e vero, è autonomo nei suoi movimenti, nelle sue espressioni e proposte, non è docile alle pretese di chi lo vorrebbe sempre solidale e “positivo”.  Sembra a molti una regola indiscutibile quella che vorrebbe allineare il proprio sentire alla cosiddetta normalità.  I punti di forza del ragionamento, così diffuso e insistito da diventare una specie di litania, è che tutto ciò che interiormente si presenta difficile, insolito e doloroso, è un disturbo, una anomalia da correggere, un impedimento sciagurato a essere come prima, normali ecc. Tutti a maledire ansia, disagi, pene e difficoltà che sulla scena interiore non di rado tengono banco, che impediscono di tirar dritto come prima, che intralciano il legame con l'esterno, che obbligano ad avere come prima preoccupazione se stessi, il proprio stato, che tengono afferrata l'attenzione agli svolgimenti interni. Nulla interiormente succede per caso, c'è una parte di noi stessi che non è incurante o disattenta al nostro stato, senza nulla concedere a sviste e a autoinganni, a impazienza o a semplificazioni. C’è una parte di noi, profonda, la si può chiamare inconscio ( che non significa cieco e primitivo, poco incline al veder chiaro e puntuale, al veder lungo e ampio, anzi!!), che se vede la nostra attuale inconsistenza non se la tace e non ce la manda a dire, che se siamo solo inclini ad andar dietro alla corrente, a investire in ciò che altri considera valido e degno, col rischio di far vita gregaria o di fallire le nostre direzioni e i nostri scopi, non sta certo a dormire. L'anagrafe da sola  non rende adulti, la scuola, gli studi e le letture rendono cresciuti in conoscenza e in consapevolezza si fa per dire, le esperienze non sono di per sè e in automatico maestre di vita, soprattutto quando non si è capaci di riflettere, di cogliere l'intimo significato di ciò che si muove in noi e che sentiamo. Questo per dire che troppo spesso ci si fa l'illusione di essere già arrivati, che non ci sia nulla di fondamentale da rivedere e da costruire per ciò che riguarda conoscenza di noi stessi e maturo possesso di capacità di guidarci. Chi, in presenza di disagi e di sofferenze interiori, invoca subito il diritto di spazzare via l'ostacolo interiore definendolo una disgrazia, una patologia, un impedimento da abbattere e una distorsione da correggere ed annullare, crede che tutto di sè sia già a posto, che non vada perso il legame con l'esterno, la possibilità di fare, pretendendo fiducia e ottimismo, senza insicurezze ed altro. Il nostro sentire è intelligente ed è espressione della parte più intelligente e meno abbindolabile di noi, meno incline a far coro con chi dice che basta farsi coraggio, che tutto va solo preso e proseguito come tutti e che l'ansia e simili sono solo stramaledetti nemici, un'idiota zavorra, un insieme di irrazionali timori o di sbagliati atteggiamenti e modi di pensare. Se tutto andasse davvero bene e per il verso giusto perchè mai il nostro intimo e profondo sguardo e sentire non dovrebbero confermarlo e sostenerlo? La felicità come la fiducia, il fondato veder chiaro della consapevolezza, non sono cose qualsiasi, un diritto o altro che si possa rivendicare e avere gratuitamente, a meno d’essere deficienti, a meno di farsi andar bene tutto, anche la propria illusione. A noi serve avere davvero consapevolezza, legame con noi stessi, capacità di capire e mettere assieme cose valide, comprese da noi, vicine a noi stessi. Tutto questo non lo si ha per diritto naturale o perché in qualche modo ci si è dati da fare. Interiormente non ci tacciamo nulla e, casomai creando allarme e facendoci sentire sonori scricchiolii, cerchiamo di prendere atto che siamo mancanti. La fiducia degli altri possiamo a volte astutamente accaparrarcela, ma quella nostra verso noi stessi è faccenda più seria, perché da un lato una parte di noi non si lascia illudere e perché dall’altro spinge e sprona per costruire quello che non c’è e che, solo se fatto bene e con pazienza, potrà farci sentire davvero intimamente confermati e fiduciosi. Il nostro sentire non è ingenuo.

Rigenerare il pensiero

Non c'è altro mezzo per rigenerare davvero i nostri pensieri che non sia legarli a filo doppio, di fedeltà e passione, al nostro sentire e non una tantum, ma sempre. Quando i pensieri viaggiano scissi e distanti dal sentire intimo, considerandolo casomai roba inaffidabile che non serve a capire o che toglie lucidità al ragionamento, accade che o cerchino di fare acrobazie impossibili o che, più facilmente, ricadano nel già conosciuto e in ciò che, unanimemente o quasi, è considerato realistico. Non è un caso che il sentire dentro di noi spesso alzi la voce e provochi. In genere la cosiddetta ansia e tutto ciò che in svariati modi ed espressioni  interiormente capita di patire, sono considerati fastidi o malattia. Che siano l'invito, senza far tanti complimenti, a mettersi finalmente con i piedi per terra, sulla terra dei propri vissuti, richiamando attenzione e pensiero a occuparsi di esperienza vissuta, di materia viva, tutt'altro che futile o astratta? Se ben ascoltati l'esperienza interiore, il sentire, le emozioni, gli stati d'animo, tutti senza esclusioni, dicono, tracciano percorsi vivi , propongono e in modo affatto impreciso, sbilenco o insensato. Anzi sono davvero l'unica opportunità per vedere e per vedere nuovo, non cessano mai di spingere e di condurre verso ciò che va assolutamente conosciuto, pena il rischio di rimanere sospesi e in balia del pregiudizio, di idee incallite, di idee date per scontate, che il coro unanime o quasi vorrebbe uniche e univoche. Senza idee fondate su di noi, guidate e alimentate dal nostro sentire, coerenti con noi e in continuo divenire e crescita, finiamo per non avere alternativa al pensare la vita come cosa già più o meno chiarita e detta e per accodarci al "normale", di pensieri e scelte. 


domenica 25 maggio 2014

I sogni: motore di pensiero e di cambiamento

I sogni sono l'espressione e il prodotto dell'attività di pensiero del nostro profondo. E' pensiero di qualità diversa da quella comunemente messa in opera dalla nostra parte conscia. E' pensiero riflessivo, che cerca di cogliere e di rappresentare i nostri modi di procedere, a cosa ci affidiamo e cosa cerchiamo, come soprattutto ci mettiamo o non ci mettiamo in rapporto con ciò che sentiamo, che viviamo interiormente. I sogni ci mettono allo specchio, ci consentono di riflettere finalmente su di noi, di "vederci" non in superficie e nell'apparenza, ma nell'intimo vero. Diversamente dal modo che seguiamo abitualmente di procedere, in cui cerchiamo principalmente di trovare soluzioni, in cui spesso diamo per scontati o ci accomodiamo i significati e non ci curiamo di vedere cosa c'è veramente in gioco nella nostra esperienza, cosa significa quel che stiamo facendo, cosa ci spinge, i nostri sogni cercano e mostrano con estremo acume il senso. I sogni ritraggono con cura cosa si sta muovendo in noi e cosa accade nell'incontro tra spinte e iniziativa profonde e tendenze e modi abituali, tra il nostro profondo e la parte di noi stessi, quella dei pensieri e dell'agire consci, in cui siamo abitualmente collocati e confinati. Non sono rari ad esempio i sogni in cui si è vittime di inseguimenti o di ladri o di altre più o meno oscure presenze, che paiono nemiche. Sono presenze che ben lungi dall'essere esterne a noi, sono la rappresentazione di ciò che dal nostro profondo vuole intervenire e interferire con forza nella nostra esistenza.  Sono vissute come tali, come minaccia solo dalla parte di noi che non accetta di far spazio al profondo ( vissuto come elemento intruso, estraneo e minaccioso), dalla parte che teme di confrontarsi col sentire e che non vuole accettare di perdere convinzioni inveterate e sicurezze fasulle e altro. Ci sono sogni che descrivono cadute e vertigini, rischio di precipitare nel vuoto, rendendo tangibile la paura di perdere la posizione sospesa, perchè tale è la posizine in cui ci manteniamo quando non entriamo minimamente in rapporto col vissuto, col nostro sentire, che è in grado di darci la terra sotto i piedi, il contatto vivo con noi stessi e con ciò che realmente sta accadendo. I sogni segnalano poi, senza fare sconti, ciò che ci manca, che di sostanziale, fatte salve le illusioni, ancora non ci appartiene, ciò che ci spetta di cercare e di costruire. Sogni che insistono ad esempio nel riproporre esami di maturità, prove scolastiche, che pur nella realtà già superate, tornano nell’esperienza notturna come assillo dell’oggi. L’inconscio vuole ricordare e spingere a riconoscere che la maturità, non come facciata e maschera, ma come sostanza è conquista ancora da fare, questione aperta ed attualissima. Ho portato pur in modo assai semplificato e discutibilmente paradigmatico questi esempi ( i sogni vanno analizzati e compresi ogni volta nel loro originale e unico) per far capire dove possono spingere a rivolgere attenzione i sogni e per far intendere il tipo di linguaggio, simbolico, usato dall'inconscio per ritrarre la nostra situazione interna. I sogni sono un patrimonio di incommensurabile valore, capaci, se saputi comprendere e valorizzare, di darci conoscenza vera e fondata, di guidarci in cambiamenti profondi, che ci potrebbero restituire noi stessi, la consapevolezza di ciò che più intimamente ci appartiene.  Ci porterebbero a capire lucidamente quanto l'insieme della nostra esperienza interiore sta proponendo. Quando un individuo vive situazioni di malessere e di sofferenza interiore, fatica a comprendere il senso, le ragioni di ciò che sta vivendo, in genere lo teme, lo maledice. E' proprio la parte profonda, la stessa che genera i sogni, a smuovere la situazione interiore, per far pressione, per invitare all'occorrenza anche con mezzi forti, vedi ad esempio gli attacchi di panico, a riconoscere in modo drammatico, attraverso il senso di smarrimento e di insicurezza estreme anche rispetto alle proprie funzioni vitali, il proprio abituale scollamento e lontananza dalla propria interiorità, da tutto ciò che si muove e vive dentro se stessi, per spingere a sentire in modo urgente la necessità di cura da rivolgere a se stessi. Il profondo, che tiene vivo il malessere per rendere acuta la percezione della crisi e della necessità del cambiamento, è anche pronto attraverso i sogni a dare una guida affidabilissima e luminosa per cominciare a capire e a lavorare efficacemente su se stessi. I sogni di cui non va dimenticato che usano il linguaggio simbolico e non concreto, sono l'espressione più alta e matura della nostra umana capacità di pensiero, un pensiero utile per vedere con i nostri occhi, un pensiero riflessivo, un pensiero creativo e fecondo.

A proposito di cause remote e di traumi infantili

Dico subito che se ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino, perciò importante, va però saputa riconoscere e rispettare in ciò che nel suo accadere ha mosso dentro di noi, in come è stata vissuta, per coglierne il vero significato.  Quanto al fatto che disagi e malesseri attuali siano la automatica e semplice conseguenza di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito familiare  o di veri e propri traumi infantili, più o meno rimossi, va riconosciuto che questa è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica.  Soprattutto è ipotesi e spiegazione cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito e ostacolo al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare nella propria storia da qualche parte la causa del “male“. Un simile modo di pensare ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, ad esempio a problemi di lontananza da sè, di mancata unità tra il proprio pensare e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti, più coerente con altro che con se stessi. Vivere in simbiosi con altro fuori di sé è infatti una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere che tutto vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata comunemente. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del "normale", l'orrore di non stare al passo con altri, il rifiuto immediato di accogliere ogni richiamo o freno o intralcio che venga da dentro. C’è un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che costerebbero per essere raggiunte passaggi interni difficili, che richiederebbero saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire. Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio, che da giustificare in ragione di traumi subiti e pregressi. Il malessere interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicare come malate e incasellate nei vari tipi e sottotipi, per farne oggetto di prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da costruire il nuovo, che non c’è mai stato e che non c’è, che trovare una remota causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo "star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita vera. 

sabato 24 maggio 2014

Cadute e ricadute

In riferimento a situazioni di crisi e di sofferenza interiore, che si riaccendono nel tempo, si parla spesso convenzionalmente di cadute e di ricadute. Si usano non casualmente queste espressioni, perchè di ciò che si prova, che si sperimenta interiormente, non si comprende il senso, perchè lì dentro non ci si riconosce, perché lì dentro si vede solo disordine e danno. Diventano, le si fa diventare per paura e diffidenza,  esperienze cieche, verso cui c'è solo ostilità e pregiudizio, nessun incontro, nessuna intesa. Il nostro sentire dice, infilandoci in corsi d'esperienza difficili, dolorosi ci vuol far capire cose di noi e per noi essenziali e utili, ma la reazione è di considerarlo anomalo, patologico, sbagliato, solo perchè non ci allieta e non ci dà conferma, solo perchè diverso. Il nostro sentire siamo noi, è voce nostra, è sensibilità e intelligenza nostra, è volontà nostra di non tacerci verità spesso eluse e mai comprese, anche scomode, ma utilissime, è volontà di trasformare, anche radicalmente, lo stato del nostro pensare e procedere, è passione di libertà e di unità con noi stessi. Il nostro sentire ha forza e onestà di smuovere, di rompere la continuità, di segnalare un'urgenza interiore, di metterci sul chi va là, di impegnarci in un lavoro alla radice per evitare, procedendo incuranti, di andare a sbattere in fallimenti. Quando una vita rimane ad esempio ispirata all'adattamento, alla rincorsa dell‘approvazione, al fare ciò che fan tutti, al considerare legge la normalità, quando si fa confusione tra autorealizzazione e successo secondo tutti, questa vita rischia di fallire, di tradire se stessa, di non dare frutto, il proprio frutto. Quando si procede coprendo la propria responsabilità di ogni proprio gesto e movimento, camuffandone il senso, puntando il dito contro altro e altri, omettendo verifiche oneste su di sè, accade che il proprio sentire non taccia, ma contrappunti ogni movimento e cerchi di dare segnali impertinenti ma utili e puntuali per capire. Se infine la sofferenza prende piede non è per nuocere e non è affatto segno di patologia, è viceversa pungolo e richiamo, spinta potente a prendere coscienza, a iniziare a fare un lavoro finalmente serio su di sè, a comporre con se stessi l'unità e la consapevolezza che non ci sono. Siamo fatti non solo di ragionamento e volontà, siamo fatti di intimo sentire, di esperienza profonda, che dice, che continuamente dice, che ci dà spunti e pungoli di conoscenza nelle emozioni e negli stati d'animo, che ci dà guide di pensiero nei sogni. La maggioranza di noi vive arroccata nella parte cosiddetta conscia e convive con fatica e spesso con atteggiamento diffidente e sordo con l'altra parte, intima, del sentire. Costruire rapporto dialogico e rispettoso con la parte intima è necessità primaria, in genere sottovalutata, anzi incompresa. Perciò, non capendo ciò che l'intimo sentire dice e propone, respingendolo e giudicandolo insano quando dà spinte e proposte difficili o dolorose, non immediatamente comprensibili, ma non per questo incomprensibili o insensate, si finisce per squalificarlo come male, come malattia, come bestia nera da mettere a tacere. Perciò si parla di cadute e di ricadute. Costruire rapporto col proprio intimo sentire è possibile, creando ascolto e dialogo, unità dove ora c'è rottura e incomprensione, diffidenza e paura, paura di se stessi. Con l'aiuto necessario il cambiamento è possibile.

mercoledì 21 maggio 2014

Spettatore o artefice

La condizione dello spettatore, che si fa dire e consegnare contenuto e senso della vita (della propria vita) da ciò che pare già disegnato e dato là fuori (la cosiddetta realtà), che cerca nella mentalità comune e nel turbinio di cose, di notizie e offerte varie per sapere/ istruirsi /divertirsi/ realizzarsi le proprie occasioni ed espressioni, che cerca di segnalarsi agli occhi degli altri come questa fosse la massima conquista, è la condizione che da molti e in genere è ritenuta sana, oltre che scontata. Come se vivere fosse solo usare, imitare, inseguire, dare prova ad altri, lasciando a sè solo parte passiva, di adeguamento, di rincorsa. In sostanza è proprio in questa "normalità" che ci si ritrova ad essere spettatori di un discorso sulla vita, che sembra già scritto e fatto. La propria interiorità però, in simili condizioni, non di rado non sta quieta. Sensazioni, anche dolorose ed insistenti, tentano di far presa sull'individuo, di strapparlo al passivo corso, cercano di fare da guide per aprire gli occhi, per cominciare a sentire sè, a percepire la propria condizione, a riconoscere l'incatenamento al dato, l'adesione automatica, la preminenza dello sguardo e del giudizio altrui rispetto al proprio. Il proprio intimo sentire sa far cogliere non di rado quanto si sia divisi da se stessi, quanto si sia precari, inconsistenti e infelici in quella condizione di gregari, anche se di qualche successo, dietro a un tutto già definito e dato. Ansietà e timori, smarrimento, esitazioni e intoppi, scoramento, svuoto di passione vera, di convinzione profonda, di fiducia fondata, serpeggiano e via via non danno tregua. L'interiorità a volte fa la voce grossa, la sofferenza si acuisce e segnala come un evidenziatore le aree critiche, la verità che non si vuole vedere. A volte sferra colpi durissimi, come gli attacchi di panico, l'orrore di luoghi affollati, per tagliar le gambe, per farla finita di inseguire automaticamente altro, per cercare di imporre all'attenzione sè e l'intimo e non la gente o la piazza. Se, come spesso accade, queste sensazioni vengono viste pregiudizialmente come disturbo e impedimento al  vivere, se ci si limita a cercare espedienti per metterle a tacere e per levarsele di torno, se ci si accontenta dello sfogo e della consolazione di sapere che anche altri patisce, come si patisse un'affezione, una malattia, certamente con le proprie sensazioni un rapporto, un dialogo vero non si aprirà mai. Imparare ad ascoltarsi e a capirsi attraverso le proprie sensazioni sarebbe la conquista da fare, scoprendo che finalmente si può diventare protagonisti di una presa di coscienza, della costruzione di un pensiero proprio, sentito fin nelle viscere. Per fare delle proprie sensazioni l'occasione per cominciare ad aprire occhi e per non essere spettatori impotenti di un discorso sulla vita ( sulla propria vita) già allestito e fatto, bisogna fare un gran lavoro, essere aiutati a farlo, possibilmente da chi non abbia in mente solo di dare medicine o consigli toccasana per rimettere tutto a posto in fretta, per tornare a fare gli spettatori. E' possibile iniziare a vivere davvero. E' possibile partendo dalla crisi, non scrollandosela di dosso, ma prendendola sul serio, seria occasione per costruire e dare forma a quello che nella normalità non c'è, a se stessi, a ciò che fa la differenza tra l'essere spettatori e l'essere davvero artefici del proprio cammino, protagonisti della propria vita.