domenica 25 maggio 2014

I sogni: motore di pensiero e di cambiamento

I sogni sono l'espressione e il prodotto dell'attività di pensiero del nostro profondo. E' pensiero di qualità diversa da quella comunemente messa in opera dalla nostra parte conscia. E' pensiero riflessivo, che cerca di cogliere e di rappresentare i nostri modi di procedere, a cosa ci affidiamo e cosa cerchiamo, come soprattutto ci mettiamo o non ci mettiamo in rapporto con ciò che sentiamo, che viviamo interiormente. I sogni ci mettono allo specchio, ci consentono di riflettere finalmente su di noi, di "vederci" non in superficie e nell'apparenza, ma nell'intimo vero. Diversamente dal modo che seguiamo abitualmente di procedere, in cui cerchiamo principalmente di trovare soluzioni, in cui spesso diamo per scontati o ci accomodiamo i significati e non ci curiamo di vedere cosa c'è veramente in gioco nella nostra esperienza, cosa significa quel che stiamo facendo, cosa ci spinge, i nostri sogni cercano e mostrano con estremo acume il senso. I sogni ritraggono con cura cosa si sta muovendo in noi e cosa accade nell'incontro tra spinte e iniziativa profonde e tendenze e modi abituali, tra il nostro profondo e la parte di noi stessi, quella dei pensieri e dell'agire consci, in cui siamo abitualmente collocati e confinati. Non sono rari ad esempio i sogni in cui si è vittime di inseguimenti o di ladri o di altre più o meno oscure presenze, che paiono nemiche. Sono presenze che ben lungi dall'essere esterne a noi, sono la rappresentazione di ciò che dal nostro profondo vuole intervenire e interferire con forza nella nostra esistenza.  Sono vissute come tali, come minaccia solo dalla parte di noi che non accetta di far spazio al profondo ( vissuto come elemento intruso, estraneo e minaccioso), dalla parte che teme di confrontarsi col sentire e che non vuole accettare di perdere convinzioni inveterate e sicurezze fasulle e altro. Ci sono sogni che descrivono cadute e vertigini, rischio di precipitare nel vuoto, rendendo tangibile la paura di perdere la posizione sospesa, perchè tale è la posizine in cui ci manteniamo quando non entriamo minimamente in rapporto col vissuto, col nostro sentire, che è in grado di darci la terra sotto i piedi, il contatto vivo con noi stessi e con ciò che realmente sta accadendo. I sogni segnalano poi, senza fare sconti, ciò che ci manca, che di sostanziale, fatte salve le illusioni, ancora non ci appartiene, ciò che ci spetta di cercare e di costruire. Sogni che insistono ad esempio nel riproporre esami di maturità, prove scolastiche, che pur nella realtà già superate, tornano nell’esperienza notturna come assillo dell’oggi. L’inconscio vuole ricordare e spingere a riconoscere che la maturità, non come facciata e maschera, ma come sostanza è conquista ancora da fare, questione aperta ed attualissima. Ho portato pur in modo assai semplificato e discutibilmente paradigmatico questi esempi ( i sogni vanno analizzati e compresi ogni volta nel loro originale e unico) per far capire dove possono spingere a rivolgere attenzione i sogni e per far intendere il tipo di linguaggio, simbolico, usato dall'inconscio per ritrarre la nostra situazione interna. I sogni sono un patrimonio di incommensurabile valore, capaci, se saputi comprendere e valorizzare, di darci conoscenza vera e fondata, di guidarci in cambiamenti profondi, che ci potrebbero restituire noi stessi, la consapevolezza di ciò che più intimamente ci appartiene.  Ci porterebbero a capire lucidamente quanto l'insieme della nostra esperienza interiore sta proponendo. Quando un individuo vive situazioni di malessere e di sofferenza interiore, fatica a comprendere il senso, le ragioni di ciò che sta vivendo, in genere lo teme, lo maledice. E' proprio la parte profonda, la stessa che genera i sogni, a smuovere la situazione interiore, per far pressione, per invitare all'occorrenza anche con mezzi forti, vedi ad esempio gli attacchi di panico, a riconoscere in modo drammatico, attraverso il senso di smarrimento e di insicurezza estreme anche rispetto alle proprie funzioni vitali, il proprio abituale scollamento e lontananza dalla propria interiorità, da tutto ciò che si muove e vive dentro se stessi, per spingere a sentire in modo urgente la necessità di cura da rivolgere a se stessi. Il profondo, che tiene vivo il malessere per rendere acuta la percezione della crisi e della necessità del cambiamento, è anche pronto attraverso i sogni a dare una guida affidabilissima e luminosa per cominciare a capire e a lavorare efficacemente su se stessi. I sogni di cui non va dimenticato che usano il linguaggio simbolico e non concreto, sono l'espressione più alta e matura della nostra umana capacità di pensiero, un pensiero utile per vedere con i nostri occhi, un pensiero riflessivo, un pensiero creativo e fecondo.

A proposito di cause remote e di traumi infantili

Dico subito che se ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino, perciò importante, va però saputa riconoscere e rispettare in ciò che nel suo accadere ha mosso dentro di noi, in come è stata vissuta, per coglierne il vero significato.  Quanto al fatto che disagi e malesseri attuali siano la automatica e semplice conseguenza di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito familiare  o di veri e propri traumi infantili, più o meno rimossi, va riconosciuto che questa è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica.  Soprattutto è ipotesi e spiegazione cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito e ostacolo al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare nella propria storia da qualche parte la causa del “male“. Un simile modo di pensare ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, ad esempio a problemi di lontananza da sè, di mancata unità tra il proprio pensare e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti, più coerente con altro che con se stessi. Vivere in simbiosi con altro fuori di sé è infatti una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere che tutto vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata comunemente. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del "normale", l'orrore di non stare al passo con altri, il rifiuto immediato di accogliere ogni richiamo o freno o intralcio che venga da dentro. C’è un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che costerebbero per essere raggiunte passaggi interni difficili, che richiederebbero saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire. Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio, che da giustificare in ragione di traumi subiti e pregressi. Il malessere interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicare come malate e incasellate nei vari tipi e sottotipi, per farne oggetto di prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da costruire il nuovo, che non c’è mai stato e che non c’è, che trovare una remota causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo "star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita vera. 

sabato 24 maggio 2014

Cadute e ricadute

In riferimento a situazioni di crisi e di sofferenza interiore, che si riaccendono nel tempo, si parla spesso convenzionalmente di cadute e di ricadute. Si usano non casualmente queste espressioni, perchè di ciò che si prova, che si sperimenta interiormente, non si comprende il senso, perchè lì dentro non ci si riconosce, perché lì dentro si vede solo disordine e danno. Diventano, le si fa diventare per paura e diffidenza,  esperienze cieche, verso cui c'è solo ostilità e pregiudizio, nessun incontro, nessuna intesa. Il nostro sentire dice, infilandoci in corsi d'esperienza difficili, dolorosi ci vuol far capire cose di noi e per noi essenziali e utili, ma la reazione è di considerarlo anomalo, patologico, sbagliato, solo perchè non ci allieta e non ci dà conferma, solo perchè diverso. Il nostro sentire siamo noi, è voce nostra, è sensibilità e intelligenza nostra, è volontà nostra di non tacerci verità spesso eluse e mai comprese, anche scomode, ma utilissime, è volontà di trasformare, anche radicalmente, lo stato del nostro pensare e procedere, è passione di libertà e di unità con noi stessi. Il nostro sentire ha forza e onestà di smuovere, di rompere la continuità, di segnalare un'urgenza interiore, di metterci sul chi va là, di impegnarci in un lavoro alla radice per evitare, procedendo incuranti, di andare a sbattere in fallimenti. Quando una vita rimane ad esempio ispirata all'adattamento, alla rincorsa dell‘approvazione, al fare ciò che fan tutti, al considerare legge la normalità, quando si fa confusione tra autorealizzazione e successo secondo tutti, questa vita rischia di fallire, di tradire se stessa, di non dare frutto, il proprio frutto. Quando si procede coprendo la propria responsabilità di ogni proprio gesto e movimento, camuffandone il senso, puntando il dito contro altro e altri, omettendo verifiche oneste su di sè, accade che il proprio sentire non taccia, ma contrappunti ogni movimento e cerchi di dare segnali impertinenti ma utili e puntuali per capire. Se infine la sofferenza prende piede non è per nuocere e non è affatto segno di patologia, è viceversa pungolo e richiamo, spinta potente a prendere coscienza, a iniziare a fare un lavoro finalmente serio su di sè, a comporre con se stessi l'unità e la consapevolezza che non ci sono. Siamo fatti non solo di ragionamento e volontà, siamo fatti di intimo sentire, di esperienza profonda, che dice, che continuamente dice, che ci dà spunti e pungoli di conoscenza nelle emozioni e negli stati d'animo, che ci dà guide di pensiero nei sogni. La maggioranza di noi vive arroccata nella parte cosiddetta conscia e convive con fatica e spesso con atteggiamento diffidente e sordo con l'altra parte, intima, del sentire. Costruire rapporto dialogico e rispettoso con la parte intima è necessità primaria, in genere sottovalutata, anzi incompresa. Perciò, non capendo ciò che l'intimo sentire dice e propone, respingendolo e giudicandolo insano quando dà spinte e proposte difficili o dolorose, non immediatamente comprensibili, ma non per questo incomprensibili o insensate, si finisce per squalificarlo come male, come malattia, come bestia nera da mettere a tacere. Perciò si parla di cadute e di ricadute. Costruire rapporto col proprio intimo sentire è possibile, creando ascolto e dialogo, unità dove ora c'è rottura e incomprensione, diffidenza e paura, paura di se stessi. Con l'aiuto necessario il cambiamento è possibile.

mercoledì 21 maggio 2014

Spettatore o artefice

La condizione dello spettatore, che si fa dire e consegnare contenuto e senso della vita (della propria vita) da ciò che pare già disegnato e dato là fuori (la cosiddetta realtà), che cerca nella mentalità comune e nel turbinio di cose, di notizie e offerte varie per sapere/ istruirsi /divertirsi/ realizzarsi le proprie occasioni ed espressioni, che cerca di segnalarsi agli occhi degli altri come questa fosse la massima conquista, è la condizione che da molti e in genere è ritenuta sana, oltre che scontata. Come se vivere fosse solo usare, imitare, inseguire, dare prova ad altri, lasciando a sè solo parte passiva, di adeguamento, di rincorsa. In sostanza è proprio in questa "normalità" che ci si ritrova ad essere spettatori di un discorso sulla vita, che sembra già scritto e fatto. La propria interiorità però, in simili condizioni, non di rado non sta quieta. Sensazioni, anche dolorose ed insistenti, tentano di far presa sull'individuo, di strapparlo al passivo corso, cercano di fare da guide per aprire gli occhi, per cominciare a sentire sè, a percepire la propria condizione, a riconoscere l'incatenamento al dato, l'adesione automatica, la preminenza dello sguardo e del giudizio altrui rispetto al proprio. Il proprio intimo sentire sa far cogliere non di rado quanto si sia divisi da se stessi, quanto si sia precari, inconsistenti e infelici in quella condizione di gregari, anche se di qualche successo, dietro a un tutto già definito e dato. Ansietà e timori, smarrimento, esitazioni e intoppi, scoramento, svuoto di passione vera, di convinzione profonda, di fiducia fondata, serpeggiano e via via non danno tregua. L'interiorità a volte fa la voce grossa, la sofferenza si acuisce e segnala come un evidenziatore le aree critiche, la verità che non si vuole vedere. A volte sferra colpi durissimi, come gli attacchi di panico, l'orrore di luoghi affollati, per tagliar le gambe, per farla finita di inseguire automaticamente altro, per cercare di imporre all'attenzione sè e l'intimo e non la gente o la piazza. Se, come spesso accade, queste sensazioni vengono viste pregiudizialmente come disturbo e impedimento al  vivere, se ci si limita a cercare espedienti per metterle a tacere e per levarsele di torno, se ci si accontenta dello sfogo e della consolazione di sapere che anche altri patisce, come si patisse un'affezione, una malattia, certamente con le proprie sensazioni un rapporto, un dialogo vero non si aprirà mai. Imparare ad ascoltarsi e a capirsi attraverso le proprie sensazioni sarebbe la conquista da fare, scoprendo che finalmente si può diventare protagonisti di una presa di coscienza, della costruzione di un pensiero proprio, sentito fin nelle viscere. Per fare delle proprie sensazioni l'occasione per cominciare ad aprire occhi e per non essere spettatori impotenti di un discorso sulla vita ( sulla propria vita) già allestito e fatto, bisogna fare un gran lavoro, essere aiutati a farlo, possibilmente da chi non abbia in mente solo di dare medicine o consigli toccasana per rimettere tutto a posto in fretta, per tornare a fare gli spettatori. E' possibile iniziare a vivere davvero. E' possibile partendo dalla crisi, non scrollandosela di dosso, ma prendendola sul serio, seria occasione per costruire e dare forma a quello che nella normalità non c'è, a se stessi, a ciò che fa la differenza tra l'essere spettatori e l'essere davvero artefici del proprio cammino, protagonisti della propria vita.