domenica 29 giugno 2014

Bloccati o zoppi per imparare a camminare

 Sembra maledizione, castigo o disgrazia la sorte cui pare voler piegare il malessere che interiormente blocca, toglie spinta, crea ostacolo o vero e proprio impedimento all'andare, al fare, al libero, disinvolto agire e interagire col mondo esterno. Sembra una sciagura, anzi a chi vive una simile esperienza pare evidente che lo sia e le persone attorno in coro probabilmente gli darebbero conferma. Ansietà, picchi di angoscia e panico, rovelli e labirinti di indecisioni e dubbi, timori, senso di svuoto e perdita di interesse, disagio nel ritrovarsi con se stessi, quasi estranei e irriconoscibili, senso di distacco da un reale (cosiddetto reale, fatto di cose e di situazioni esterne) che comincia a scolorire, ad apparire estraneo, lontano. Ho portato qualche esempio di esperienze interiori non certo facili, vissute spesso come seri intralci, come oscura minaccia, come nemica presenza dentro sè, che pare solo togliere e distruggere. Il senso della vita e del proprio benessere e beneficio sembra dire che si è finiti in un tunnel, precipitati in un pantano, da cui urgerebbe uscire il più in fretta possibile, per non perdersi, per non vedersi emarginare dalla vita, per tornare a respirare e a provar sollievo o sensazioni positive. Eppure spesso, a ben guardare, di sé, a parte la foga di procedere, di non perder colpi, di stare al passo, di non farsi tagliare fuori, di voler ben presenziare e di non far brutte figure con gli altri, c’è poco, anzi nulla di veramente conosciuto e riconosciuto come proprio. Per conoscerlo non si può certo restringere il campo e far leva solo su ragionamenti e petizioni di principio, bisognerebbe respirare a pieni polmoni se stessi, aprire per intero al proprio essere, tener conto del proprio sentire vero senza limitazioni. E’ ben qui che si è inserito il profondo, l’inconscio, l’interiorità viva, che dà tutto il sentire, che ha cominciato o che da tempo insiste nel consegnare un’esperienza interiore tutt’altro che facile. E’ un’esperienza interiore che non dà sostegno, che ormai non dà manforte all’andar via e spediti, al fare per fare, al consueto inseguire quello che, come fan tutti, sembra desiderabile e interessante, adeguato e bello, anzi lo intralcia. La propria interiorità non si fa illudere e abbagliare, non sottovaluta comportamenti solo imitativi e gregari, non lascia passare la tendenza a far proprio il programma segnato da idee e da aspirazioni comuni come fosse progetto di vita proprio, non chiude un occhio sul non saper nulla di sé. Se l’interiorità, se l’inconscio azzoppa o blocca, è proprio per far sì che si cominci a rendersi conto di come si procede, per far sì che si  impari a vedersi, a non andare a testa bassa, a guardare dentro di sè per capire da cosa si è mossi, quali sono i vincoli e i punti d’appoggio, spesso tirati e offerti  più da fuori che da dentro se stessi, più da regole e persuasioni comuni che da proprie scoperte e convinzioni fondate. Insomma l’inconscio azzoppa perché si prenda coscienza del modo in cui ci si trascina, spesso lontani da sé e senza guida e fondamento propri, perché si impari davvero a camminare, dotandosi di capacità d’orientamento, di scoperta di propri perchè e di proprie mete, di proprio senso dell'agire e del realizzare, di capacità di sostenere e di nutrire di passione, di tenacia e di convincimento, pur, come può accadere, in assenza di conferme e di sostegni esterni, scelte concepite da sè e comprese fin dalla radice, in accordo con se stessi per intero. Sono risposte e condizioni nuove che non si può pretendere di ritrovarsi in tasca già fatte e a pronto uso, devono essere cercate e coltivate. L'inconscio, senza far tanti complimenti, col malessere che blocca, detta la priorità: il dentro e il lavoro su di sè, prima del fuori. Pronto a sostenere la ricerca, a indirizzarla e a nutrirla in modo sostanziale, particolarmente con i sogni, l'inconscio dà occasione di assumere la responsabilità di aprire o meno il cantiere della ricerca (in caso affermativo, procurandosi l'aiuto necessario). In ogni caso l'inconscio non tace il problema, non accetta di lasciar prevalere la ragione dell'andare avanti purchessia e con finta completezza di mezzi su quella della conquista dell'autonomia vera.

giovedì 26 giugno 2014

Le ragioni del malessere

Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore, questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o indotto da circostanze e da condizionamenti  sfavorevoli, che sia la manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro o guasto. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna, intima, profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione a se stessi siano questioni centrali e esigenze prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo, risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto. Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale, chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena, senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia, depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è  traduzione meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè, nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a se stessi e al proprio mondo interiore,  risolversi a cercare rapporto, ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica, all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta l’esperienza interiore disagevole,  per rendersi conto (sempre meglio via via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto, che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri, come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare, senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare pazientemente con se stessi, nuove scoperte,  originali e utili, anzi essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento, che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali". Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo, come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè, deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate, non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi.  Procedere in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere. Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a  far vedere dov’è la ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito, con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e sofferto, vive oggi  interiormente, da cercare causa o fattore avverso di cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo sentire oggi dice e fa vedere di se stessi.  C'è da intendere ciò che la propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene,  prima di tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni, di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva. Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento della propria salvezza, del proprio vero benessere.

lunedì 2 giugno 2014

A te, che vuoi capirti

Vivere appieno un'esperienza interiore, un'emozione, uno stato d'animo, un vissuto è certamente la base e la premessa per intendere, per capire, rendendoti partecipe, lasciandoti segnare da ciò che senti, condividendolo con la tua interiorità. Il tuo sentire è la base del tuo capire, sentendo fai intima esperienza, tocchi con mano. Se oltre a concederti, a farti tutt'uno e a farti segnare dal tuo sentire, impari a prendere distanza per vedere cosa stai provando, cosa sta prendendo forma nel tuo sentire, cosa stai intimamente sperimentando ( tutto questo lo possiamo chiamare riflessione), ecco che crei una situazione del tutto nuova di rapporto con te, non di fuga, non di pregiudizio, non di scissione tra ciò che pensi e vuoi e ciò che senti, ma viceversa di unità dialogica con te stesso. Il tuo sentire, comprensivo di ciò che chiami ansia ( o d'altro che ti è interiormente disagevole)  è parte di te, è modo vivo della tua interiorità di calarti in qualcosa, per farti vedere, intendere, capire. Se hai un pregiudizio negativo sul tuo sentire, solo perchè è disagevole e in partenza te ne vuoi sbarazzare, considerandolo inutile, immotivato, dannoso, patologico, certamente chiudi a qualsiasi possibilità di dialogo, ti privi di un apporto vitale, che, se sapessi ascoltare e comprendere, potrebbe rivelarsi tutt'altro che inopportuno, inutile o deleterio. Aggiungo che definire, ad esempio,  ansia un'esperienza interiore è spesso un modo sbrigativo di liquidarla. Vivere viceversa quel singolo momento e cercare di vedere con attenzione cosa senti, dandogli il volto che ha compiutamente, con parole che lo descrivono fedelmente, significa valorizzare quell'esperienza, non fare di ogni erba un fascio, rendendola uguale ad altre, banalizzandola. Spesso si è prigionieri dell'idea che l'esperienza interiore disagevole vada prima di tutto combattuta, senza tanti indugi con farmaci o che vada evitata, sminuita, con atteggiamenti di fuga, sostituendola con altro, svagandosi. Tentativi destinati a fallire, l'interiorità, per convinto e insopprimibile senso di necessità, non accetterà di essere zittita o scansata, tornerà a smuovere, a "disturbare". Se il tuo sentire vuole dirti e calarti in qualcosa, testimoniarti, darti la percezione di qualcosa da intendere assolutamente, agirgli contro è come voler soffocare una consapevolezza intima, è come boicottare un modo di volerti portare con i piedi per terra, nella consapevolezza di qualcosa che non va oscurato. Lo star bene ad ogni costo, inteso come liberazione dal sentire attuale e vivo, rischia di tradursi nel non voler aprire gli occhi, nel bloccare tutto, nel voler solo una quiete fine a se stessa, che nel tempo non ti darebbe che impotenza e incapacità di governo della tua vita, uno svuoto di idee e di consapevolezza, una desertificazione dell'animo capace solo di farti inseguire gli altri, di farti concepire la vita unicamente come uniformità al solito e comune, come "normalità". C'è chi ammette che il sentire sofferto possa avere un significato e però lo intende come la meccanica conseguenza di una causa, pensa che sia il segno, la conseguenza di qualcosa, esterno a sè, che sta agendo o che ha agito sfavorevolmente contro se stesso. Si parla spesso e volentieri di stress, del possibile influsso negativo di cause attuali o, preferibilmente, remote. Anche qui non si cerca quell'incontro aperto, rispettoso e dialogico col sentire di cui dicevo all'inizio. Si cercano spiegazioni, si fanno lunghi giri per cercare da qualche parte nella propria storia  una plausibile causa e, una volta scovata, si confeziona il teorema che quello è il motivo dell'ansia, della sofferenza. Contento il terapeuta, contento il paziente, ma il sentire eccolo là presto, dopo momentaneo sollievo, intatto e inascoltato, ancora corpo estraneo con cui non si riesce a entrare in rapporto aperto, utile, fecondo, ancora incapaci di capirsi dentro e attraverso il proprio sentire, purtroppo ancora allontanato, dissociato da sè. Si dice allora che si è imparato a capire il perchè dell'ansia, a gestirla meglio, ma la fragilità del rapporto con se stessi e la paura di sè rimangono, l'estraneità rimane, l'incomunicabilità con se stessi, col proprio sentire, tale e quale a prima. Il sentire, cui si è cercato di dare una causa, senza ascoltarlo, voleva e continua a premere e a chiedere ascolto per proporre, per far capire di se stessi cose essenziali, per far fare passi avanti utili e necessari. Dunque, se vuoi davvero capirti,  è fondamentale che impari ad aprirti al tuo sentire, ad ascoltarlo per davvero, a lasciarlo dire, a raccoglierne l'intima proposta, cosa ben diversa dal mettergli sopra spiegazioni, trattandolo come oggetto temibile da disarmare o da tenere a bada. Potresti imparare a costruire unità piena e dialogica con te stesso. Potresti essere aiutato in questo.

L'intelligenza del sentire

Il desiderio di star bene, quando non sia inteso, come non poche volte capita, come desiderio di uno stato di quiete e di silenzio interiore, quando aspira a fondarsi su vera unità, su fiducioso e pieno legame con se stessi, necessariamente deve rimettere in discussione il ruolo e l’importanza attribuiti al sentire. Il sentire non è e non può essere plasmabile a piacimento, il sentire non è e non può essere ingenuo. La felicità ad esempio è un sentimento maturo e intelligente, non può sposare o esaltare qualsiasi cosa, incurante di ciò che è, che racchiude, che vale. Tutto il nostro sentire è intelligente, più di quanto non sia il nostro pensare e argomentare, che tanto ci sembra a volte capace e convincente, ma che non disdegna di ripetere cose sentite dire, di cercare quadrature di comodo o di rincorrere pii desideri. Il sentire, non quello artefatto e rifatto, ma quello spontaneo, autentico e vero, è autonomo nei suoi movimenti, nelle sue espressioni e proposte, non è docile alle pretese di chi lo vorrebbe sempre solidale e “positivo”.  Sembra a molti una regola indiscutibile quella che vorrebbe allineare il proprio sentire alla cosiddetta normalità.  I punti di forza del ragionamento, così diffuso e insistito da diventare una specie di litania, è che tutto ciò che interiormente si presenta difficile, insolito e doloroso, è un disturbo, una anomalia da correggere, un impedimento sciagurato a essere come prima, normali ecc. Tutti a maledire ansia, disagi, pene e difficoltà che sulla scena interiore non di rado tengono banco, che impediscono di tirar dritto come prima, che intralciano il legame con l'esterno, che obbligano ad avere come prima preoccupazione se stessi, il proprio stato, che tengono afferrata l'attenzione agli svolgimenti interni. Nulla interiormente succede per caso, c'è una parte di noi stessi che non è incurante o disattenta al nostro stato, senza nulla concedere a sviste e a autoinganni, a impazienza o a semplificazioni. C’è una parte di noi, profonda, la si può chiamare inconscio ( che non significa cieco e primitivo, poco incline al veder chiaro e puntuale, al veder lungo e ampio, anzi!!), che se vede la nostra attuale inconsistenza non se la tace e non ce la manda a dire, che se siamo solo inclini ad andar dietro alla corrente, a investire in ciò che altri considera valido e degno, col rischio di far vita gregaria o di fallire le nostre direzioni e i nostri scopi, non sta certo a dormire. L'anagrafe da sola  non rende adulti, la scuola, gli studi e le letture rendono cresciuti in conoscenza e in consapevolezza si fa per dire, le esperienze non sono di per sè e in automatico maestre di vita, soprattutto quando non si è capaci di riflettere, di cogliere l'intimo significato di ciò che si muove in noi e che sentiamo. Questo per dire che troppo spesso ci si fa l'illusione di essere già arrivati, che non ci sia nulla di fondamentale da rivedere e da costruire per ciò che riguarda conoscenza di noi stessi e maturo possesso di capacità di guidarci. Chi, in presenza di disagi e di sofferenze interiori, invoca subito il diritto di spazzare via l'ostacolo interiore definendolo una disgrazia, una patologia, un impedimento da abbattere e una distorsione da correggere ed annullare, crede che tutto di sè sia già a posto, che non vada perso il legame con l'esterno, la possibilità di fare, pretendendo fiducia e ottimismo, senza insicurezze ed altro. Il nostro sentire è intelligente ed è espressione della parte più intelligente e meno abbindolabile di noi, meno incline a far coro con chi dice che basta farsi coraggio, che tutto va solo preso e proseguito come tutti e che l'ansia e simili sono solo stramaledetti nemici, un'idiota zavorra, un insieme di irrazionali timori o di sbagliati atteggiamenti e modi di pensare. Se tutto andasse davvero bene e per il verso giusto perchè mai il nostro intimo e profondo sguardo e sentire non dovrebbero confermarlo e sostenerlo? La felicità come la fiducia, il fondato veder chiaro della consapevolezza, non sono cose qualsiasi, un diritto o altro che si possa rivendicare e avere gratuitamente, a meno d’essere deficienti, a meno di farsi andar bene tutto, anche la propria illusione. A noi serve avere davvero consapevolezza, legame con noi stessi, capacità di capire e mettere assieme cose valide, comprese da noi, vicine a noi stessi. Tutto questo non lo si ha per diritto naturale o perché in qualche modo ci si è dati da fare. Interiormente non ci tacciamo nulla e, casomai creando allarme e facendoci sentire sonori scricchiolii, cerchiamo di prendere atto che siamo mancanti. La fiducia degli altri possiamo a volte astutamente accaparrarcela, ma quella nostra verso noi stessi è faccenda più seria, perché da un lato una parte di noi non si lascia illudere e perché dall’altro spinge e sprona per costruire quello che non c’è e che, solo se fatto bene e con pazienza, potrà farci sentire davvero intimamente confermati e fiduciosi. Il nostro sentire non è ingenuo.

Rigenerare il pensiero

Non c'è altro mezzo per rigenerare davvero i nostri pensieri che non sia legarli a filo doppio, di fedeltà e passione, al nostro sentire e non una tantum, ma sempre. Quando i pensieri viaggiano scissi e distanti dal sentire intimo, considerandolo casomai roba inaffidabile che non serve a capire o che toglie lucidità al ragionamento, accade che o cerchino di fare acrobazie impossibili o che, più facilmente, ricadano nel già conosciuto e in ciò che, unanimemente o quasi, è considerato realistico. Non è un caso che il sentire dentro di noi spesso alzi la voce e provochi. In genere la cosiddetta ansia e tutto ciò che in svariati modi ed espressioni  interiormente capita di patire, sono considerati fastidi o malattia. Che siano l'invito, senza far tanti complimenti, a mettersi finalmente con i piedi per terra, sulla terra dei propri vissuti, richiamando attenzione e pensiero a occuparsi di esperienza vissuta, di materia viva, tutt'altro che futile o astratta? Se ben ascoltati l'esperienza interiore, il sentire, le emozioni, gli stati d'animo, tutti senza esclusioni, dicono, tracciano percorsi vivi , propongono e in modo affatto impreciso, sbilenco o insensato. Anzi sono davvero l'unica opportunità per vedere e per vedere nuovo, non cessano mai di spingere e di condurre verso ciò che va assolutamente conosciuto, pena il rischio di rimanere sospesi e in balia del pregiudizio, di idee incallite, di idee date per scontate, che il coro unanime o quasi vorrebbe uniche e univoche. Senza idee fondate su di noi, guidate e alimentate dal nostro sentire, coerenti con noi e in continuo divenire e crescita, finiamo per non avere alternativa al pensare la vita come cosa già più o meno chiarita e detta e per accodarci al "normale", di pensieri e scelte.