martedì 15 luglio 2014

L'analisi: chi conduce chi

E’ motivo di sorpresa per chi inizia il percorso analitico ritrovarsi non già nella posizione di chi col ragionamento cerca di condurre il discorso, di dirigere l’attenzione verso ciò che considera interessante, centrale per capire se stesso, ma nella posizione di chi è guidato da una parte di se stesso fino ad allora trattata e pensata più come oggetto che come soggetto di discorso. Compiere questa inversione è fondamentale e apre uno scenario totalmente nuovo. Chi arriva in analisi è convinto di poter individuare già le questioni e i nodi cruciali che lo riguardano. L’aspettativa è di mettere in luce soprattutto fattori condizionanti, motivo di ostacolo, di impedimento, di aggravio di malessere. L’inconscio è in grado di indirizzare in modo del tutto nuovo e inatteso la ricerca su se stessi. Se gli si dà spazio e parola l’inconscio sa dire e orientare la ricerca. Lo fa magistralmente con i sogni. Esercita inoltre la sua funzione guida regolando tutto il corso del sentire, della vicenda interiore. Nulla di ciò che viviamo interiormente è casuale, è accidentale e basta. Se si porta attento sguardo sul sentire, si può vedere ciò che il vissuto, lo stato d’animo, l’emozione scrive e descrive, delinea, accentua, evidenzia. A far la differenza è la capacità di osservazione, di tenere a freno il commento e la spiegazione, per arrivare viceversa e gradualmente alla scoperta, alla comprensione. L’inconscio esalta la sua funzione guida nei sogni. Lì mostra capacità mirabile di condurre a vedere dentro se stessi, lì tutta la sua autonomia, maturità e profondità di sguardo e di pensiero. L’inconscio non è appiattito sulle cose, sulla visione preconcetta, è autonomo da vincoli, da aspettative della parte razionale, non è intrappolato dentro i circuiti di pensiero soliti e automatici. L’inconscio ha saputo e sa compiere lo stacco, vedere ciò che è coinvolto nella nostra esperienza e nel nostro procedere, i modi, i perchè, ciò che ci spinge, anche in ciò che tentiamo di eclissare o camuffare. L’inconscio non è interessato a risolvere e a venir a capo comunque e purchessia, vuole la visione nitida di quel che c’è in gioco, il senso, vuole che non ci nascondiamo a noi stessi. C’è nell’inconscio una tempra e una forza di iniziativa che possono davvero sorprendere chi non lo conosca, chi non si conosca in questa parte profonda di se stesso. Posso dire che l’inconscio, che da tanti anni ascolto in svariate vicende interiori e percorsi analitici, mostra una sorta di proprietà e di tratto che ricorre, pur nella diversità dei cammini, sempre unici da individuo a individuo. L’inconscio non accetta la fatalità del diventare passivi, dell’andar dietro, del modellarsi secondo altro, dell’insistere nella simbiosi con l’esterno come unica idea di vita. Si parla infatti spesso di realtà, di senso di realtà, riconoscendo come tale solo ciò che è esterno, concreto, già concepito, in qualche modo già sistemato, ordinato, fruibile, percorribile e dato. Reale è però qualsiasi movimento di presa di coscienza, di nuova conoscenza che partorisca qualcosa di nuovo, che faccia vivere qualcosa di inatteso. Siamo realtà noi stessi, se non ci mortifichiamo nella ripetizione d’altro, siamo realtà in ciò che possiamo generare nella presa di coscienza, far vivere dentro di noi e che da lì possiamo progettare, sviluppare. L’inconscio, che è la nostra stessa matrice, ciò che siamo e che abbiamo potenziale di comprendere, di tradurre, di percorrere, di far vivere, di mettere al mondo, non compie la rinuncia, non accetta un’esistenza che non tenga conto di questa capacità di pensiero originale e di questa tensione creativa propria, un'esistenza che si riduca a fare il verso ad altro già detto, concepito e organizzato, a venerarlo come la Realtà cui aderire e su cui plasmarsi. Tanto malessere interiore che in varie forme scuote, disturba il quieto vivere, nasce da questa tensione profonda a non rinunciare mai a guardare dentro se stessi, a non dare nulla per ovvio, a non rinunciare a riconoscersi come soggetti, come artefici della propria vita. L’inconscio non dà comunque ricette pronte e ingenue  di cambiamento. L’inconscio non induce a compiere salti, non asseconda affatto la tendenza ad aggirare la difficoltà, l'interrogativo, a semplificare o a omettere. Il processo conoscitivo deve essere completo, maturo, responsabile, davvero capace di aprire gli occhi, di non ignorare, di trovare risposte valide e complete, per non fare illusori passi avanti o semplici fughe. L’inconscio non promuove cambiamenti fragili e contradditori, ambigui o insostenibili, nulli nella sostanza. L’inconscio è maestro e, sogno dopo sogno, svolge un’analisi completa, guida in un percorso conoscitivo originalissimo e nello stesso tempo di straordinaria lucidità, veridicità e profondità. Nulla, come l’inconscio nei sogni, sa essere altrettanto libero da ripetitività e da preconcetto, nulla sa coniugare in pari modo acume di sguardo, libertà e forza. L’inconscio esalta la vita, perchè esalta il pensiero, che sa cercare e riconoscere l'intimo significato vero, senza posa. L’inconscio è infaticabile e non cessa mai di dare spinta alla conoscenza, alla conoscenza che fa ritrovare il senso, che avvicina a se stessi, che rende capaci di incontro col respiro e con la complessità ricca della vita. Non ho mai incontrato tanta indomabile voglia di aprire e di conoscere come  nell’inconscio. L’inconscio non fa sconti, non culla illusioni e autoinganni, la verità è sempre al centro delle sue cure, la verifica attenta passo dopo passo, combinata a eccezionale lungimiranza. Chi si affida al proprio inconscio ha la più affidabile delle guide e il miglior maestro per conoscersi, per conoscere, per arricchirsi. Una fonte interna, propria e straordinaria. Ignorarlo, vuoi per ignoranza del suo potenziale, vuoi per diffidenza, senza avere l’occasione di conoscerlo, come può accadere in una buona esperienza analitica, è davvero una occasione persa, l’occasione di arricchirsi di sé. Nel percorso analitico tutto, proprio tutto si scopre e si genera a partire dalla proposta e dall’iniziativa della parte profonda di se stessi. L’analista, che sa svolgere la propria funzione, consapevole di cosa può offrire all'altro aprendolo al rapporto col suo profondo, sa accompagnarlo nella ricerca, sa mettere al centro sempre la proposta che viene dall’inconscio, cui prima di tutto spetta parola e guida.

mercoledì 9 luglio 2014

La responsabilità della cura

C’è un  rischio di incuranza nella cura. L’incomprensione del significato dell’esperienza interiore, particolarmente quando questa assume caratteristiche ostiche, difficili, dolorose, complicate e inaspettate, il ricorso immediato all’impiego di categorie come normale o no, sano o malato, per sentenziarne e deciderne subito, senza ombra di dubbi, la qualità, il significato e il destino, può gettare le basi di una cura, che, pur con le dichiarate migliori intenzioni, rischia di tradursi nel suo contrario. Il nostro essere non è un insieme omogeneo. Nelle parti della nostra psiche che non sono regolate da controllo, da intenzionalità e guida razionale, nelle nostre emozioni, stati d’animo, spinte interiori, trova espressione e segnala la sua presenza una componente di noi affatto insignificante. Ciò che spesso crea problema è la dissonanza tra quanto pensiamo, giudichiamo utile, valido e desiderabile e quanto intimamente sentiamo, che casomai contrasta, non asseconda, non dà manforte e anzi sembra indebolire, intralciare la compattezza dell’agire, la sua linearità ed efficacia. L’idea che ci sia una parte irrazionale del proprio essere, che non sa stare nei ranghi, che non sa capire l’utilità o la necessità del proposito, sembra mettere a tacere l’incongruenza. Irrazionale, per chi adotta questo giudizio, significa poco lucido e attento, capriccioso, debole, scomposto, dettato da ragioni un po’ infantili, in balia di paure di troppo, di tentazioni di fuga o di ricerca d’altro, indisciplinato alla regola del puntare sullo scopo utile e vantaggioso, conveniente e dovuto. La supremazia e miglior affidabilità della guida e del controllo razionale sono in una simile impostazione, tutt’altro che infrequente, fuori discussione. Con una predisposizione negativa così intransigente e in apparenza convinta e convincente, la sorte che spetta alla componente interiore, quando avanza non casualmente e non senza fondamento proposta disagevole e dolorosa, è di essere combattuta e resa oggetto di pretese di normalizzazione, vuoi con i farmaci, chiamati possibilmente a togliere, zittire e rovesciare il quadro interiore, rendendolo non disturbante e conciliante, vuoi con psicoterapie direttive, in cui qualcuno detta il come del raddrizzamento e della normalizzazione, cercando di spianare, di abbattere paure o altro giudicato spazzatura, impedimento o distorto (disfunzionale nel gergo tecnico) modo di reagire e di pensare. Manipolazioni tutte suggerite come fossero valido e scontato prendersi cura di sé, ovvio andare verso il benessere. Nel sentire, nelle paure, nella complessa e difficile esperienza interiore, da subito distanziata da sé come minaccia, da subito trattata con sospetto e pregiudizio, c’è in realtà la guida fedele e saggia per ritrovarsi, per cominciare a calarsi con sguardo attento e intelligente, profondo e onesto dentro la propria vita, dentro i propri nodi da chiarire e sciogliere. L’interiorità non semplifica e non chiude gli occhi, dice e svela, dà il supporto per vedere e per comprendere, per compiere l’operazione nuova e inedita del capire se stessi, senza omissioni. I vincoli e i supporti su cui poggia la propria vita, il proprio modo di esistere trovano nel sentire complicato, penoso, pungente o afflittivo, modo di evidenziarsi. Spetta all’individuo, che voglia rendersi consapevole, libero e responsabile verso se stesso, guardare dentro il proprio modo di procedere, ciò che sta facendo di sé. L’interiorità vuole questo, vuole e dà supporto a una visione consapevole. Se l'individuo non ha dimestichezza con l'esperienza interiore, l'aiuto che gli serve è di essere sostenuto e accompagnato nell'avvicinamento a sè, imparando, anzichè a fuggire o a scaricare, a reggere la tensione di esperienze interiori sofferte per capire cosa gli stanno comunicando. Ciò che gli serve è di essere aiutato ad acquisire e a sviluppare capacità di ascolto, di sguardo riflessivo per vedere ciò che la sua interiorità gli sta svelando nel sentire, per comprendere ciò dentro cui, anche nei percorsi interiori più accidentati, l'intima esperienza lo sta calando, per comprenderne il senso. Il fatto che la richiesta iniziale di chi cerca aiuto sia di superare, di venir fuori dall'esperienza interiore dolorosa, non implica che assecondare o spingere verso la pretesa messa a tacere e normalizzazione sia sensato e favorevole all'interesse di chi è coinvolto da intima sofferenza. L’interiorità non si fa zittire dalla pretesa di tirar dritto con un bagaglio zero di comprensione vera. E’ irresponsabile rivolgersi all’interiorità come fosse deficiente, come fosse meccanismo da raddrizzare e da correggere, senza capire ciò di cui, intelligentemente e saggiamente, è promotrice e portatrice. E’ irresponsabile da parte del diretto interessato agirle contro e ancor di più da parte di chi pretenda di svolgere la funzione di curante, senza capire nulla del linguaggio interiore e di ciò che la sofferenza interiore vuole aprire e favorire, espressione di necessità vera e profonda. Nel tempo tutto ciò che si è fatto per zittire o per tenere sotto controllo l’esperienza interiore, si tradurrà nell'aver perso l’occasione del proprio ritrovarsi e crescere, del mettersi in mano la vita, la propria vita. Ci sono storie di individui che per anni e anni si impasticcano di ansiolitici o di antidepressivi pur di mettere a tacere e combattere ciò che ai loro occhi e con complicità di non pochi curanti è intesa e fatta vivere come una minaccia, un disturbo, una patologia. Triste destino di amputarsi della parte di sè, che, se compresa e resa anima e veicolo di presa di coscienza, saprebbe liberare se stessi e la propria vita dall’inutilità e dal fallimento. Parlo, senza mezzi termini, di fallimento pensando a una vita che non ha visto l’individuo ritrovarsi unito e in sintonia con se stesso, carico finalmente di consapevolezza dei propri veri mezzi e scopi. Se si mette mano al mondo interiore, parte preziosa e fondamentale della vita di un individuo, è necessario sapere cosa si sta facendo. Ci sono ad esempio oggi molti giovani, anche se la riflessione svolta sin qui non è certo limitata a loro, che da dentro se stessi ricevono sollecitazioni a avvicinarsi a sé, per prepararsi a compiere il cammino della vita non in modo passivo e sprovvisti di guida interna. Perciò il disagio interiore bussa presto alla loro porta. E’ in gioco qualcosa di importante, il destino di questi giovani, la loro possibile intesa e unità con se stessi, la crescita interiore, personale di cui hanno necessità e che non è certo già risolta. Spesso soli in ciò che internamente vivono e lontani ancora da sé, trovano nel loro malessere interiore la spia e la richiesta di calarsi in intimità con se stessi, di conoscersi, di capirsi, di non essere in balia di un procedere che va a rimorchio dei più e di ciò che è prevalente, che rischia di essere tale. Se la risposta non è l'aiuto ad avvicinarsi a se stessi e ad ascoltarsi, a scoprire e a valorizzare la loro interiorità, a trovare dentro e attraverso il loro sentire chiarimenti fondamentali e necessari, ma sono farmaci spazza via o tentativi di aggiustamento e di normalizzazione, come se le loro paure fossero insensate o frutto di cattivi adattamenti, il rischio di lasciarli di nuovo soli e senza guida interna è forte oltre che grave, anzi è fatale.

martedì 8 luglio 2014

Lo scambio

 Lo chiamerei misero scambio. E’ ciò che avviene quando si affida allo sguardo e al giudizio altrui il compito di stabilire ciò che di sé vale, che può considerarsi degno e all’altezza, perlomeno accettabile. Segnalarsi agli occhi degli altri, distinguersi, farsi apprezzare e comunque ottenere il beneficio del consenso o patire sensazioni di inadeguatezza e di non conformità, temendo censure e declassamenti, figuracce o senso di inferiorità, è ciò che vincola molti individui agli altri, allo sguardo e al giudizio altrui e comune. Soprattutto è ciò che fa sì che compito e funzione di far crescere, per davvero e su proprie basi, se stessi, di conoscersi e di capirsi prima di tutto, di scoprire dentro sè, per intima comprensione e verifica, ciò che vale, di trovar forza e persuasione di legittimarlo e passione di farlo vivere, sfugga di mano e abbia misera sorte. Misera e qualunque, una scorciatoia, un surrogato. Basta farsi dare buona considerazione, recitando bene la parte, mostrando di possedere cose, titoli e di aver fatto esperienze considerate distinte e accreditanti, per persuadersi di essere sulla buona strada o di essere arrivati a qualcosa. Farsi regolare e dirigere dall‘esterno, farsi premiare e dire da senso comune e da giudizio altrui è modo passivo e a buon mercato di risolvere la questione del capire da sé cosa ha valore e perché, di affrontare il nodo cruciale del proprio realizzare e realizzarsi, che richiederebbe ben altro impegno, che in cambio avrebbe tutt’altro peso e spessore, se affidato alle proprie forze e alla propria ricerca, tutt‘altra libertà di definirsi, di dare esiti e sviluppi. Se passivi si finisce per star dentro piste e corsie segnate, per attenersi a codice di comportamento dato, per far proprie le scelte e i traguardi già stabiliti. Misero scambio, baratto perdente, che chiude alla scoperta e alla costruzione di autonomia vera, quello che spesso si compie, senza dargli peso. Una pacca sulla spalla, un plauso e il conforto d’essere nel normale (conformi a ciò che la maggioranza pare pensi e prediliga), che riempiono, rassicurano e soprattutto illudono, invece e in sostituzione  di crescita sostanziosa e fedele a se stessi, convinta e convincente sè.

Il peggio sul meglio

Il peggio riversato sul meglio di sé. Credo sia utile parlarne ancora, come ho fatto in molti miei scritti, perché è questione tanto diffusa quanto importante, decisiva. L’esperienza interiore, ciò che propone, non importa se in una forma ardua, impegnativa e sofferta, è risorsa vera, opportunità viva e sensata di  avvicinamento a sé, di scoperta di significati col proprio sguardo, di comprensione intima e fondata, di intelligenza utile, indispensabile come lo è la capacità di conoscersi e di guidarsi, che potrebbe finalmente prendere corpo. Eppure le va sopra troppo spesso il peggio del pregiudizio, dell’impazienza, della pretesa di stare prima di tutto liberi e sgombri da disagi e da pensieri, da impegno di capire e di capirsi, della preoccupazione di non diventare diversi da ciò che il senso comune raccomanda, caldeggia e si arroga di fissare come valido sempre e comunque, cioè normale. Cestinare, liquidare l’esperienza interiore o pretendere di raddrizzarla per renderla "sana" e conciliante, sono pratica personale e pure di “aiuto” professionale assai diffuse, senza capire quanto di prezioso e di intelligente si vuole mandare in discarica o rimettere in riga, per recuperare o salvaguardare cosa? Il riallineamento al gregge, il ritorno al solito, senza bagaglio proprio di consapevolezza e senza  capacità di orientamento, anche se lo si chiama ritorno alla normalità o recupero del benessere. E’ comprensibile che imparare da se stessi, essendo pratica inusuale e strada mai o quasi mai battuta, risulti inizialmente incredibile, anzi che la si ignori. Con impazienza ci si fa bastare qualche acrobazia del ragionamento, spacciandosela come chiarimento e come possesso di idee e ci si rivolge contro parte di sé che, se non è stata e se non sta alle attese, si giudica inutile e dannosa. Conta non farsi rompere le uova nel paniere da richiami e da iniziative interiori, che vengono giudicati senza tanti indugi intemperanze e capricci irrazionali. La protervia con cui si è pronti a bollare come storto, inutile o malfatto, se non patologico (ancor prima che intervenga qualche tecnico che apponga una qualche etichetta diagnostica) ogni proprio sentire che stona e che dissona dal normale celebrato, fa però impressione. Soprattutto, pur senza saperne cogliere senso e gravità,  è atto arrogante di una parte di se stessi, tanto presuntuosa quanto ignara della propria inconsistenza, contro parte di sé che, se si imparasse ad ascoltare e a conoscere, avrebbe tanto da insegnare e da dare.

giovedì 3 luglio 2014

Se lo conosci non lo eviti

Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla, fare percorsi di dialogo assieme per conoscere, per capire. L'inconscio dice, spontaneamente interviene e comunica, sia in ogni momento attraverso il sentire, che non è mai casuale, che comunque si proponga apre sentieri, corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e vedere, capire per intima esperienza, sia attraverso i sogni, che sono pensiero intelligente, di acutezza e veridicità sorprendenti. E' necessario capacitarsi del linguaggio interiore e ancora prima, come dicevo, offrire disponibilità al rapporto e al dialogo, invece che opposizione e pregiudizio, come capita di fare spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala, dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto e al normale. Il linguaggio interiore del sentire va appreso, perchè le categorie e i modi soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la riflessione può far vedere e rispettosamente l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente propone, delinea, traccia, ma la capacità riflessiva va formata e sviluppata, non ha nulla a che fare con le rimuginazioni e le invenzioni del ragionamento, col modo razionale di pensare e argomentare. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e attenzione, non con sguardo solito e concreto. Se in un tuo sogno, giusto per fare un esempio, compare una persona, il sogno non vuol parlarti di lei in quanto tale, ma solo in quanto dà volto a parte di te stesso. Se rifletti su ciò che caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e atteggiamenti esprime, potrebbe farti vedere modalità e espressione umana che ti appartiene, che l'inconscio vuole farti riconoscere, su cui il sogno ti vuol far lavorare. E' possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca, perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e non copia d'altri o d'altro. L'inconscio è la vita, l'istinto di essere che sopravanza e scardina i calcoli di convenienza e di ricerca del consenso, è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti, l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale, a norma, dietro altri e passiva, ignorante, che ignora ciò che da sè e attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non divergere, far propria la spinta che viene dal profondo a trasformarsi fedelmente a se stessi. E' conquista di vita, d'essere e di pensiero non immediata o gratuita, non è soluzione già pronta da consumare, come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede lavoro serio su se stessi, sostenuto da passione e da desiderio di vicinanza e di unità con se stessi. Può richiedere l'aiuto di chi sappia guidare ad avvicinarsi a sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio interiore, piuttosto che a combattere presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più vicino di quanto non si creda, ma per entrare in sintonia e in dialogo col profondo, per arricchirsi di quanto di prezioso può donare, serve prima di tutto imparare ad ascoltarlo e a capirlo, a non avere pregiudizi nei suoi confronti, nei confronti di una parte di se stessi. Se lo conosci non lo eviti.