giovedì 24 dicembre 2015

La ricerca del senso

Qualsiasi volto assuma il malessere e la crisi, qualsiasi direzione prenda il corso interiore, quel che più conta è che ha un senso, che vuole rendere riconoscibile qualcosa di importante di se stessi, che vuole dare origine e fondamento a un nuovo modo di esistere, radicato in se stessi e vero. Quel che conta non è capire la causa del malessere e del sofferto corso interiore, ma il suo senso, che è cosa assai diversa. La causa, in uno schema che vuole spiegare tutto in termini di causa e effetto, è intesa come la condizione predisponente o come il remoto perché, trauma, incidente, difficoltà protratta, cattiva influenza e educazione, insufficiente apporto o condizione di deprivazione o altro ancora, che avrebbe (così si suppone) provocato un presunto blocco o modo abnorme, alterato di reagire, uno stato perdurante di sofferenza. La ricerca della causa è figlia di un modo di pensare la realtà interiore come congegno, che o funziona regolarmente o si altera rivelando un guasto, per debole o insana costituzione o per l’agire di cause e di fattori avversi. In realtà il corso interiore, ciò che prende forma e che si impone dentro di noi ha una forte carica propositiva, vuole rendere visibile, riconoscibile qualcosa di importante di noi, vuole portarci più vicini alla comprensione di questioni decisive. L’esperienza interiore è via e matrice di conoscenza, è proposta, è iniziativa insistita, disturbante e inquietante certamente, ma dettata dal prevalere della necessità di vedere, di aprire le questioni, di renderle cocenti e non di tutelare equilibri fasulli e ipocriti. Andare avanti in normalità di esercizio non è soluzione ben accetta interiormente quando ci siano questioni di mancata unità con se stessi, di disaccordo tra pensare e sentire, di sostanziale inconsistenza di un modo d‘essere e di porsi che non hanno nulla di proprio e generato da sé, di vuoto di consapevolezza vera, di assenza di pensiero fondato e originale, di un assetto della personalità dove domina il riferimento all’esterno, la ricerca del consenso e dell‘omologazione. Il profondo agisce per porre in primo piano all'individuo il proprio stato, costringendolo a riconoscere se stesso come il terreno di lavoro prioritario, che urge. Non solo, ma disegna le questioni e dà una prima decisa, perentoria impostazione, tagliando ad esempio le gambe all’agire, al muoversi liberamente dell'individuo all'esterno, rendendogli tangibilmente drammatico l’affacciarsi sul proprio interno, a lui così sconosciuto, abitualmente ignorato e tenuto lontano, come negli attacchi di panico o rendendo acuto il dramma del non avere capacità di incontro e di rapporto con le spinte interiori, con le emozioni, con la parte viva di se stesso, che produce e rende eloquenti le contorsioni ossessivo compulsive. Le diverse espressioni della sofferenza interiore sono significative, ma si impara a comprenderne il senso solo aprendo dialogo vero e approfondito con il profondo, con l'inconscio, che è la parte dell’individuo che genera la crisi, per uno scopo di trasformazione e di crescita e non per disgrazia. Aprendo per intero al profondo, come si fa in una valida esperienza analitica, rivolgendo attento ascolto e sguardo riflessivo a ogni momento ed espressione del sentire e dell’esperienza interiore, soprattutto imparando a avvicinare e a comprendere i sogni, è possibile capire il senso della crisi, raccogliere tutta la ricchezza di riflessione e di pensiero che viene dall'inconscio e creare quella vicinanza e intesa con l’intimo, che è ciò che mancava, che rigenera l’individuo, che gli dà ciò di cui era privo. La crisi tende a creare le basi di un cambiamento profondo, non fatto di cose, ma di nuovo rapporto con se stessi, di capacità di  incontro e di dialogo con la propria interiorità, essenziale per dare affidabilità e consistenza al proprio pensiero, per sviluppare forza di visione propria in accordo e con apertura piena al proprio sentire, compreso come voce e proposta, per riconoscere le proprie ragioni d‘esistenza e il proprio progetto, per non andar dietro a ciò che non gli corrisponde. Sono realizzazioni e conquiste di maturità, di autonomia e di fedeltà a se stessi, non fasulle o illusorie, che il profondo spinge a perseguire. Non si tratta di trovare una causa per spiegare il guasto, si tratta di comprendere il senso di una crisi per assecondarne gli scopi e gli intenti, assolutamente costruttivi.

domenica 4 ottobre 2015

Umanizzare il rapporto con se stessi, con la propria interiorità

Non sono l'ansia o altre espressioni di sofferenza e di disagio interiori che distruggono, ma il modo di trattarle, di non riconoscerle come parte di sè, come corso intimo d'esperienza, che in modo vivo coinvolge e dice, che vuole portare vicino e rendere visibile qualcosa di fondamentale di se stessi. Pensata come sintomo, come meccanismo patologico da classificare, l'ansia, l'esperienza interiore sofferta, diventa anonima e nemica, un disturbo con la sua dicitura, etichetta diagnostica, un disturbo di cui liberarsi. E' questa del classificare e dell'incasellare in quadri e in formule psicopatologiche una pessima abitudine, ahimè assai diffusa, fatta propria sovente anche da chi vive in prima persona l'esperienza della sofferenza interiore. Accade così che parli di sè, della propria esperienza interiore, come fosse la copia di una pagina di un manuale di psichiatria, che non è certo il massimo, visto che la psichiatria spesso e volentieri descrive la superficie, incasella ogni momento ed espressione dell'umano e della sofferenza interiore come fossero quadri abnormi tipici, facendo di ogni erba un fascio, rinunciando a capire, rivelando sostanziale non volontà e incapacità di avvicinare e di comprendere l'esperienza interiore. Che tristezza la rinuncia a cercare significato nella propria esperienza, originale, unica, a avvicinare il proprio sentire come traccia viva per capirsi, per conoscersi! Si usano, si applicano a se stessi con disinvoltura espressioni orribili come fobia sociale, sigle del cavolo come dap, doc e simili, che disumanizzazione! Sarebbe importantissimo e profondamente umano avvicinarsi a sè, riconoscere in ogni esperienza interiore un'espressione del proprio essere, un percorso, difficile, accidentato, ma un percorso, non una meccanica abnorme da aggiustare e da regolare, pronti a impasticcarsi, a farsi ammaestrare da qualche "psicoriparatore" su come rimettersi a norma. Che disastro questo modo di maltrattare se stessi, il proprio sentire, le proprie esperienze, sì tormentate, dolorose, strane, imbarazzanti e persino sconcertanti, ma non certo insulse, non certo prive di capacità di far vedere puntualmente e sensibilmente aspetti e verità di se stessi! L'esperienza vissuta, anche quando sembra contorta e assurda, fallimentare, dà occasione viceversa se ascoltata, se avvicinata non con spiegazioni o interpretazionei ragionate, ma riflessivamente (come guardandosi allo specchio, guardando negli occhi il proprio sentire) di riconoscere tracce vive di significato, di capire, di cogliere nodi importanti. Momenti interiori aspri, ripetuti, logoranti, tormenti, esperienze e prove che paiono "disastrose",  non casuali però, da cui trarre lezione viva e vera di conoscenza di se stessi. Prima di correre ai ripari, auspicando di spazzare via tutto, bisognerebbe riflettere sulla grande utilità e necessità, per non mettersi da subito in guardia e in armi contro se stessi, di trarre frutto da ciò che si è vissuto e che si vive interiormente, non importa se ingrato, se insolito, se tumultuoso, se in apparenza rovinoso. Dentro di noi c'è una parte, quella profonda, che detta le nostre emozioni e risposte intime, che non crede importante che tutto scorra liscio, che considera viceversa prioritario conoscerci e prendere coscienza, crescere in intelligenza vera e in autonomia di sguardo e di pensiero, anche se, se necessario per raggiungere la verità, con fatica estrema, con costi dolorosi. Accade che si sia preda e bersaglio di questa nostra parte profonda, che ci colora delle nostre emozioni, che ci spiazza, che ci cala a volte con forza in esperienze sì disagevoli, difficili, ma eloquenti, significative, se le si vuole ovviamente leggere come esperienze e non come sintomi, come segni tipici di anormalità o di patologie. Nulla ci succede per caso, tutto ciò che ci accade interiormente ci parla di noi, ci porta verso di noi. Intendiamoci, non è facile e immediato trovare il senso dove in genere si applica il giudizio, dove prevale la squalifica, dove il senso comune pare concorde nel parlare di difetti, insufficienze, mancata normalità, dove gli stessi "esperti" in non piccola parte sono pronti a confermare simili giudizi, pur mettendo in campo termini più sofisticati. Per entrare in rapporto e in dialogo dove invece si giudica e si cestina ciò che pare semplicemente anomalo, è necessario imparare a fare ciò che non si è abituati a fare, a cercare il filo interno di senso in ciò che si sente, è fondamentale scoprire che il sentire, tutto il sentire in tutte le sue espressioni, dice e rivela, che concordemente e intelligentemente parlano i sogni, che la parte cosiddetta emotiva e irrazionale di se stessi non è affatto inaffidabile e avventata, capricciosa o poco lucida. Poco lucido e accecante è viceversa il pregiudizio, è il ragionare che mette ordine, ma che non comprende, che riallinea e combina i significati preconcetti, ma che non si cura di vedere, di aprire davvero gli occhi sull'intimo dell'esperienza vissuta. E' una vera rivoluzione quella che conduce a conoscere non per selezione ed esclusione, ma per comprensione e per ascolto di tutta l'esperienza interiore, di tutto il sentire proprio. Imparare a andare incontro, a reggere la tensione dell'esperienza interiore disagevole, che solitamente si tende a contrastare, a rifuggire e a scaricare, imparare a rapportarsi fiduciosamente, a riflettere, cioè a cogliere l'intimo volto di ciò che si sente, anzichè commentare e spiegare razionalmente, è ciò che servirebbe. Non lo si sa fare, non si è cresciuti mai in questo, ci si è abituati a assorbire idee, non a generarle, facendo leva sul proprio intimo, sul proprio sentire come guida, ci si è addestrati a applicarsi ad altro per conoscere, a prendere in prestito spiegazioni, a delegare a autorità esterna, vuoi di libri e di autori, vuoi di concetti già predisposti e rimasticati, il compito, la capacità di spiegare, di formare ed informare il proprio pensiero. Se ripartire da sè è la grande occasione per accorgersi che si può accendere il proprio sguardo fondandosi su esperienza intima e su possibilità di vedere con i propri occhi, questa è un'occasione enorme che il profondo, che l'inconscio ha ben presente, che con forza incoraggia o pretende, ma che la parte conscia spesso non comprende e rifiuta in malo modo, senza nemmeno capire cosa sta facendo con giudizi di disturbo e di anomalia applicati a propria intima esperienza, senza capire le loro gravi implicazioni. E' possibile aprire dove spesso con diagnosi e terapie si chiude, è possibile umanizzare dove in non pochi casi la cura, pur sembrando buona e soccorrevole, deruba di umanità per far vincere la normalizzazione, che allontana da se stessi. E' necessario un lavoro nuovo, importante, serio, graduale, con l'aiuto di chi lo sappia incoraggiare e indirizzare, di chi non abbia in testa manuali e teorie preconfezionate, ma capacità di intendere l'esperienza interiore come matrice di conoscenza, come occasione unica di ritrovata sintonia con se stessi. Serve desiderio di conoscersi davvero in tutto ciò che si è, interiorità compresa, di trovare unità con se stessi.

domenica 13 settembre 2015

Malessere e lamento

L’impronta prevalente del discorso di chi si confronta col malessere interiore è molto spesso il lamento, è la recriminazione contro ciò che ai suoi occhi fa solo danno. Se è comprensibile che una realtà nuova e non esterna, ma così pervasivamente interna, risulti gravosa e spiacevole, che soprattutto l’incapacità di capire, l’incomprensione del significato e del senso (da dove e verso dove) dell’esperienza interiore vissuta, mettano a dura prova e possano generare paura e scoramento, allarme e disorientamento, risalta però il fatto che nella risposta al malessere interiore non ci sia traccia del sentore di un legame significativo, di un vincolo da tutelare, da difendere e valorizzare con se stessi, col proprio sentire, con la parte intima e profonda di se stessi. Questa lontananza dal proprio intimo, dal proprio sentire e corso interiore d’esperienza, ha radici lontane. Non è raro infatti che il modo di procedere e di pensarsi abituali comprendano da gran tempo solo operazioni di adattamento e rivolte al fare, accorgimenti per proseguire, commenti e spiegazioni su di sé e sul conto dell’esperienza che si vive, che spesso non cercano e non colgono nulla al di là della superficie e della crosta di senso immediato e comune. Anche quando l'intento di approfondire affida al ragionamento il compito di capire, il suo intervento spesso si risolve e chiude nel combinare in ordine logico significati preconcetti dedotti e messi sopra all'esperienza, oppure si perde nelle nebbie delle sue elucubrazioni, con un lavorio, che nulla ha a che vedere con la vera riflessione (che sa ascoltare e fedelmente raccogliere e riconoscere la proposta originale del sentire). Insomma, il proprio sentire non è stato nel tempo e da gran tempo vero compagno e interlocutore nella propria esperienza. Perciò, quando la parte intima prende il sopravvento e detta sensazioni e esperienze interiori, che con decisione passano il confine del marginale e dell’inascoltato,  dove sono relegate e mantenute dalla cosiddetta coscienza, dalla parte di sè dove l’individuo si rinserra abitualmente e che non ospita nulla del sentire a meno che non le paia conveniente, ecco che la reazione è di isterica paura e rivolta contro l’ospite indesiderato, presto squalificato e maledetto come fosse una disgrazia, un sabotatore, un maledetto nemico. “Voglio tornare come prima” è il grido di rivolta, la petizione di principio, la pretesa che pare sacrosanta, cui tanta offerta di cura, che vuole riparare e sanare, che dell’ascolto aperto del sentire, senza preconcetti, che della verifica approfondita non sa nemmeno concepire il senso, dà conferma e manforte. Non è compreso minimamente, questa sì è una vera anomalia,  che trattare così, come disturbo, l’esperienza interiore, pur difficile e sofferta, sia un tirare calci, uno sparare contro se stessi, un demolire ciò che vuole aiutare e spingere a ritrovarsi, a riconoscere il modo di pensare e di procedere abituali, a colmare la frattura che divide da se stessi, a mettere in piedi ciò che è essenziale: dialogo approfondito e accordo con se stessi, con la propria interiorità. Per capire, per trovare risposte e guide necessarie, per non essere più scissi da sé e semplicemente adesi ad altro, trainati da altro per imitazione, per senso del gregge ( la cosiddetta normalità, ciò che sembra dover appartenere a tutti), per dipendenza dall’altrui giudizio, consenso, approvazione, serve un cambiamento personale profondo, di cui il malessere interiore è il primo atto, voluto dall'inconscio, come segnale chiaro e non sopprimibile, come potente richiamo a prendersi cura di se stessi. E’ un prendersi cura, non per ricacciarsi nel solito, casomai con più testardaggine, (casomai con qualche aggiustamento, spiegazione e apparente presa di coscienza, che non mutano la sostanza del modo consueto di pensare e di procedere, che viceversa la riconfermano), ma per cominciare a prendersi sul serio, a vedere chiaramente come si procede e lo stato del rapporto con se stessi, per cominciare a cercare finalmente vicinanza e ascolto del proprio intimo, della parte più vera e meno alienata di se stessi. E' un prendersi cura che potrebbe valersi dell'aiuto di chi sappia sostenere l'intento di andare verso se stessi e favorire lo sviluppo della capacità riflessiva, della capacità di incontro e di dialogo col proprio profondo. La crisi, il malessere vorrebbero nelle intenzioni del profondo essere il primo atto, l’inizio di un impegno di ricerca per diventare se stessi, per calarsi finalmente nel proprio essere, per trovare il proprio sguardo, per cucire quella relazione stretta e salda tra sentire e pensare, che sola può garantire capacità di orientarsi e di capire, passione e volontà unite. Se non si comprende questo, persisterà il lamento e la lotta contro se stessi, la pretesa di mettere a tacere, di eliminare o di correggere e modificare ciò che interiormente, pur difficile o doloroso, non si sa rispettare, ascoltare e capire. In definitiva, casomai sotto forma di cura, si affermerà la spinta, tutt'altro che geniale e favorevole, a privarsi della vicinanza e del contributo originale e prezioso della propria interiorità, pur di essere normali e (più o meno) come prima.

domenica 6 settembre 2015

Lo chiamano DOC, disturbo ossessivo compulsivo. A te che soffri qualche spunto di riflessione

Ciò che ti accade nasce dentro di te profondamente, come ogni emozione, stato d'animo, pulsione, come ogni svolgimento interiore che sfugge al controllo di volontà e ragione. Nasce dentro di te e ti fa fare esperienza insistita di qualcosa, che può apparirti assurdo, ma che è significativo per te. Molti, tu per primo probabilmente, saranno pronti a considerare ciò che ti capita semplicemente come anomalo, ma ciò che ti accade, dettato, lo sottolineo, da una parte di te, dal tuo profondo, vuole calarti dentro un'esperienza che vuole farti capire nel vivo qualcosa di te, fondamentale e imprescindibile. Se ti fa orrore tutto ciò che è imprevedibile e inaspettato, una simile esperienza ha sicuramente un senso per te. Pensieri che irrompono nella tua mente improvvisi, all'inizio congetture, poi ipotesi verosimili, ipotesi terribili, possibilità orrende ai tuoi occhi, sconvolgenti, ti costringono sulla difensiva, estrema, ti impegnano anche se inutilmente a tentare di bandirli, di scongiurarli. La via d'uscita, macchinosa, sempre più macchinosa e esigente, dispendiosa. Interventi d'ordine, verifiche esasperanti,  sequenze di comportamento obbligato, tutto ciò che ti senti interiormente costretto a fare sembra volerti evitare ogni brutta sorpresa, sembra volerla scongiurare, per non caricarti della responsabilità di aver favorito sviluppi negativi o sciagurati. Sembrerebbe che all'origine tu sia "fondamentalmente" incline a controllare tutto, a rendere tutto piano e sicuro, prevedibile e programmato, certo e favorevole. Può darsi che in realtà la tua tendenza di fondo, la modalità che prevarrebbe in te di rapportarti alla tua esperienza e a ciò che provi, sia quello di tradurre subito ciò che senti in qualcosa di agito immediatamente, impulsivamente, senza stare a esitare e a interrogarti su cosa ci sia lì dentro, attribuendogli invece automaticamente un significato scontato, evidente. Perciò il rigido controllo ti serve a creare un dispositivo ferreo di sicurezza, tanto drastico e assoluto (talora o spesso incontentabile in ciò che ti chiede di applicare), quanto capace di evitarti qualsiasi rischio. L'impulsività, l'andar dietro a rotta di collo a spinte interiori, che in realtà chiederebbero di essere comprese e non agite, la tendenza a prender tutto in modo immediato, senza riflessività, se si affermassero ti esporrebbero al rischio di andare a finire pericolosamente non sai bene dove. Il dispositivo di controllo contrasta in modo rigido quella tendenza. Perciò ti dicevo prima che forse "fondamentalmente" non sei incline al controllo assoluto, ma viceversa all'immediatezza per l'immediatezza, senza attenzione, all'impulsività, allo sfogo liberatorio. Scusa se ti ho impegnato sinora in una riflessione che so non essere facile, ma le vicende e le questioni interiori non sono semplici, anche se non sono incomprensibili. So bene che su quello che ti accade potrebbero esercitarsi terapeuti con la voglia di diagnosticare, che etichette del tipo di "disturbo ossessivo compulsivo" sono pronte a scattare, casomai con la persuasione che, messa l'etichetta, si arrivi di per sè chissà a quale risultato. Le etichette diagnostiche sono però solo etichette, rischiano di far di ogni erba un fascio, di allontanare dal desiderio di ascoltare e di comprendere l'esperienza interiore di ognuno. Messa l'etichetta è pronto il farmaco e l'armamentario di consigli o di sproni, di prescrizioni, di tecniche per correggere l'anomala tendenza, perchè solo questo si pensa: che sia anomala e penalizzante. In realtà è un segnale, è la testimonianza di qualcosa di più complesso e però umanamente significativo e da capire. Se la questione è quella del tuo rapporto con la tua esperienza interiore, con le spinte interne, con tutto ciò che non è razionale, ma che è parte vitale e irrinunciabile di te come emozioni, stati d'animo, pulsioni e svolgimenti interni, la risposta va cercata nel costruire questo rapporto. Si parte da un'esperienza e da una condizione che ben conosci e che può sembrarti e sembrare semplicemente strana e fallimentare, ma si può cercare di aprire te al rapporto e alla conoscenza di tutto ciò che vive in te, facendoti scoprire cosa può darti e dirti, facendoti scoprire e toccare con mano come è possibile entrare in rapporto col sentire e con tutto ciò che nasce in te e che non è volontà e ragione. Il tuo sentire, le tue spinte interiori chiedono di essere accolte e però chiedono contemporaneamente di essere comprese nel loro intimo e originale, non agite o sommariamente trattate, come fosse scontato il loro significato. Imparare a scoprire che la tua vita interiore è un luogo e un'occasione per nutrirti e ritrovarti, che le mille novità interiori e apparenti contraddizioni sono parte viva di un insieme che può e che vuole essere da te esplorato e conosciuto, è ciò che va da parte tua pazientemente sperimentato e compreso. Nulla nell'intimo è disordinato e nocivo, minaccioso o altro, tutto concorre a formare esperienza intima, che è fondamento vivo di conoscenza, di consapevolezza. Inadeguato al dialogo interiore è solo l'atteggiamento che semplifica, che cerca la soluzione pronta, la coerenza innanzi tutto, il bianco contro il nero. Dialogare con l'interiorità è possibile, ma è una lenta conquista. L'immediatezza, il concedersi aperto e pieno a ciò che nasce interiormente imprevedibile e inatteso è irrinunciabile, è fondamentale e necessario, perchè è incontro con il flusso vitale, con il vero che continuamente cerca di farsi strada, di rendersi riconoscibile, senza omissioni, senza semplificazioni. L'immediatezza deve però coniugarsi con la capacità di ascolto, con la riflessività per intendere e per non mal interpretare, per accogliere la proposta interiore, per comprenderne l'intimo vero significato e intenzione, per non farne spreco o uso improprio.   Se la tua interiorità ti fa vedere implicato in difese ferree, in fuga da qualsiasi responsabilità d'errore, se ti trascina nel vortice di possibili azioni estreme, di ipotetiche terribili tentazioni, se ti mostra spaccare il capello in quattro per vedere questo e il suo contrario come dilemma impossibile, significa che sei messo dinnanzi alla consapevolezza che hai orrore di tutto ciò che interiormente ti è diverso e sconosciuto, che coinvolgendoti ti può esporre e aprire al nuovo e all'incerto, al non scontato sicuro esito, alla non conferma di ciò che pensi o supponi di te stesso, a un'esperienza che non puoi trattare e governare col calcolo e col ragionamento, che viceversa richiede ciò che non hai: capacità di apertura, di riflessività vera, di dialogo interiore.    Hai incapacità di rapporto col dentro, con la tua esperienza interiore viva, che tratti come tensione da scaricare subito, che ti rappresenti come meccanismo da tenere a bada (e idealmente, dove potessi, da dominare e regolare a tuo piacimento) e non come parte vitale di te e propositiva, intelligente, da ascoltare, capire e rispettare.            Il cosiddetto DOC o disturbo ossessivo compulsivo non è una trappola assurda, vuole aprire una questione, che solo riscoprendo il rapporto con l'esperienza interiore, solo imparando a condividerla e a rispettarla come parte essenziale di te, a conoscerla, a valorizzarla e ad amarla per ciò che sa originalmente dire e dare, può essere compresa e portata a maturazione. Nulla interiormente accade mai per caso o insensatamente. 

giovedì 3 settembre 2015

Malessere senza reali motivi?

Un argomento tutt'altro che infrequente quando un individuo vive una condizione di sofferenza interiore, argomento sostenuto dal diretto interessato o da chi gli sta attorno, è che non ci sono motivi reali e concreti per il malessere che prova, per quell'ansietà così esasperata e insistente o per quello sconforto e perdita di stima e di fiducia in se stesso, solo per fare degli esempi. Lo sguardo punta al fuori, a indagare e a valutare situazioni, circostanze esterne, la verifica utilizza criteri e parametri comuni e soliti per stabilire il grado di soddisfazione o di benessere presunti, che si ritiene debbano conseguire a quelle situazioni concrete.
Reale però non equivale a concreto. Concreto è solo un ordine di ragioni e di cose visibili e già ben riconosciute e comunemente. Reale e di peso non secondario può essere anche ciò che ancora non si sa vedere e concepire, che casomai, per preconcetto e per difesa di convinzioni inveterate, non si sa e non si vuole ammettere e riconoscere. Lo stato delle cose riguardante se stessi, il proprio modo di vivere e di procedere, può ad esempio non essere felicemente rispondente a se stessi e soprattutto può essere mistificato, travisato, ritenendolo normale e scontato, solo perché simile e copia di ciò che pare concepisca e faccia la maggioranza delle persone. Profondamente però siamo dotati di capacità di sguardo, che non cede all'illusione e alla mistificazione, che sa vedere ad esempio quanto soffrano la nostra identità vera e il nostro potenziale d'essere e di crescita originali quando rimaniamo incastrati nel pensiero e nello stile di vita suggeriti e impartiti dalla cosiddetta normalità, profondamente sappiamo riconoscere e ammettere l'inconsistenza di un modo di vivere che ancora non racchiude nulla di scoperto, di generato da noi. Se la parte profonda di noi stessi volesse darci uno scossone e imporci la necessità e l'urgenza di riaprire tutto, di vedere la nostra lontananza da noi stessi, di intendere per tempo il rischio di fallire il nostro cammino di vita dove non cominciassimo a fare sul serio (impegnandoci prima di tutto a capire la nostra condizione vera senza veli e autoinganni, iniziando a preoccuparci seriamente della nostra sorte, a formare ciò che manca non per apparire normali, ma per far vivere noi stessi e il nostro), potrebbe muovere in noi una esperienza di malessere interiore, che potrebbe esprimersi, ad esempio, in insicurezza e paura insistite, anche esasperate, in senso di vuoto e di fallimento, di impotenza? Sarebbe realmente motivata questa presa di posizione o sarebbe senza motivo e senso?  Quando si giudicano immotivate, assurde o semplicemente dannose esperienze interiori come quelle catalogate  ad esempio come ansia o attacchi di panico, come depressione o altro, bisognerebbe andarci cauti. Può esserci motivo valido e fondamento reale per simili esperienze interiori pur spigolose e difficili, pur dolorose o estreme. Abbiamo un profondo (tutta l’esperienza interiore che viviamo che va oltre ragionamento e volontà, cioè emozioni stati d’animo pulsioni , sogni, è di matrice profonda) che sa vedere e che non vuole tacere, che vuole segnalarci il vero senza sconti  per aprire una crisi certamente impegnativa, ma necessaria, utilissima se ben interpretata come occasione di profonda trasformazione e di crescita. Comunque ciò che sentiamo, pur brusco, spiacevole o incalzante o sconquassante, vuole che ci guardiamo in faccia e ben dentro e profondamente, senza tirare avanti inconsapevoli o con una visione di noi stessi approssimativa e vaga, peggio ancora ipocrita o inventata. Ne va della nostra sorte. Se è a rischio la realizzazione della nostra vita fedelmente a noi stessi, se ancora ci manca tutto per essere davvero soggetti consapevoli, se siamo più in sintonia e in accordo con altro che con noi stessi, più adesi ad altro che vicini a noi stessi, dissociati e discordanti tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo e diciamo, il nostro profondo può darci segnali forti, può col malessere metterci alle strette o esercitare su di noi fortissimi richiami. Dunque se anche i motivi della sofferenza interiore non sono di ordine concreto e facilmente identificabili, se anche non sono esterni ma interni a noi, ciò non di meno esistono e sono reali, realissimi. 

martedì 30 giugno 2015

L'inconscio, ancora l'inconscio

Accade spesso che l'interiorità non sia compresa in ciò che vuole dire e proporre. L'errore nasce prima di tutto dal rimanere prigionieri della visione comune e prevalente, che ritiene che tutto interiormente debba svolgersi secondo una presunta normalità, il che predispone a trattare come sospette anomalie le esperienze interiori complesse e difficoltate di disagio. Non solo, ma in presenza di una condizione di malessere interiore, succede spessissimo che il malessere sia riferito a cause esterne e che sia principalmente letto come un problema di rapporto con l'esterno, che la ricerca si indirizzi subito in questa direzione. Il malessere interiore in realtà, per quanto metta nella condizione di sentire un legame stentato e critico con l'esterno, con gli altri, forza il coinvolgimento e spinge l'attenzione dell'individuo verso l'interno, verso l'intimo di se stesso, produce una sorta di ripiegamento, di introversione forzata, di caricamento e di polarizzazione di sensazioni e di stati d'animo (ad esempio di paura, smarrimento, apprensione, di scoramento e sfiducia), che collocano comunque dentro se stesso il cuore pulsante della sua esperienza. Cosa vuole questo malessere, cosa dice, cosa intende proporre? Questo è il punto. Lasciare dire alla parte profonda cosa dentro e attraverso il malessere sta sollevando e proponendo, imparare ad ascoltarla e a comprenderla nel sentire che anima e nei sogni, è la scelta da fare, ma già riconoscere che c'è nel proprio intimo una parte profonda capace di dire, di proporre è una novità senza precedenti. Solitamente infatti si tende a circoscriversi nella percezione e nel riconoscimento  del proprio essere nella parte conscia, abituata a tenere in pugno tutto, parte che ragiona e che decide, il resto, l'intimo, il sentire, gli svolgimenti interiori, i sogni, sono intesi e trattati come appendice più o meno trascurabile, da cui non ci si aspetta di poter ricevere granchè di utile e di sostanziale per capirsi, per orientarsi. Si pretenderebbe viceversa che la componente interiore si accodi e si accordi, giudicando che, dove non si accordi con gli orientamenti e con i propositi razionali, ciò accada per qualche sua bizzarria o, dove acuisca i toni, per un suo anomalo stato. Gli stessi terapeuti in non pochi casi hanno un'idea dell'essere umano che poco si discosta da questa visione comune, al più pensano che l'inconscio, ammesso che ne tengano conto, sia (oltre che origine di pulsioni e di risposte immediate, emotive, che se a volte paiono rivelatrici, spesso invece sono considerate inaffidabili perchè "irrazionali") un ricettacolo o serbatoio di ricordi, di esperienze più o meno spiacevoli. C'è un'idea ricorrente per spiegare le origini e le ragioni del malessere attuale, che piace sia a chi vive malessere interiore che a non pochi curanti, che ritiene che la vita interiore possa essere stata turbata e segnata da episodi traumatici del passato, da esperienze e da condizionamenti subiti, sfavorevoli e con effetti distorcenti il normale sviluppo atteso, che di conseguenza l'esperienza interiore attuale ancora ne risenta, ripetendo anche nel presente, come un disco rotto, errori e segni di alterato funzionamento. L'inconscio riproporrebbe come un automa simili distorsioni e resterebbe ancorato a quei precedenti storici. Si ritiene insomma che la vita interiore sia rimasta nel tempo, fino al presente, come congelata, inchiodata a quei passati episodi traumatici e condizionamenti sfavorevoli. E' un teorema, che non appartiene solo a chi soffre interiormente, che gli vale una spiegazione vittimistica del proprio disagio e malessere interiore (la sofferenza attuale come conseguenza di remoti accidenti  sfavorevoli subiti e di colpe altrui), ma spesso anche a chi gli si mette a fianco per aiutarlo. Il malessere, considerato senza esitazioni un'espressione di malfunzionamento e di alterazione della normalità, è consegnato subito a cause e a ipotetici condizionamenti esterni, così come a possibili soluzioni esterne, senza intendere che sia espressione di intervento e di presa di posizione, di richiamo e di iniziativa del profondo e che dunque col proprio profondo sia da cercare finalmente un incontro e da coltivare un dialogo.       E' così abituale pensarsi solo e unicamente in relazione ad altro e ad altri, che tutta l'attenzione e la ricerca si concentrano in questa direzione, saltando a piè pari, ignorando l'esigenza di un rapporto con se stessi, come necessità prioritaria, come punto saldo, decisivo per cominciare a ritrovarsi. Per comprendere la voce del malessere interiore, il suo richiamo, è necessario non sovrapporgli congetture e spiegazioni circa le sue cause, cercandole a destra e a sinistra, in questo o in quello esterni a sè, ma è necessario sintonizzarsi con l'intimo, imparare ad ascoltarlo, scoprirne la voce nel sentire e nei sogni, che tanto sanno dire e far comprendere, che tanto sanno avvicinare a se stessi. Non si è certo dotati di capacità di ascolto e di dialogo col proprio intimo, non se ne conoscono il linguaggio, il modo di comunicare, l'intenzione e la capacità di pensiero che sa animare, la tensione a vedere, a entrare, al di là delle apparenze, nel profondo, a cercare il senso vero, conquista irrinunciabile per non continuare a dire senza intendere, a pensare senza comprendere. Prezioso e necessario si renderebbe un aiuto per imparare a trovare rapporto e intesa col proprio intimo. Accade però che oltre l'individuo, abituato a assorbire e a chiudersi nella concezione comune e prevalente dell'esistenza, intesa prima di tutto come legame con altro e con altri e come ricerca rivolta al fuori, gli stessi terapeuti, in non pochi casi, pensino che il centro dell'esistenza dell'individuo sia il rapporto con l'esterno, con gli altri, con quella che volentieri chiamano, come fosse un'entità univoca e assoluta, la "realtà". Puntano subito l'attenzione in quella direzione, per indagare la presenza nell'individuo, portatore di malessere interiore, di insufficienti o errati (li chiamano disfunzionali) modi di intendere e di affrontare il rapporto con gli altri e con l'esterno, cercano di stimolare, incoraggiare e portare a nuove, ritenute più normali e felici, soluzioni per interpretare e gestire il rapporto con l'esterno, come fosse lì l'essenza dell'individuo e il punto d'origine e il fulcro del suo conoscersi e realizzarsi. Spesso manca completamente, non è acquisizione presente nel pensiero non solo di chi soffre disagio, ma sovente anche di chi se ne prende cura, che esista una parte del proprio essere, quella profonda, non solo influente e decisiva nel muovere e nel plasmare l'esperienza interiore (non sono fattori esterni ma è il profondo a plasmare e a "qualificare" la risposta, anzi la proposta del sentire), ma anche fortemente propositiva e creativa, capace già nelle espressioni della sofferenza interiore, tutt'altro che casuali e disordinate, di sollevare in modo acuto e puntuale questioni decisive e fondamentali riguardanti il proprio modo di procedere, di stare in rapporto (spesso in non rapporto) con se stessi, col proprio intimo. Non si comprende che il malessere interiore, che la crisi è espressione di un intervento del profondo, che con se stessi, con la propria interiorità va trovato dunque un rapporto, una nuova e approfondita intesa e chiarimento. In realtà tutto il malessere interiore è segno e espressione della presa di posizione della parte profonda dell’essere, che non può e non vuole tacere la propria visione dello stato delle cose, la propria consapevolezza, che vuole “contagiare“ di questa l‘individuo nel suo insieme, nei suoi pensieri, nei suoi umori, nei suoi propositi. Non è una presenza dentro di noi estranea e aliena quella del profondo, l’inconscio siamo noi nel nostro portare lo sguardo, al di là delle apparenze e senza sviste, su di noi, nel riconoscere il vero della nostra condizione e del nostro modo di procedere, che vede spesso il disaccordo e il mancato incontro tra sentire e pensare, tra esperienza intima e coscienza di noi stessi. L'inconscio siamo noi nel nostro non rinunciare a noi stessi, nel nostro voler essere non copia d’altro, passivi (per inerzia e per comodo, per adesione e soggezione al modo appreso e dominante) nel consumare ciò che c'è, ipotesi, soluzioni e scelte che la cosiddetta realtà offre confezionate e pronte, passivi nel pensare secondo idee e parametri comuni, guidati e regolati più di quanto non si voglia ammettere dall'esterno, dalla conferma esterna dipendenti, ma soggetti, portatori e artefici di un originale pensiero e progetto, certamente non già fruibili e pronti, ma da generare e scoprire, come possibile con la guida del profondo. L'inconscio siamo noi nella volontà di non procedere incuranti di capire, di sapere, di affrontare il vero, pur difficile o doloroso, senza omissioni, equivoci e contraffazioni, concentrandoci sulla nostra esperienza, affidandoci non alle spiegazioni solite e comuni, ma al nostro sguardo, cercando risposte non costruite col ragionamento, ma fondate sul vissuto, sul confronto aperto e sull'ascolto fedele del nostro sentire senza tagli, senza fughe. L'inconscio è la parte di noi che vuole questo impegno e sforzo di ricerca e di costruzione, che non asseconda le illusioni di avere già autonomia e originalità di pensiero, se formati su basi inconsistenti o facendo il verso ad altro da noi stessi che lo ispira e lo sostiene. L’inconscio è la parte di noi stessi che ci vuole instradare e sostenere nella nostra ricerca di consapevolezza vera, senza veli, senza semplificazioni, salda, affidabile e capace. L’inconscio non cerca la normalizzazione, ma la verità e la realizzazione autentica, perché diversamente non c’è vita. L’inconscio è vita. Tutto lo sforzo per cercare di stare nelle guide di un modo di vivere e di intendere la vita dato per scontato, conforme al già concepito e comunemente inteso, modellandosi nella cosiddetta normalità, facendosi bastare e dando credito a soluzioni fragili, a illusorie rappresentazioni di se stessi, tutta la strategia curativa che vuole ricondurre il malessere se non a semplice patologia, a insufficiente o infelice adattamento, che vuole ricucire e che di fatto incoraggia e forza a stare dentro il già dato e conosciuto, urta contro la scelta del profondo, non la considera e non la comprende. Anzi, l’idea che il malessere sia un disturbo, un ostacolo da superare, al più da spiegare come conseguenza di qualche infelice precedente e influenza negativa di un genitore piuttosto che di qualcun altro o di qualcos’altro, è un’enorme travisamento e incomprensione delle espressioni della vita interiore, del profondo, delle sue intenzioni. Per il profondo vivere è far vivere se stessi, è formare visione, pensiero propri, base e leva della libertà e della capacità di mettere al mondo la propria idea e realizzazione, di compiere il proprio originale cammino. La posta in gioco è essere adattati, passivi e silenti (non importa se, illusoriamente, convinti di avere personalità spiccata e cose da dire, però senza radice, fondamento e sostegno in se stessi) oppure presenza consapevole e feconda, capace davvero di autonoma visione e di autonomo progetto, questo l’inconscio vuole porre e tenere viva come questione, purtroppo non compresa, spesso misconosciuta, oltre i confini della testa ragionante, del modo di pensare consueto e prevalente. Quando l’inconscio ha occasione di essere ascoltato e rispettato, seriamente valorizzato, fedelmente compreso (sia nel sentire, che anima e che plasma, che nei sogni, dove dà il meglio di sè), come accade in una valida esperienza analitica, il contributo che sa dare di pensiero, di risveglio di umanità, di gioia e di passione di conoscere e di far vivere se stessi, è enorme. 

venerdì 15 maggio 2015

L'inconscio, maestro di vita e di pensiero

Ciò che caratterizza l'esperienza analitica e che la differenzia da tutte le altre esperienze psicoterapeutiche è la funzione guida riconosciuta all'inconscio, cui è dato il compito di indirizzare, di condurre la ricerca. E' una scelta che ha fondamentali e solide ragioni. E' infatti dall'inconscio, dalla parte profonda di se stessi, che origina ed è modulata tutta quanta la propria esperienza interiore. Il malessere interiore nelle sue diverse espressioni origina dal profondo. Non è un guasto, uno stato di alterazione psichica, un disordine, è esperienza voluta, plasmata, per intero regolata dall'inconscio. Non è mai casuale ciò che l'intima esperienza, pur disagevole, pur strana e accidentata, propone. Attraverso le particolarità dell'esperienza interiore l'inconscio dà indicazioni molto precise e pertinenti per cominciare a vedere la propria condizione, per cominciare a capirsi. Attrae e dirige con forza l'attenzione dell'individuo sul suo stato interiore, sui suoi vissuti, lo vuole avvicinare alla consapevolezza intima. Per non divergere e per assecondare la richiesta che arriva dal proprio profondo, per cogliere l'opportunità che l'inconscio con tanta decisione sollecita e propone, è necessario porsi in rapporto aperto e disponibile col proprio sentire, non fuggirlo o contrastarlo, non trattarlo come disturbo, ma come voce, come esperienza da ascoltare, da comprendere. E' assolutamente necessario dotarsi di vera capacità riflessiva (che, lo dico spesso nei miei scritti, non ha nulla a che vedere con il modo corrente di intendere e di svolgere la riflessione come ragionamento, come costruzione di ipotesi e di spiegazioni sul conto di ciò che si prova, della propria esperienza) per raccogliere fedelmente ciò che il proprio sentire dice. Perchè l'inconscio possa spiegare per intero le ragioni e il fine della sua iniziativa, del malessere che sostiene e che muove con tanta incisività, è fondamentale comunque rivolgersi ai sogni. Nei sogni l'inconscio introduce e guida l'individuo in un percorso di riflessione e di ricerca, che gli fa via via  capire (i sogni vanno attentamente e pazientemente analizzati perchè possano dare tutto il loro originale contributo di pensiero) sia le ragioni del malessere, che lo scopo, ciò cui è necessario dare svolgimento e compimento per trovare se stesso, per uscire da una condizione di inconsapevolezza e di alienazione. Parlo di alienazione per dire di una condizione, non importa se ritenuta in genere normale, in cui l'individuo cerca di conformarsi, di soddisfare indicazioni e pretese più esterne che interne a se stesso, in cui, aderendo a qualcosa di altro da sè e prevalente, già modellato e detto, si illude di capire, di pensare autonomamente, in realtà finisce invece, pur inconsapevolmente, per ricalcare idee, per riprodurre definizioni e attribuzioni di significato comuni e convenzionali. Replicando e sostenendosi su altro già concepito, ordinato e promosso, l'individuo si illude di scegliere, di dare proprie risposte, di realizzarsi. Si esprime senza rapporto con se stesso, senza aver tratto da sè la conoscenza e le guide necessarie per capirsi, per fondare le sue scelte, per averne chiaro il significato, il motivo vero. L'inconscio vuole rimettere l'individuo piedi a terra e in piedi, vuole prima di tutto ricongiungerlo a se stesso, al suo sentire, all'interiorità con cui non ha rapporto. Solo il suo sentire ascoltato e intimamente compreso, solo il dialogo con la sua interiorità può dargli la base vera e affidabile per capirsi, per conoscersi, per accertare e concordare con se stesso scoperte di significato e di valore, per sfuggire, pur gradualmente, al governo d'altro, che lo orienta e regola. L'inconscio, dentro i sogni, gli mostra il suo modo di procedere attuale e abituale, cosa sta seguendo e inseguendo, spesso la sua lontananza da se stesso, la sua dipendenza dallo sguardo e dal giudizio esterno, la sua ignoranza di ciò che profondamente gli appartiene, di ciò che potrebbe vedere con i suoi occhi, sulla base e attraverso ciò che sente, che vive interiormente, che invece abitualmente mette tra parentesi o sottovaluta, che al più fa oggetto di commenti e di spiegazioni ragionate e non di rispettoso ascolto. E' l'inconscio e non la parte conscia a volere per l'individuo la sua piena libertà, la sua vera, non illusoria, autonomia, la sua capacità di autodeterminazione. L'inconscio "soffre" e non tace qualsiasi tradimento di se stessi, l'ignoranza del proprio, lasciato inerte, incompreso, non cercato e non coltivato. L'inconscio non accetta la passività, l'incuria, la non preoccupazione per la propria reale sorte. Anche un'esistenza di apparente riuscita e normale può essere infatti soddisfacente per il senso comune, ma in realtà fallimentare per sè, tradite le proprie vere e intime ragioni e potenzialità, lasciate incomprese e incolte. Lo scopo della propria vita può essere dunque sviato, disatteso. Non è implicazione da poco. L'inconscio non agita mai le acque per questioni da poco. Lo fa con insistenza, lo fa per tempo, lo fa con l'intenzione e con la capacità, che dentro il percorso analitico si manifesta appieno, di sostenere, di alimentare soprattutto con i sogni, il processo di trasformazione che conduce via via l'individuo a sostituire il posticcio con l'autentico, il preso in prestito con l'originale creato da sè. Purtroppo raramente l'inconscio è capito, anzi il suo agitare interiormente le acque è spesso bollato come disturbo, come danno, come patologia. L'inconscio non desiste, non tace, è la parte profonda, attenta, intelligente di se stessi, che non rinuncia a sollevare i problemi, a tentare di guidare la presa di coscienza, contro la tendenza a permanere nel solito dei propri (illusori) convincimenti, a preoccuparsi più di stare al passo con altro e con altri che di trovare aderenza e accordo con se stessi, a non preoccuparsi di veder davvero chiaro. L'inconscio non tollera i bluff, gli autoinganni, la falsa coscienza, la rinuncia a vedere, ad aprire, costi quel che costi, gli occhi, l'incomprensione del senso vero di ciò che si fa, che si vive. L'inconscio è insopportazione per tutto ciò che è stasi, chiusura, fuga dal proprio sentire, non volontà di confrontarsi con se stessi. L'inconscio è risveglio dell'umano, chiamato prima di tutto alla consapevolezza, alla conoscenza del vero, stimolato a non essere presenza anonima e vana, ma a esistere, a scoprire, a formare e a mettere al mondo il proprio. L'inconscio è un interlocutore certamente impegnativo, persino scomodo, ma affidabile, come lo è l'amico che non manca di dirti il vero, anche se spiacevole, di stimolarti a prendere coscienza, per il tuo bene. L'inconscio è cura assidua e indomita volontà di perseguire il proprio bene, che non è conformarsi, incuranti di sapere, di vedere, ma è aprire gli occhi, trarre da sè l'originale con cui si è venuti al mondo, il potenziale cui si può dare forma e compimento. Nulla è più vitale e nel verso della vita dell'inconscio. Paradossalmente l'inconscio, la vita interiore, ciò che produce, sono spesso ritenuti ostacoli alla vita. E' davvero un paradosso, che sta in piedi solo in virtù di pregiudizi, di ignoranza. Quando si va a scoprire, come dentro una valida esperienza analitica, cos'è davvero l'inconscio, cosa propone, di cosa è capace, ci si può rendere conto di quanta magistrale sapienza e di quanta umanità e volontà d'umano ci sia  nel profondo. Ci si rende conto della distanza che purtroppo separa spesso gli individui dalla scoperta di ciò che, prezioso e enorme, il loro profondo potrebbe loro dare.

mercoledì 29 aprile 2015

La scelta

Patire e non capire, non comprendere cosa il proprio intimo sentire dice, questo è il vero e fondamentale problema per chi vive un'esperienza di malessere interiore. Non si è preparati e abituati a comunicare con l'interno, con la propria interiorità, ma solo ad adattarsi e a sintonizzarsi con l'esterno, a farsi dare dall'esterno guide di senso comune per dirigersi e per spiegare il significato delle cose e delle esperienze. Quando si è messi alle strette da qualcosa di interiormente difficile e doloroso, che ha aspetto poco confortante e insolito, fioccano subito sul conto del proprio sentire (prima di tutto da parte propria) i commenti negativi, sale alta la sfiducia e persino la disperazione. E' necessario imparare a capire ciò che si sente, a trarre da lì materia, insostituibile e preziosa, per conoscersi e per capire. Spesso serve un aiuto per imparare ad orientarsi nel mondo interno, dove si è in genere smarriti e totalmente ignari. Nulla nell'esperienza interiore, anche nelle sue espressioni più dolorose, sconquassanti o "contorte", è fallimentare o distruttivo, nulla è semplicemente abnorme o malato, tutto ha un senso, anzi un'utilità. Sempre infatti il proprio sentire, il proprio corso interiore d'esperienza, vuole evidenziare e rivelare aspetti di se stessi e questioni decisive, vuole e può condurre a vedere, a capire, a prendere coscienza, se saputo leggere con attenzione e fedelmente, se non marchiato, per paragone con una presunta normalità, come patologico in un verso o in un altro, con un'etichetta diagnostica piuttosto che con un'altra. Il problema è orientarsi, avere occasione, formando e sviluppando capacità riflessiva, di capirsi nel proprio sentire, di vedere il cammino che nei propri percorsi interiori, pur insoliti e difficili, si sta disegnando, di trarre frutto ( più pienamente attingendo ai sogni e seguendo la loro guida) da tutto ciò che si vive interiormente, anche se molto disagevole e sofferto, anche se in apparenza solo sconfortante. Ripeto, è necessario acquisire capacità di orientamento in un mondo, in un'esperienza, quelli interiori, con cui non si ha confidenza, dentro cui negli anni, più o meno tanti, non si è affatto imparato a muoversi. Si avanza negli anni infatti imparando a intendersi più con l'esterno che con l'interno. Ma non è mai troppo tardi per dotarsi della capacità, non certo superflua o secondaria, di ascoltarsi, di leggere l'intima esperienza, di orientarsi nel proprio sentire, di comprendere il linguaggio interiore. Serve un aiuto per questo, perchè i modi abituali di pensare, di cui si dispone, nulla hanno di riflessivo, di adatto a entrare in rapporto con l'esperienza interiore, col sentire, con i sogni. Ci sono però ostacoli non di poco conto sulla strada, che spesso bloccano in partenza l’ipotesi e il proposito di intraprendere un approfondito e serio lavoro su se stessi. In chi vive un'esperienza di crisi e di malessere interiore si fa largo spesso una reazione vittimistica, che rivendica la pronta liberazione dalla sofferenza interiore, squalificata come carico indebito, come malasorte, come malattia. C'è poi una nutrita schiera di terapeuti, che, con vario titolo, sono pronti a suffragare l’idea che il malessere interiore sia soltanto un'afflizione di cui liberarsi, da combattere, uno stato anomalo da sanare e correggere e ciò non giova certo a rapportarsi fiduciosamente all’esperienza interiore dolorosa e critica, a riconoscerla come parte viva di sé da rispettare e da valorizzare, con cui cercare un incontro e non uno scontro, con cui imparare a dialogare. Ciò non giova a comprendere che il malessere interiore vuole e può essere non una pericolosa deriva, ma la porta di ingresso e la leva di una trasformazione non solo utile, ma indispensabile per trovare visione chiara dentro se stessi, per mettere, non illusoriamente, ma saldamente nelle propie mani la propria vita. Viceversa l'adesione a un modo di intendere e di interpretare la propria vita all’insegna dell’integrazione e dell’adattamento alla cosiddetta realtà, intesa come modi organizzati e comuni di pensare, agire, trovare soluzioni, organizzare e dirigere l’esistenza, fa sì che si ritenga di essere già in corsa,  che si pretenda di essere già cresciuti, comunque al passo, che si abbia orrore di svelare un ritardo, un’inefficienza rispetto alla “normalità”.  Il proprio disagio interiore, che fa intendere che ciò di cui si dispone è fragile, sconnesso, credibile fuori, ma discordante col dentro, è prontamente temuto e osteggiato come minaccia di perdere contatto con la schiera dei normali o presunti tali. Se tra ciò che si pensa e ciò che si sente non c’è corrispondenza, se l’insieme di ciò che si sa vedere e concepire, capire di sé e della propria vita è, ad essere onesti e sinceri, perlomeno nebuloso, raffazzonato e confuso, senza vera consistenza e forza, poco importa, ciò che si vuole è senza discussione tornare a procedere come prima, come sempre. In fondo basta fondersi e confondersi con la successione degli eventi, distrarsi da sé e dal proprio sentire, basta appoggiarsi all’illusione che quattro schemi razionali bastino a credere di sapere di sé e del vivere, basta dare credito a qualche segno materiale di possesso e di autorealizzazione, per tentare di allontanare da sé ogni dubbio sulla validità del proprio procedere abituale, per tentare di  svuotare di senso ogni malessere. Ma il malessere non cede, non ci sta l'interiorità a farsi mettere in un angolo, a farsi zittire o fraintendere, torna implacabile a ricordare che non c’è connessione e unità con se stessi, che non c’è nulla che abbia davvero capacità di persuasione intima e profonda in ciò che si sta facendo di se stessi, in cui si sta persistendo. La scelta di combattere l'intimo sentire, di sminuirlo a espressione storta e malata, la scelta di buttarlo, di sostituirlo fin dove possibile con altro, di cercare, come fosse il meglio, la distrazione da sé e dal proprio malessere cocciuto, è favorita dal perenne rifarsi allo sguardo altrui, all'idea comune. Nessuno, o quasi, in fondo incoraggia a sostare per riflettere, per ascoltarsi, per veder chiaro, per trovare proprie risposte, aderenti a se stessi, perchè nessuno o quasi lo sa fare, perchè agli occhi della maggioranza fermarsi, avvicinarsi al proprio intimo sentire, significa rischiare di perdere contatti ritenuti vitali con l'esterno, di perdere terreno, di smarrirsi. Per allontanare il malessere, che rischia di corrodere le persuasioni deboli e confuse, cosa c'è di meglio che tornare a cercare lo sguardo altrui, per cercare conferma, conforto che tutto va bene, casomai il dono di qualche consolazione o ebbrezza di sentirsi importanti per qualcuno, ben considerati? Tanti ostacoli sulla strada della scelta di prendersi sul serio, di prendere sul serio la voce intima, il malessere che insiste, che non fa sconti, che vuole ricordare che non bastano l’illusione e la conferma esterna per trovare se stessi, per essere individui, con radice propria e pensanti, con proprio bagaglio di conoscenza, di sincera passione e di progetto. La sofferenza interiore è fermo richiamo, è onesto e sincero bilancio, è forte invito a non persistere nella fuga da sè, a fare qualcosa che urge per veder chiaro, per scoprire e per formare il proprio, ma non è detto che sia ascoltata.

domenica 12 aprile 2015

Patire e agire, due espressioni umane inscindibili

Si fa spesso equivalere l’esperienza interiore dolorosa e spiacevole a un danno subito, a un guasto, a una situazione nociva di cui liberarsi. E' questo un motivo di riflessione, che ricorre nei miei scritti. Patire non è in sé esperienza infausta, è, quando interiormente si propone o impone, un percorso da fare per non astrarsi dal vero. E’ la nostra stessa interiorità che non tace, che non vuol tacere, che è attiva nel calarci nel vero, per conoscere, per favorire la nostra  presa di coscienza, per alimentare lo sviluppo della nostra autonomia. Non c’è nulla di maledetto o di superfluo nel patire, nel sentire spiacevole, tutto il sentire, anche nelle sue espressioni più dolorose o intricate, imprevedibili o "strane", evidenzia e conduce a riconoscere il vero. Se si impara a entrare in rapporto col sentire, se ci si dispone non al rifiuto e al giudizio, ma all'ascolto, se ci si dota di vera capacità riflessiva, di guardare e cogliere, di riconoscere, non in modo vago e approssimativo, ma attento e fedele, l'intimo disegno e proposta del sentire (capacità riflessiva che non ha nulla a che vedere col modo corrente di intendere la riflessione, come esercizio di ragionamento sull'esperienza), tutto il proprio sentire diventa occasione di avvicinamento a se stessi, terreno fecondo di presa di coscienza utile, anzi necessaria. Aggiungo che non intendo parlare del patire in chiave rassegnata, fatalistica o strumentale, del patire come mezzo per espiare o per trarre da lì qualche beneficio morale o altro. La modalità del patire, nel senso del lasciarsi prendere e segnare dal corso interiore dell‘esperienza, dell'entrare in intimo rapporto e scambio con ciò che si sta avvicinando per conoscerlo, è essenziale, è espressione umana intelligente, è complemento indispensabile della modalità, dell'espressione umana, altrettanto fondamentale, dell'agire, che cerca di cogliere il senso e di tradurlo in volontà di realizzazione. Nel sentire arduo, difficile c’è l’esperienza intima che fa entrare in rapporto, che fa toccare con mano, che fa riconoscere e comprendere. Non si conosce freddamente e dall’esterno, si conosce davvero e efficacemente, facendo intima esperienza, si conosce vivendo interiormente ciò che in questo modo, sentendo con vivacità di percezione e con precisione di particolari, può essere attentamente e validamente compreso. Accompagnando l’esperienza del patire con la capacità riflessiva di cui parlavo, assolutamente necessaria, che fa vedere cosa nelle pieghe e nell’intimo del proprio sentire accade, è possibile conoscere, prendere consapevolezza, in modo vivo e fondato, efficace, indelebile. Porto spesso l’esempio del camminare a piedi nudi, esperienza sensibile che permette di “capire” il terreno e di decifrare con precisione di dettagli il cammino che si sta facendo, per far intendere per analogia la funzione intelligente del sentire, anche quando doloroso, spiacevole, difficoltoso. Si pretende in genere di riservare al pensiero razionale, libero da interferenze e da "contaminazioni" emotive, la facoltà di conoscere al meglio, in modo lucido e affidabile. Il pensiero razionale in realtà, se scisso dal sentire, se non indirizzato dall’esperienza interiore, non fa, nella conoscenza di se stessi, che combinare schemi astratti, che impiegare definizioni di cui ignora l’origine e il significato, non fa che assecondare, senza ammetterlo e riconoscerlo, interessi di autoconferma, non fa che rigirare il già noto, anche quando appare innovativo o geniale. Senza guida interiore, senza il supporto del sentire, che dà base e fondamento vero alla ricerca, il pensiero vaga insensatamente tra congetture e spiegazioni spiantate, compie acrobazie utili solo a darsi vanagloria e illusione di capire. L’esperienza interiore non va selezionata e filtrata, cercando di eliminare, come fossero scorie o esperienze negative, le parti spiacevoli o di difficile comprensione immediata. Il dolore interiore non è parte negativa, è via e tramite necessario di conoscenza, a meno di voler rendere artificioso tutto, a meno di voler contraffare, per comodo, la conoscenza di se stessi. La propria interiorità non tace nulla, anzi spinge verso la consapevolezza che più serve per non rimanere ignari e disarmati, incapaci di capire e di dirigere la propria vita. Se il dolore è considerato come il subire lo sfavore di questo o quello, se è inteso come la “malattia” da cui essere salvati, davvero si finisce per non essere all’altezza delle intenzioni e dell'intelligenza della propria parte profonda.

sabato 11 aprile 2015

I due sguardi

E’ assai frequente in chi vive una situazione di sofferenza interiore la corsa precipitosa a cercare cause, in genere in altro da se stesso e soprattutto rimedi, dando per scontato che, se fa intima esperienza di difficoltà, di perdita di sicurezza e di fiducia, se imperversano interiormente paura, apprensione e angoscia in varia forma, cadute d’umore o altri “strani” grovigli o imperativi interni e tormenti, questo sia solo un guasto da sanare, una disfunzione dannosa da correggere. Chi è colto da malessere interiore è spesso allarmato, ma anche intollerante verso la sofferenza interiore, presto drammatizzata come trappola o sciagura, reclama come diritto il ritorno al normale solito, di corsa, per non farsi escludere dalla realtà conosciuta e comune, pensata come l'unica realtà possibile, assoluta, dimenticando o ignorando che reale è e diventa ogni passo avanti nella conoscenza e nella presa di coscienza personale, che può portare a concepire il nuovo, a fare la propria storia e non a fare lo spettatore o la comparsa nella storia comunemente raccontata e già allestita. E’ miope se non addirittura preoccupante, soprattutto se ciò coinvolge anche chi si sia dato il compito di dare aiuto e di curare, non riconoscere che l’interiorità dentro l'esperienza dolorosa segnala puntualmente ciò che vuole indurre a prendere sul serio, smontando illusioni e creando le basi, pur sofferte e scomode, di una presa di coscienza vera, di una trasformazione e di una crescita personale assolutamente necessarie e utili. Manca sia a chi è portatore di sofferenza, che al curante incline all'idea di cura come rimessa in ordine e come correzione di uno stato ritenuto pregiudizialmente anomalo e insano, la conoscenza dell'interiorità, del suo modo di proporsi, del significato della sofferenza interiore, manca il possesso di strumenti, come lo strumento riflessivo, la capacità di ascolto e di lettura del significato intimo del sentire, indispensabili per accogliere l'esperienza interiore sofferta e per comprenderne e valorizzarne la proposta. Impreparati a questo, senza consapevolezza che nulla dell'esperienza interiore è insensato e vuoto, semplicemente anomalo, protesi subito alla ricerca frettolosa di spiegazioni e soprattutto di rimedi, con l’idea che il disagio interiore sia comunque una irrazionale risposta e un limite da superare velocemente perchè nocivo, ci si acceca e si rende ancora più acuto il contrasto tra ciò che l'interiorità vuole testimoniare e promuovere e ciò che la parte cosiddetta conscia sentenzia e in affanno chiede e pretende: la normalizzazione. E' come non voler vedere ciò che il profondo dell‘individuo non vuole che si ignori più e cui chiede risposta matura e non atteggiamento sordo o qualche sciocco rimedio per aggirare il problema. C’è insomma spesso una completa incomprensione tra sguardo profondo che, senza far tanti complimenti, non concedendo tregua, vuole dare pungoli e indicazioni ferme e oneste, intelligenti e sagge di ciò che manca e che è critico, da chiarire, da verificare coraggiosamente e da trasformare di se stessi e lo sguardo della superficie razionale che, preoccupata più di stare in stretto legame e intesa con l'esterno che con il proprio intimo, non vuol saperne di contrattempi e ancora meno di ostacoli più seri al suo rimanere ignara, altrove da se stessi e da puntuali verifiche, in stato di qualsivoglia quiete o galleggiamento, purchè duri, senza grattacapi e intoppi.

mercoledì 25 marzo 2015

Uscire o entrare?

La richiesta più frequente, di apparente buon senso, di chi è alle prese con un'esperienza interiore fortemente difficoltosa è di essere aiutato a uscir fuori da quella pena, da quel groviglio doloroso. La scelta di venirne fuori pare coincidere con la propria messa in salvo, con la possibilità di riprendere un cammino più favorevole e riconosciuto sano, promettente, abbandonando quello che pare solo un pantano, una trappola. In realtà uscir fuori significa, squalificandola come sciagurata e pericolosa, perdente e negativa, remare contro, divergere rispetto alla tendenza di una parte di sè, interiore e profonda, viceversa a entrare, a non evitare, a non tacersi, anzi a mettere dito e oltre in qualcosa che il sentire vuole rendere appunto sensibile perchè sia riconosciuto, compreso. Un pò come in medicina sul terreno fisico il dolore, il cosiddetto disturbo è sintomo e può e vuole rendere riconoscibile una condizione più complessa, così il sentire, l'esperienza interiore accidentata e spigolosa, ardua e dolorosa rende tangibile e vuole portare vicino a una verità intima finora ignorata, a una presa di coscienza necessaria. Se in medicina sparare sul sintomo per metterlo a tacere è riconosciuto come condotta irresponsabile e stupida, perchè mette a rischio il paziente, di cui, zittendo il sintomo, si oscura la condizione sottostante più complessa, compromettendo la possibilità di indagarne e di conoscerne lo stato vero, così e ancor di più sul terreno psicologico, mettere a tacere come prima scelta, sparare contro una condizione interiore disagevole, bollandola come sfavorevole, negativa e basta o priva di ragioni, solo nociva, casomai con la messa in scena o simulazione di un chiarimento come si fa applicando un'etichetta diagnostica, è scelta scriteriata e niente affatto favorevole. Appiccicare un'etichetta diagnostica, che con parole un pò più tecniche e oscure casomai ripete quanto l'individuo già sa e può dire, non incoraggia certo l'ascolto, la comprensione più attenta, fedele e approfondita, anzi la chiude. Semmai incoraggia la delega al tecnico a far qualcosa per allontanare ciò che ora, dopo la "diagnosi", sembra solo una patologia. Da un lato la parte profonda di sè introduce e spinge attraverso il sentire a vedere e a prendere consapevolezza e dall'altra la volontà dell'individuo, persuaso di far bene e il proprio bene, è quella di scaricare il tutto, di venirne fuori. All'oscuro dunque di ciò che il proprio sentire voleva rendere riconoscibile, perchè, capendo, provvedesse, perchè ne facesse consapevolezza utile e capace di mutare propria visione, modi o scelte, l'individuo che è stato aiutato a uscir fuori, anzichè a entrare nella comprensione del suo sentire, non avrà certo mezzi utili per fare il proprio bene e interesse. Per avere mezzi e strumenti validi, per sventare rischi di infelice conduzione di se stesso, per comprendere ciò che più profondamente gli è necessario, per diventare più fedele interprete di se stesso, per capire ciò che c'è di vero, ciò che utilmente e necessariamente va trasformato e costruito, l'individuo ha vitale necessità di intendersi con se stesso, di capire ciò che sente, che dentro di sè preme e insiste per essere udito. Trattare come segnale di guasto, come cattivo sentire ciò che un individuo pur penosamente sente, racchiude il rischio di fare un serio danno, come in medicina può fare l'uso di sedativi per soffocare ciò che è segno emergente di una condizione fisica complessa da identificare e capire con cura e con  tempestività. Se ad esempio un individuo dolorosamente non riesce a trovare, vede cadere dentro di sè stima e fiducia in se stesso, se avverte perdita di interesse verso tutto, senso di lontananza da ciò che lo circonda, è fondamentale che non sia incoraggiato a uscire da quei vissuti, trattati subito come patologici e privi di motivo valido, ma semmai aiutato a entrarci per ascoltarli, per ben comprenderli in relazione a se stesso, senza stare a vedere se fuori di sè ha questo o quello di cui potrebbe già compiacersi o per cui potrebbe rimotivarsi. Capita infatti che sia necessario vedere il poco o nulla di sè che c'è in un modo di vivere pur all'apparenza convincente perchè "normale". L'interiorità non tace ciò che impegnativo va riconosciuto, non tace il vuoto di sè, la mancanza di motivi validi di compiacimento e stima verso se stesso, dove l'esistenza, di fattura normale, sia stata condotta in modo gregario, imitando, ripetendo, applicando e punto. Un segnale impegnativo e doloroso, ma vero, per arrivare davvero a intendere, a concepire e a desiderare il nuovo, una vita che abbia il proprio volto, fedele a sè, fatta di scoperte di significato proprie, di realizzazioni di matrice e costruzione propria. Ho portato in modo breve un esempio per far capire come definizioni come quelle per cui un vissuto doloroso sarebbe solo insano e deleterio, non avrebbe motivo d'essere e andrebbe rapidamente superato e spento, potrebbero essere oltre che una fandonia, un atto di irresponsabilità, un atto "curativo" tutt'altro che benefico. L'interiorità propone non di rado di entrare in percorsi interiori non facili, ma utili e necessari per capirsi, per vedere il vero con i propri occhi, per cambiare consapevolmente e convintamente, per crescere. Per prendersi davvero buona cura di se stessi è importante essere incoraggiati e validamente aiutati a entrare, a compiere quei percorsi, pur difficili, sviluppando la capacità di comprenderli intimamente, anzichè essere indotti dalla "cura" a nutrire ulteriore timore e diffidenza verso il proprio intimo sentire, ad avere ancora più insofferenza e impazienza di allontanarlo, di uscirne. E' importante e possibile essere aiutati a prendersi cura di se stessi per unire, per trovare unità con se stessi, per non remare contro e per non divergere da se stessi, per non coltivare, pur convinti di agire al meglio, solo la propria inconsapevolezza, per non disarmarsi, per non buttare via ciò che, tutt'altro che dannoso, se compreso, può aprire la strada per trasformare utilmente la propria vita, per renderla davvero la propria vita.

domenica 22 marzo 2015

La proposta interiore

A volte il nostro sentire ci avanza proposte, ci cala in vissuti, in sensazioni e in stati d'animo, in percorsi interiori, che non solo ci risultano spiacevoli e sgraditi, ma che possono addirittura generare in noi sgomento, smarrimento. Sembrano inquietanti oltre che dannosi. Si è inclini in simili casi, sull’onda di modi di pensare e di atteggiamenti comuni e diffusi, a trattarli come espressioni di un guasto, come pericolosi segnali di un congegno interno che pare fuori controllo, forse, si ritiene, perché logoro, logorato da qualcosa di nocivo, da troppo patimento. In realtà in questi casi, in ciò che si vive interiormente, non c'è la fragilità di un organismo logoro e afflitto, ma la fermezza e la lucidità di una proposta. Qualcosa interiormente vuole, non solo farsi udire forte e deciso, ma anche dare guide e occasioni di presa di coscienza, mirate e intelligenti, tutt'altro che segnali di malfunzionamento. La propria identità e il proprio bagaglio di consapevolezza non possono, per essere saldi e consistenti, che essere fondati su qualcosa che si riesce davvero a comprendere fino in fondo e da sè, a riconoscere attraverso esperienza interiore e riflessione, toccando nell'intimo con mano, riconoscendo implicazioni, significati patiti e veri. Spesso ciò che si pensa essere il proprio patrimonio di idee, di valori e di convincimenti, la propria personalità per intero, sono in prevalenza il frutto di adattamenti all’ambiente, di rifacimento di idee, di atteggiamenti e di modi di trattare l'esperienza, presi in prestito, ispirati e modellati da consuetudine, da pensiero e da persuasioni comuni e prevalenti. Molto più impegno e sforzo nel corso della propria vita è stato messo per stare in legame e in intesa con l’esterno che con se stessi. Va poi tenuto presente che la scoperta autonoma del vero costa in termini di ricerca, perchè l'applicazione del preconcetto è automatica, facile e immediata, così come la costruzione ragionata del pensiero è concatenazione semplice di idee preformate, anche quando ha apparenza ingegnosa e sofisticata, mentre la conquista di visione e di presa di coscienza è più lenta, impegnativa. Non solo, ma cercare il vero è scomodo, può imbarazzare, ferire il proprio orgoglio e mettere in crisi, smuovere, non dare spensieratezza. Standoci attenti, i modi di capire e di capirsi nel proprio procedere abituale sono consistiti più nell'omettere ricerca attenta, coraggiosa e sincera,  più nel rivestire la propria esperienza di significati convenzionali, che spesso hanno dato rassicurazione oltre che illusione di comprendere, che nel cercare con trasparenza i significati e le implicazioni vere di momenti, situazioni e scelte. Significativo il fatto che le proprie sensazioni e stati d'animo, pronti passo passo a svelare, a dare supporto alla comprensione del vero, ci si sia abituati soltanto a catalogarli grossolanamente  come buoni o cattivi, come normali o no, a non leggerli con attenzione e a non considerarli guide fondamentali per capire. Se il proprio sentire pareva in qualche modo concordare con quanto ci si aspettava e si sarebbe voluto ottenere e far funzionare, ci si diceva che andava bene, lo si trattava come musica di fondo o coloritura emotiva più o meno gradevole, se viceversa, come non raramente capitava, discordava, lo si relegava come fatto minore e secondario, pronti a sminuirlo, perchè tanto si trattava solo di parti "emotive“. Quando perciò accade che inaspettatamente il proprio sentire alzi i toni e dia segnali acuti, interiormente dolorosi, gravosi, ecco che allora la diffidenza, mista a paura, comincia a scavare il fossato, ad alzare il muro. In questi casi al proprio sentire, che per insistenza e per intensità  sta segnando in modo forte la propria sorte e vicenda, non mancherà di arrivare la bocciatura e la squalifica, perché ritenuto solo espressione "irrazionale", nel senso di inaffidabile e insensata, miope e senza intelligenza, sciagurata, fonte di danno e di sofferenza ingiustificata. Un colossale travisamento. Si vuole in realtà sistemare tutto subito, si vuole la conservazione e il ritorno al normale. Guai a prendere atto che l’edificio costruito, quello della propria personalità, non ha fondamenta vere e solide! In realtà molto spesso non si sa chi si è, si sono solo messe assieme nel tempo risposte di intesa con e  per gli altri, idee prese in prestito e rimasticate, travestite da pensiero proprio per cercare di illudersi di sapere, cercando più di tirar avanti che di soffermarsi sul serio, di ascoltarsi con scrupolo e senza fughe. Dentro, nella parte di sè profonda, che si esprime nel proprio sentire, come nei propri sogni (notturni), la questione di chi si è e di quanto di consistente e di davvero corrispondente a se stessi si è scoperto, compreso e realizzato, non passa affatto inosservata. Perciò il proprio sentire dà segnali importanti, che possono intimorire, ma che, saputi intendere, sono provvidi di suggerimenti e veritieri, tutt’altro che inaffidabili e sgangherati, tutt’altro che irrazionali e senza testa. La questione vera è imparare ad ascoltare, a comprendere il linguaggio dei propri vissuti, delle proprie sensazioni e stati d'animo, di tutto ciò che vive interiormente dentro se stessi, è imparare a reggere la tensione, a non fuggire e a riflettere, a leggere l'intimo di ciò che si prova. Sono infatti quelli interiori, comunque si propongano, non segni di guasto o anomali accadimenti, ma richiami e segnali che vogliono cominciare ad aprire gli occhi, che accentuano e che evidenziano condizioni interiori che possono aiutare a capire il proprio stato e le insufficienze reali:  ad esempio senso di instabilità e di fragilità, di apprensione insistita, perchè nulla sinora è stato davvero compreso, perchè ci si muove da sempre sospesi e senza contatto e intesa profonda col proprio sentire, senso di svuoto, di sconforto e mancanza totale di interesse verso tutto, perchè nulla è veramente intimo e proprio, nulla è stato ed è vita propria davvero. I segnali interiori vogliono far capire che è ora di preoccuparsi di se stessi, di lavorare sul serio per vedere con i propri occhi la propria vera condizione, per conoscersi, per vedere che tutto ciò che sinora ci si è messi a disposizione è terribilmente fragile e che, questo sì, è inaffidabile. Senza sapere chi si è, senza conoscenze vere, all’inizio anche sgradite, se "impietosamente"  mostrano come fino ad oggi ci si è mossi, ( spesso più per imitazione e per senso comune che altro, più preoccupati di tenere a bada e di trarre considerazione e consenso dall’occhio altrui, che di cercare confronto sincero e attento con se stessi), si continuerebbe a muoversi lì dentro, intrappolati e illusi, indefinitamente. Senza risposte formate da sè, senza scoperta (che non è istantanea, ma che richiede incontro e confronto approfonditi con se stessi) di ciò che si è, che davvero appartiene, che profondamente si ama, che merita di essere realizzato, ci si troverebbe ciechi e impotenti, incapaci di aprire con passione e con convincimento la propria strada, di dirigersi verso i propri scopi, di avere autonomia di giudizio e forza di autogoverno. Se da dentro di sè arrivano, attraverso sentire scomodo e sofferto, richiami forti a preoccuparsi di se stessi, segnali incisivi e puntuali per leggere il proprio stato vero, è per indurre a provvedere per tempo, a non farsi bastare una maturità di facciata, poco affidabile, che esporrebbe a percorsi gregari, a scelte di vita fatte per imitazione, a incapacità di produrre qualcosa di vitale, di far vivere ciò che profondamente corrisponde e appartiene. La propria interiorità è attiva nel dare segnali, che se ben intesi e raccolti, possono diventare la propria salvezza. Va fatto un lavoro serio su se stessi e con se stessi, per passare da personalità posticcia e senza fondamento a personalità vera, salda e fedele a se stessi. Se, di fronte a esperienze interiori sofferte e scomode, si insiste nell’impazienza di sistemare tutto subito, di difendere l'abituale e già conosciuto, se ci si mette senza esitazioni a squalificare le proprie sensazioni difficili come insane e sbagliate, si corre il rischio di respingere l’invito, sanissimo, oltre che provvidenziale, a trasformarsi, per il proprio bene vero. C'è una parte di noi stessi che prende iniziativa, che per prima legge la nostra vera condizione, che non ignora le rinunce presenti sul nostro cammino di vita a fondare su di noi le scelte, a veder chiaro rispetto al cercare aggiustamenti e compromessi, che vuole che ci prendiamo tutta la responsabilità del vero che ci riguarda. Tutto questo perchè ci riesca di affrancarci da una vita che ci tradisce, che ci oscura, che, prima di tutto nei nostri pensieri, non rispecchia la verità e che perciò non può far vivere ciò che potremmo. La proposta interiore è sempre più sana e saggia di qualsiasi pensata o tecnica curativa per tenere tutto immodificato, per vincolare al normale, per produrre aggiustamenti artificiali o sciocchi. L'inconscio non trova all'inizio nella parte conscia un interlocutore serio e intelligente, in grado di condividerne pensieri e intenzioni. L'analisi, quando ben concepita e fatta, è questo: è avvicinamento al proprio profondo e non fuga ostile, è sviluppo della capacità di dialogo e di intesa con la propria interiorità, da cui trarre il meglio e cioè la propria intelligenza e verità.  

mercoledì 18 marzo 2015

Il lavoro dell'inconscio

(Ripropongo oggi questo mio scritto, perchè ritengo possa aiutare a comprendere ciò che l'inconscio può offrire, a sentire più vicina questa parte preziosa e irrinunciabile del proprio essere)
L'inconscio interviene di continuo nella nostra esperienza, sia attraverso i vissuti (il nostro sentire) e governando nel suo insieme il corso della nostra vicenda interna, sia in modo privilegiato illuminando il nostro cammino interiore con i sogni. Contro i tentativi di mantenere con l'iniziativa e col filtro della razionalità (tanti accadimenti interiori fastidiosi o imbarazzanti passati sotto silenzio, lasciati scorrere via o fraintesi e manipolati a piacimento col ragionamento) sostanzialmente intatta e a noi compiacente la nostra visione di noi stessi, l'inconscio non ha pudore, "pietà" o riserbo di intervenire e di insistere, senza chiedere permesso e sorprendendoci, perchè di noi sappiamo, vediamo, cogliamo ciò che importa, il vero. L'inconscio è attivo perchè non rimaniamo passivi o altro da noi stessi. Per passività intendo il quieto aderire al dato e al pensato comune e abituale, la riproduzione di un pensiero e di una visione di noi stessi che, se anche in apparenza convincenti e verosimili, in realtà altro non fanno se non ripetere ciò che già è stato detto, ciò che ci torna comodo credere. L'inconscio è la parte di noi che agisce e che lavora perchè non evadiamo da noi stessi, perchè sappiamo di noi, perchè transitiamo nelle pieghe del nostro essere, perchè vediamo, anche a costo di ferirci e di soffrire, ciò che ci spetta, ciò che ci è necessario conoscere. Nulla di ciò che si propone a noi nel nostro sentire è casuale, bensì è traccia e guida per prendere contatto e conoscenza viva di aspetti del nostro essere, del nostro modo di procedere, di questioni, anche non semplici, che abbiamo vitale necessità di elaborare, di capire. L'inconscio suggerisce e offre di continuo attraverso il sentire spunti, occasioni, crea trame e sviluppi utili per capire. Il lavoro dell'inconscio raggiunge il suo apice creativo nei sogni, che, se ben intesi, analizzati e compresi si rivelano impareggiabili mezzi per guardare dentro sè, per conoscere, per crescere. Se compreso e fatto proprio l'aiuto dell'inconscio è assolutamente decisivo per trovare il proprio spessore umano e di pensiero, per scoprire le proprie vere potenzialità e il proprio progetto. Accade però che, ignari e impreparati a tutto questo, ci si senta non di rado delusi o semplicemente disturbati da ciò che succede dentro se stessi, che si giudichino le esperienze interiori (che per intero l'inconscio regola e dirige), quando discordanti dalle attese o disagevoli, come inopportune, come limitanti, come dannose. Diffusa e prevalente la tendenza a escogitare, a farsi consigliare, ad applicare rimedi, spiegazioni che aiutino a ripianare, a mettere a tacere l'esperienza interiore scomoda e sofferta. La psicoterapia stessa è spesso cercata e non di rado nasce con simili auspici, in contrapposizione a parte di sè interna vissuta come nemica, con desiderio di disarmarla, di rimetterla in riga o di erigere una sicura barriera contro ciò che sembra solo molesto, pericoloso e incoerente. L'inconscio non si fa plagiare e zittire. Se aveva ragione di smuovere, di porre in crisi la stabilità interiore per favorire sviluppi, processi conoscitivi nuovi, cambiamenti necessari, se inascoltato e incompreso, seguiterà nel tempo e con rinnovata forza ad aprire la ferita, pur col rischio che si torni ottusamente a parlare di semplice ripresa del malessere o di "ricaduta" e che si torni a schierarsi contro l'iniziativa interiore anzichè disporsi ad ascoltarla e a capire. In rapporto a esperienze interiori difficili e sofferte il vero problema, la vera insufficienza o anomalia non è nel (presunto) corso sbagliato o insano di ciò che si prova, che si vive interiormente, anche se doloroso e accidentato, ma sta nel non essere capaci di entrare in rapporto e in dialogo con la propria esperienza interiore, con l'inconscio, sta nel non avere ancora capacità e opportunità di capire. Cominciare a fidarsi della propria interiorità fino ad aprirsi totalmente e senza preclusioni al proprio corso interiore, imparare ad ascoltare la voce e a cogliere l'intima proposta del proprio sentire, capacitarsi dello straordinario lavoro svolto dal proprio inconscio dentro i sogni, intenderlo, capirlo, assimilarlo, farlo proprio, seguire con attenzione il percorso di ricerca e di trasformazione tracciato dall'inconscio attraverso il succedersi dei sogni e dei vissuti... questo un'esperienza analitica ben fatta cerca, fa vivere e realizza. L'inconscio apre crisi, movimenta il quadro interiore, rompe equilibri, per condurci con fermezza, costi quel che costi, verso noi stessi, verso la nostra capacità vera di vedere, con i nostri occhi, di pensare, un pensare che abbia guida e fondamento dentro ciò che sperimentiamo intimamente, che sia comprensione fedele della nostra esperienza. Il nostro inconscio spinge perchè, non ignari di ciò che siamo e che possiamo, mettiamo al mondo il nostro. Come analista da più di vent'anni lavoro avendo per maestro l'inconscio. Se aiuto l'altro a rivolgersi alla sua interiorità, all'ascolto del suo profondo, so di non fargli acquisire un armamentario inutile di formule e di spiegazioni, so di non condannarlo a rimanere vittima del suo corto respiro e pensiero, inglobato dentro una visione di sè e delle sue possibiltà precostituita e chiusa, ma so di avvicinarlo alla fonte della sua conoscenza, alla sua capacità di conoscere e di trasformarsi. (16/4/2007)

domenica 15 marzo 2015

Comunicare con se stessi

Comunicare con se stessi, con la propria interiorità, non è facile, soprattutto non è usuale. Capita infatti spesso di intendere, fraintendendoli, il dialogo interiore e la riflessione come un ragionare e un parlare sopra la propria interiorità e intima esperienza, costruendo sul suo conto, senza prestarle ascolto e senza vera riflessione, perciò senza possibilità di comprensione alcuna, spiegazioni tanto in apparenza logiche e coerenti quanto spiantate. Conoscere e capire se stessi richiede essere liberi da pregiudizi e da a priori, significa imparare a svolgere dialogo aperto e rispettoso con la propria interiorità, quindi a zittirsi per lasciarla dire, per ascoltarla, significa imparare la riflessione vera, che non è invenzione e costruzione ragionata di ipotesi e di spiegazioni, che non è deduzione di significati e di perchè, ma capacità di guardare negli occhi, come ponendosi davanti a uno specchio, il proprio intimo sentire, per vedere, per riconoscere cosa originalmente, autenticamente rivela. In presenza di malessere interiore, si parte viceversa in genere da un a priori indiscusso, dalla premessa, che pare evidente e certa, che se si sta soffrendo, se si sta vivendo un corso d'esperienza interiore disagevole, questo è l'espressione di un cattivo funzionamento, di una anomala condizione, a cui prima di tutto va cercato un rimedio per riportarlo al dritto, al normale o presunto tale e cui, volendo capire, bisogna scovare una causa. Andare verso il proprio passato in cerca di qualche fattore nocivo condizionante, limitante o perturbante, di qualche influenza negativa, di qualche responsabilità e manchevolezza altrui, è il percorso preferito. L'interiorità solleva oggi un problema attuale e rilevante di cui cominciare a prendere coscienza e su cui lavorare, di cui responsabilizzarsi, rompe uno stato di equilibrio e di quiete, pone acutamente col sentire questioni che riguardano il proprio modo di condursi, lo stato vero della propria autonomia e capacità di autogoverno, lo stato del rapporto con se stessi, con la propria esperienza interiore, spesso vago o inesistente, dove pensare e sentire divergono, non si incontrano (condizioni cui il profondo non dà tacito benestare e sostegno, ma che viceversa pungola prima di tutto a riconoscere e a disporsi a trasformare) e, in presenza di tutto questo, la risposta è quella di trattare subito vittimisticamente ciò che si sta vivendo interiormente come patologia e come conseguenza d'altro, di liquidarlo come guasto da correggere e come pena insopportabile e nociva di cui prima di tutto liberarsi. Senza esitazioni la proposta del profondo, l'esperienza interiore disagevole in cui si è presi e coinvolti, è letta e travisata come disturbo e anomalo funzionamento, con riferimento e a paragone di qualcosa che senza ombra di dubbio si decreta essere normale e sano, fisiologico e dovuto, tipo il poter stare tranquilli, spensierati, sicuri e fiduciosi, il saper gioire di ciò che si ha e che all'esterno si può trovare. Tutto, sia l'idea del "cattivo" stato, vissuto non come spunto e richiamo di verità, come esperienza intima che può dire e svelare, ma come danno e torto patiti, sia il suo rovescio, l'auspicato benessere e valido stato o normale, sostenuti e affermati in modo così sicuro, come ci fosse in queste affermazioni evidenza e scontatezza. E' sufficiente, pensando in termini di cattivo stato e di normalità, ricalcare gli atteggiamenti e il pensato comuni per convincersi di avere chiara idea e consapevolezza, oltre che certezza di ciò che si sta dicendo. Insomma accade che in presenza di un'interiorità, della propria interiorità, che prende a dire e a pungolare, a mettere alle strette, a chiedere ascolto e riflessione per essere compresa, le si mettano sopra o contro spiegazioni, giudizi squalificanti, frutto di preconcetti, di luoghi comuni. Un luogo comune, che s'aggiunge agli altri, che ha parvenza di essere meno rozzo e liquidatorio di quelli che affermano esserci nel malessere interiore solo disturbo e patologia da curare e da spazzare via coi farmaci o con altro, che viceversa sembrerebbe segnalare più apertura mentale e desiderio di capire, è quello che ritiene che l'inconscio sia il deposito di brutte esperienze del passato e di ricordi dolorosi, che, come si dice in gergo, rimossi, allontanati dalla percezione e dal riconoscimento più diretti, da lì non cesserebbero di procurare pena e tormento, di tanto in tanto venendo allo scoperto o molestando subdoli e invisibili. Si vorrebbe  spiegare così il malessere attuale. E' un altro luogo comune, che non ha nulla a che vedere con ciò che davvero è l'inconscio e con ciò che sa e che ha capacità di dire e di dare, con ciò che attraverso il malessere attuale intende proporre e sollevare, rendere riconoscibile. Intendiamoci, l'inconscio è parte profonda di se stessi, che non ignora il significato intimo e vero degli accadimenti e dei passaggi intervenuti nella propria vita, ponendo al centro dello sguardo se stessi e non altro, i propri modi, le soluzioni scelte, non di rado di fuga e compromesso, di oscuramento, per comodo e per imbarazzo, dei significati e delle implicazioni vere, di preferenza per scorciatoie o per soluzioni pronte, offerte e promosse da altri e da modelli imperanti, piuttosto che conquistate autonomamente e fondate su verifiche proprie, su trasparenza con se stessi e su pieno convincimento. Questo "rimosso"  l'inconscio certamente lo vuole restituire tutto, come base utile, preziosa e necessaria di nuova consapevolezza e crescita, fondate su di sè, su propria esperienza. Altra cosa è pensare a un rimosso che  ritragga se stessi come vittime e non come artefici, quale motivo perdurante di afflizione e di pena interiore. Insomma con spiegazioni come quelle su guasti e patimenti oscuri, che chiamano in causa altro e non se stessi, ci si convince di sapere, spesso solo supponendo e deducendo, senza vedere, senza lasciar dire al proprio sentire attuale, senza conoscere. La cosa triste è che c'è coralità in questi modi di concepire la vita interiore e il significato del malessere interiore, una coralità assordante, tanti libri, tante teorie correnti, tanti terapeuti compresi. Se in tanti ripetono la stessa cosa, teoremi spacciati per riscontri e verità scientifiche, finisce che ci si crede. Tanti preconcetti condivisi e ripetuti da molti o da moltissimi possono però non fare un grammo di verità, il criterio maggioritario non vale per stabilire cosa sia vero e fondato, la storia è ricca di esempi di chi, affermando visione diversa e nuova, fuori da luoghi comuni e da principi condivisi, ha spesso subito scomunica, ostracismo e condanna, pagando anche con la vita, anche se più tardi...Vale la pena considerare che l'interiorità dice, propone e attraverso il sentire dà tracce vive da seguire per capire, che il proprio stato è di individui spesso così lontani da se stessi, così avvezzi a stare nell'orbita del già pensato, nella dipendenza dall'altrui giudizio e considerazione, così poveri di pensiero proprio, di intesa con se stessi, di conoscenza conquistata con le proprie forze, che la parte profonda, in presenza di un simile stato, questo sì infelice, non sa e non vuole rimanere inerte, agita le acque, dà segnali anche vigorosi di discontinuità, di necessità imperiosa di fermare tutto per capire, per mettere al primo posto la presa di coscienza, il lavoro di crescita rispetto all'inseguimento della normalità e del funzionamento come tutti. Nulla dal punto di vista del proprio profondo è scontato, nulla deve solo stare assieme, perdurare intatto e continuare a funzionare, la propria interiorità apre, divide, spacca l'abitudine e l'inerzia per cercare il senso, per spingere a vedere e a costruire quel che non c'è, quel che ancora manca di sostanziale. Non c'entra tanto il passato che avrebbe recato danni o messo ostacoli, quanto il vuoto da colmare, vuoto di maturità e di scoperte proprie, di conoscenza di sè che non ci sono. Non basta indossare la maschera della normalità, il vestitino dell'avere ad esempio una qualche sistemazione, una buona o decente reputazione, un titolo, quattro letture, qualche viaggio da raccontare, qualche legame affettivo, così come hanno e fan tutti. Il nostro  inconscio non si lascia nè incantare, nè illudere, il nostro inconscio è il motore della vita, il custode delle nostre ragioni più profonde e vere e delle nostre potenzialità, della nostra voglia e aspirazione di essere individui pensanti e autonomi, consapevoli e svezzati dalla dipendenza  dal comune pensiero, dall'approvazione e dal giudizio altrui. Il nostro inconscio è fautore della scoperta della nostra vera strada, del compimento del nostro originale cammino, di pensiero prima di tutto e di libertà. Altro che inconscio serbatoio di brutti ricordi!!  Se, come accade in una valida esperienza analitica, si apre dialogo rispettoso e attento con l'interiorità, se si impara a comunicare con lei, ad ascoltarla, anzichè parlarle sopra e confezionare sul suo conto qualche spiegazione ragionata, si può scoprire quanto sia, così nel sentire che ispira e muove, anche il più sofferto, come nei sogni, propositiva, intelligente, appassionatamente creativa, non certo insidiosa e ostile, come l'idea del guasto e del disturbo sottintende. Insidioso è viceversa ogni tentativo di spiegazione, di elucubrazione razionale volto a convincersi che tutto nella propria realizzazione e crescita è sostanzialmente fatto, che esiste solo il fastidio interno di non stare bene, di non essere felici, come si pretende di aver diritto, senza onere di conquistare e di cambiare nulla. Quando si fa parlare l'inconscio come nei sogni e si impara ad ascoltarlo e a comprenderlo, si scopre quanto di nuovo invece ci sia da capire e da costruire, da trasformare di se stessi per passare dalla condizione di individui portati dall'esterno, da logica corrente e da preconcetti a individui autonomi, veri e pensanti. Nulla degli accadimenti interiori è privo di senso e di scopo, nulla nel proprio sentire, anche sofferto o in apparenza strano, è espressione di cattivo funzionamento o effetto meccanico e ripetitivo di una causa che sta prima o altrove, tutto invece spinge, pungola e suggerisce, dà nel presente base viva, intelligente e sensata di ricerca e  occasione di lavorare prima di tutto su di sè (non su manchevolezze altrui), di conoscersi senza veli.

Estrema sintesi

Se si tratta la propria interiorità da incapace o da malata, finirà per affermarsi, fatte salve le illusioni,  solo la propria ottusità.

giovedì 26 febbraio 2015

La ricerca di aiuto

In difficoltà nel rapporto con se stessi, con l’esperienza interiore di cui si è portatori, si è tentati spesso di applicare a ciò che si vive una lettura tutta coerente con i modelli e col sistema di valori e di giudizi dominanti. Ogni espressione di disagio diventa allora segno di ritardo, di insufficienza, di incapacità di stare nel dritto e nel "normale", diventa guasto, eccesso, vergogna, complicazione assurda rispetto all’idea di un  fluido, lineare, sicuro e fiducioso, oltre che efficace, procedere. Insomma si fa propria l’idea che esista indiscutibilmente una specie di fisiologia dell’essere, del modo di sentire e di condursi, considerato appunto adeguato, regolare, normale e con questo riferimento e metro si giudica il proprio sentire e ciò che interiormente si prova, ciò che si sperimenta. Non c'è alternativa, in situazioni di malessere interiore solo la normalizzazione sembra  concepibile come buon esito e dovuto, come risposta desiderabile e giusta. Ci si convince dunque di essere in stato di insufficienza e di difetto e l’aiuto che si può cercare già si inserisce in questa concezione stretta, dev’essere aiuto che consenta di recuperare, di rimettersi in sella, di guadagnare finalmente normalità e fisiologico modo di funzionare, togliendo, vincendo quanto interiormente fa da freno, da ostacolo. Su questa strada si può essere tanto comprensivi e concessivi verso se stessi, quanto diffidenti e un po’ riottosi nel cercare aiuto, perché si teme di dover dipendere da quel chi o da quel qualcosa che andrebbe, in vece e in sostituzione di se stessi e dei propri sforzi, a consentire o a favorire la ripresa, la normalizzazione, il superamento di quello scarto tra deficit e normalità. In realtà nel proprio stato di difficoltà interiore c’è ben di più e ben altro che una caduta dalla normalità. C'è una incomprensione con se stessi, c’è la presenza della propria interiorità che preme e richiama, pur ancora incompresa, a guardare ben dentro se stessi, a capire, senza veli, i propri modi e il proprio stato, a comprendere non tanto l’insufficienza o il ritardo rispetto alla normalità, ma lo stato debole e gregario dell’andare dietro alla normalità come riferimento, regola e supporto, lo stato di passività e di povertà di se stessi. La propria interiorità vuole rendere acutamente riconoscibile la condizione di non radicamento dentro se stessi, di non vicinanza e intesa col proprio intimo, il senso di fragilità, non per poca normalità coltivata e raggiunta, ma per mancanza di unità con se stessi, di consistenza propria. E’ tutta un’altra storia costruire il rapporto con se stessi, ritrovare la vita in senso vero, cioè visione, idee e convincimenti, capacità di orientamento a partire da se stessi, imparare a capire ciò che si è davvero, ciò che vive dentro se stessi e non ciò che si muove fuori. Sintonizzarsi con l'esterno (la cosiddetta realtà), seguire i corsi d'esperienza già tracciati, le idee comuni e convenzionali, gli svolgimenti esterni è una cosa, sintonizzarsi col proprio sentire, con il proprio mondo interiore e esperienza interna, per cominciare a vedere tutto con i propri occhi, a capire da sè e in unità con se stessi è un’altra cosa, tutt’altra cosa. Per formare unità e dialogo con se stessi, di cui si è spesso totalmente privi, serve sì un aiuto, che sappia condurre prima di tutto a non fuggire ma ad avvicinarsi a se stessi, alla propria esperienza interiore, al proprio sentire, ai propri sogni, per imparare ad ascoltarli, a comprenderli, a raccoglierne l'originalità e la ricchezza di proposta. E' questo un aiuto non per uniformarsi alla normalità, ma per congiungersi a se stessi, per arricchirsi di se stessi, per formare un nuovo modo di stare al mondo, il proprio autentico e originale, che poggi su proprie scoperte, conoscenze e verifiche, su proprio metro e non su quello comune della normalità, della fisiologia dell’essere. La sofferenza interiore non evidenzia e non testimonia difetto e insufficienza verso la normalità, ma rischio, presente nel proprio modo di essere e di procedere abituali, di distorsione e di mancanza di fedeltà e di unità con se stessi, rischio di fallimento dei propri scopi che, ancora ignorati, potrebbero rimanere sepolti. Cosa serve fare? Si può fare da soli? E' frequente che chi vive difficoltà interiore dica a se stesso e si senta dire che  dovrebbe fare da sè, non dipendere, sforzarsi di "reagire", non farsi dare o sostituire in ciò, volontà e impegno, che potrebbe ben chiedere a se stesso. Se si trattasse di applicarsi a seguire ancora il modello comune e a rientrare nella fisiologia dell’essere, il ragionamento non farebbe una piega. Il problema però è formare e coltivare quel che ancora non c’è. E' uno sviluppo del tutto nuovo quello di cercare e di trovare unità con se stessi, di formare capacità di ascoltare e di capire la propria interiorità, capacità di assecondarla nel proposito di esistere, di trovare il proprio pensiero e visione, il proprio progetto. Per essere normali basta farsi portare e sintonizzarsi col programma comune, condizione provata e riprovata, ben conosciuta nel tempo, basta sforzarsi di rimettersi in pista, mentre per esistere secondo se stessi e per conquistare autonomia vera nel governo della propria vita serve unirsi a se stessi, al proprio profondo, imparare a capirlo, per vedere, col suo supporto e guida, le cose da sé, per trovare la propria consistenza. C’è un aiuto che si può cercare e che non toglie, che non sostituisce quanto si può trarre da sè, ma che favorisce viceversa il proprio andare verso se stessi, l'attingere e il rinascere da se stessi.