giovedì 26 febbraio 2015

La ricerca di aiuto

In difficoltà nel rapporto con se stessi, con l’esperienza interiore di cui si è portatori, si è tentati spesso di applicare a ciò che si vive una lettura tutta coerente con i modelli e col sistema di valori e di giudizi dominanti. Ogni espressione di disagio diventa allora segno di ritardo, di insufficienza, di incapacità di stare nel dritto e nel "normale", diventa guasto, eccesso, vergogna, complicazione assurda rispetto all’idea di un  fluido, lineare, sicuro e fiducioso, oltre che efficace, procedere. Insomma si fa propria l’idea che esista indiscutibilmente una specie di fisiologia dell’essere, del modo di sentire e di condursi, considerato appunto adeguato, regolare, normale e con questo riferimento e metro si giudica il proprio sentire e ciò che interiormente si prova, ciò che si sperimenta. Non c'è alternativa, in situazioni di malessere interiore solo la normalizzazione sembra  concepibile come buon esito e dovuto, come risposta desiderabile e giusta. Ci si convince dunque di essere in stato di insufficienza e di difetto e l’aiuto che si può cercare già si inserisce in questa concezione stretta, dev’essere aiuto che consenta di recuperare, di rimettersi in sella, di guadagnare finalmente normalità e fisiologico modo di funzionare, togliendo, vincendo quanto interiormente fa da freno, da ostacolo. Su questa strada si può essere tanto comprensivi e concessivi verso se stessi, quanto diffidenti e un po’ riottosi nel cercare aiuto, perché si teme di dover dipendere da quel chi o da quel qualcosa che andrebbe, in vece e in sostituzione di se stessi e dei propri sforzi, a consentire o a favorire la ripresa, la normalizzazione, il superamento di quello scarto tra deficit e normalità. In realtà nel proprio stato di difficoltà interiore c’è ben di più e ben altro che una caduta dalla normalità. C'è una incomprensione con se stessi, c’è la presenza della propria interiorità che preme e richiama, pur ancora incompresa, a guardare ben dentro se stessi, a capire, senza veli, i propri modi e il proprio stato, a comprendere non tanto l’insufficienza o il ritardo rispetto alla normalità, ma lo stato debole e gregario dell’andare dietro alla normalità come riferimento, regola e supporto, lo stato di passività e di povertà di se stessi. La propria interiorità vuole rendere acutamente riconoscibile la condizione di non radicamento dentro se stessi, di non vicinanza e intesa col proprio intimo, il senso di fragilità, non per poca normalità coltivata e raggiunta, ma per mancanza di unità con se stessi, di consistenza propria. E’ tutta un’altra storia costruire il rapporto con se stessi, ritrovare la vita in senso vero, cioè visione, idee e convincimenti, capacità di orientamento a partire da se stessi, imparare a capire ciò che si è davvero, ciò che vive dentro se stessi e non ciò che si muove fuori. Sintonizzarsi con l'esterno (la cosiddetta realtà), seguire i corsi d'esperienza già tracciati, le idee comuni e convenzionali, gli svolgimenti esterni è una cosa, sintonizzarsi col proprio sentire, con il proprio mondo interiore e esperienza interna, per cominciare a vedere tutto con i propri occhi, a capire da sè e in unità con se stessi è un’altra cosa, tutt’altra cosa. Per formare unità e dialogo con se stessi, di cui si è spesso totalmente privi, serve sì un aiuto, che sappia condurre prima di tutto a non fuggire ma ad avvicinarsi a se stessi, alla propria esperienza interiore, al proprio sentire, ai propri sogni, per imparare ad ascoltarli, a comprenderli, a raccoglierne l'originalità e la ricchezza di proposta. E' questo un aiuto non per uniformarsi alla normalità, ma per congiungersi a se stessi, per arricchirsi di se stessi, per formare un nuovo modo di stare al mondo, il proprio autentico e originale, che poggi su proprie scoperte, conoscenze e verifiche, su proprio metro e non su quello comune della normalità, della fisiologia dell’essere. La sofferenza interiore non evidenzia e non testimonia difetto e insufficienza verso la normalità, ma rischio, presente nel proprio modo di essere e di procedere abituali, di distorsione e di mancanza di fedeltà e di unità con se stessi, rischio di fallimento dei propri scopi che, ancora ignorati, potrebbero rimanere sepolti. Cosa serve fare? Si può fare da soli? E' frequente che chi vive difficoltà interiore dica a se stesso e si senta dire che  dovrebbe fare da sè, non dipendere, sforzarsi di "reagire", non farsi dare o sostituire in ciò, volontà e impegno, che potrebbe ben chiedere a se stesso. Se si trattasse di applicarsi a seguire ancora il modello comune e a rientrare nella fisiologia dell’essere, il ragionamento non farebbe una piega. Il problema però è formare e coltivare quel che ancora non c’è. E' uno sviluppo del tutto nuovo quello di cercare e di trovare unità con se stessi, di formare capacità di ascoltare e di capire la propria interiorità, capacità di assecondarla nel proposito di esistere, di trovare il proprio pensiero e visione, il proprio progetto. Per essere normali basta farsi portare e sintonizzarsi col programma comune, condizione provata e riprovata, ben conosciuta nel tempo, basta sforzarsi di rimettersi in pista, mentre per esistere secondo se stessi e per conquistare autonomia vera nel governo della propria vita serve unirsi a se stessi, al proprio profondo, imparare a capirlo, per vedere, col suo supporto e guida, le cose da sé, per trovare la propria consistenza. C’è un aiuto che si può cercare e che non toglie, che non sostituisce quanto si può trarre da sè, ma che favorisce viceversa il proprio andare verso se stessi, l'attingere e il rinascere da se stessi.

mercoledì 25 febbraio 2015

Il rapporto col dolore

Il rapporto con l'esperienza interiore dolorosa è questione decisiva. Spesso il dolore è vissuto come pena indebita, come afflizione immeritata, come danno patito. Prontamente lo si riconduce a cause esterne, lo si tratta come segnale e indice di situazione a sè sfavorevole, che opprime e lede, come carico esagerato che toglie serenità, che non offre il dovuto agio o il meglio. Allontanare l'insieme che pare dare dolore, vuoi un legame, vuoi un luogo o una situazione e cercare altrove tregua, sollievo o miglior fortuna e beneficio sono risposte frequenti al dolore. Il dolore però preme interiormente per dare occasione di vedere e di lavorare prima di tutto su se stessi. Non farlo significa non raccogliere il messaggio e andar via immutati, significa, pur pensando di aver ben interpretato il proprio disagio, tornare fatalmente a riprodurre altrove le stesse modalità e implicazioni proprie non riconosciute, in definitiva la stessa situazione di cui ci si è voluti liberare. Il dolore interiore non è sciagura, è voce, è occasione di approfondito sguardo, che è necessario imparare a esercitare su di sè principalmente, con attenzione e con pazienza. La riflessione combinata a capacità di tener dentro il malessere, di reggere l'esposizione al dolore, accettando il coinvolgimento nell'esperienza disagevole, è indispensabile. La riflessione non è, come spesso si fraintende, esercizio di ragionamento che cerca di spiegare, ma è capacità di ascolto e di vedere cosa l'intimo sentire delinea e sottolinea, disegna e dice. Nulla va spiegato o interpretato spingendosi oltre ciò che il sentire dice, perchè ogni elaborazione che non poggi e che non stia sul terreno vivo del sentire rischia di essere spiantata e di dare occasione solo alla voglia di chiudere in fretta, casomai parando se stessi da ammissioni difficili. E' di fondamentale importanza non squalificare l'esperienza interiore vissuta, comunque sia, non pretendere di cancellare, di superare subito ciò che invece preme interiormente per dare occasione di presa di visione e di consapevolezza. Capire, capirsi è assai più proficuo che fuggire dal dolore e apre a se stessi strade, che la scelta di alleggerirsi e di procurarsi qualche soluzione, lasciando tutto intatto, non aprirà mai.

Rimedio e conservazione o cambiamento e crescita

Capita non di rado che s’incontrino con favore reciproco la richiesta di contrastare e di superare in fretta situazioni di sofferenza interiore di chi ne è portatore e l’offerta di chi, tecnico, esperto o in varia forma curante, si proponga di sanare, di dare risposte rassicuranti e immediatamente risolutive. I due, "paziente" e curante, convergono, senza esitazione, nella lettura del malessere interiore come disturbo, come anomalia da correggere, come non ci fosse da ascoltare e da capire con attenzione e scrupolo quella complessa esperienza interiore, come se il segnale intimo di sofferenza fosse solo la traduzione in sintomi tipici di un guasto, di una malattia. La sovrapposizione di un'etichetta diagnostica conclude rapidamente il discorso, come se l'etichetta chiarisse qualcosa, limitandosi invece a rendere la singolare esperienza di ognuno sbrigativamente uguale ad altre e omogenea, ripetitiva di uno schema. Esperienza interiore dunque catalogata e rapidamente messa da parte incompresa, al più qualche domanda del curante per indagare su un eventuale periodo stressante e sulla presenza di eventuali fattori e circostanze avversi come spiegazione del presunto logorio interiore, del danno. Sguardi complici tra cosiddetto paziente e curante, nel cercare pronta spiegazione e soprattutto pronto rimedio, nel confermare la sostanziale validità e ovvietà dell’insieme e dei fondamenti  del modo di essere e di procedere abituali, nel cercare il rapido superamento del malessere, visto come ostacolo e fonte di danno, come disfunzione e corpo estraneo, da sanare, eliminare o correggere, casomai con l'invito a introdurre qualche diversivo o ritocco nelle proprie abitudini, combinato, perchè no, agli immancabili psicofarmaci. Questo modo di pensare e di trattare la crisi e il malessere interiore, tutt'altro che raro, ignora che ciò che accade interiormente non è affatto un accadere qualsiasi, ma è prodotto di intelligenza profonda, non è puro effetto di cause condizionanti o stressanti, ma è espressione di iniziativa profonda, di intenzione dell'inconscio di rendere riconoscibile qualcosa di se stessi di fondamentale e di importante, di innescare un processo di avvicinamento a sé e di presa di coscienza attenta, da qui di una trasformazione e non di poco conto, assolutamente necessaria e propizia. Se saputo intendere e comprendere il malessere interiore non è affatto anomalo modo di reagire o di porsi, non è patologia, ma è spina nel fianco e richiamo, sollecitazione che viene dal profondo per portare finalmente lo sguardo su di sè, è indicazione e traccia precisa per capirsi e per capire, a condizione che si sappia reggere la tensione dell'esperienza interiore dolorosa e che si impari a  riflettere (a vedere dentro il prorio sentire), desistendo dal fuggire e dal sentenziare. L'esperienza interiore così difficile e dolorosa vuole mettere terreno sotto i piedi per ritrovarsi non nell'illusione ma nella consapevolezza, vuole spingere per avviare qualcosa di assolutamente favorevole a se stessi. La rassicurazione, il rimedio pronto banalizzano, allontanano chi vive una impegnativa, sofferta e complessa esperienza interiore dal compito e dall'opportunità di ascoltarsi e di capirsi, creano spesso o rafforzano la diffidenza verso ciò che accade interiormente, emarginato e squalificato come accidente sgradevole e negativo, da mettere a tacere e controllare, alimentano la pretesa di subordinarlo a regole decise dall’alto del proprio controllo razionale, che vorrebbe stabilire, farsi arbitro indiscusso di  ciò che sarebbe sano, auspicabile e conveniente per se stessi. La parte razionale dell'individuo (anche del curante) però è spesso vittima di visione convenzionale, inchiodata a criteri che non concepiscono se non il già concepito, dunque più che essere una guida affidabile, si rivela essere una gabbia che chiude e esclude, che autoesclude da ogni movimento vitale di pensiero riflessivo e critico, onesto e leale, permeabile e aperto al proprio sentire, che già nel malessere dice, che non risparmia di far vedere ciò cui non basta un ritocco e un incoraggiamento, ma una  impegnativa conquista di consapevolezza, una crescita nuova, mai raggiunta sin lì. Banalizzare e non vedere nell’intimo disagio la richiesta che viene dal proprio profondo di un cambiamento vero, non d’ambiente e di situazioni, ma di se stessi, prima di tutto del proprio modo di vedere, di pensare e di pensarsi, che da astratto, da conforme e vincolato al comunemente pensato e concepito, diventi aderente a sè e fondato su sentire, su intima esperienza, su riflessione che vi attinga, è farsi danno. Cambiare non è facile,  costa, richiede all’inizio vedere come si è, non tacersi ciò che può essere imbarazzante, scomodo e doloroso riconoscersi, richiede trasformare la propria iniziale angustia di visione e di mezzi, spesso tesi più a convincere e a conformarsi ai giudizi e alle attese degli altri, a star dietro all'andazzo di modelli e di aspirazioni generali, che a fondarsi su propria ricerca e scoperta di significato e di valore, su proprie profonde originali aspirazioni, mai avvicinate e comprese. Attingendo a nuova capacità che il profondo sa offrire e favorire, attraverso i suggerimenti e i percorsi di ricerca e di presa di coscienza aperti dal sentire e particolarmente attraverso l'impulso al pensiero riflessivo dato dai sogni, sarebbe certo possibile, come accade in una buona esperienza analitica, generare il nuovo, fedele a se stessi, che finalmente sostituisca l‘insieme fragile e qualunque su cui si faceva leva e che, col proposito di "curare", di liquidare il malessere come anomalia, si voleva far persistere, prolungare. Se si assume questo compito, se si corrisponde alla richiesta che il malessere interiore pone con forza, si può fare lavoro utile, davvero favorevole a se stessi, si può, pur gradualmente, recuperare piena intesa e accordo con la propria interiorità, che non chiede certo rassicurazioni banali e pronti inutili rimedi. Non è facile capire il linguaggio interiore, ma se si è aiutati a farlo, ci si può guadagnare in consapevolezza, in crescita vera e in nuova progettualità. Diversamente ci si ferma al palo, con messa in conto della non solidarietà del proprio intimo e profondo, che dei rimedi, delle risposte fasulle e disattente non sa che farsene, espedienti che prima o poi tornerà a far saltare con intransigenza e con vigore, per battere ancora cassa, per chiedere, con la forza del malessere, risposte serie, appropriate e intelligenti. 

domenica 22 febbraio 2015

Capire i sogni

Ho già scritto sui sogni, ma voglio tornare sull'argomento, perchè i sogni sono ciò di cui è impossibile fare a meno per conoscere se stessi, a meno di consegnare la conoscenza a ciò che pare ma che non è. Nei sogni c'è la più stretta aderenza a noi stessi, nulla è taciuto. I sogni sono diario di bordo e bussola di un ininterrotto viaggio e lavorio di ricerca di consapevolezza, sono il prodotto del pensiero della parte profonda di noi stessi, che non sta ferma, che non rimbambisce nell'adattamento e nel far nostro ciò che non ci appartiene, che ci dà illusoria convinzione di esistere e di sapere. Si pensa a volte che nei sogni confluisca, quasi banalmente e meccanicamente, l'esperienza diurna, rimasugli, pezzi, un che di  disaggregato oppure che rimangano le tracce di ciò che più ci ha colpito, che ha turbato la nostra mente. Si pensa che nei sogni ci siano desideri inconfessati. Si pensa che i sogni facciano previsioni e sappiano dare indizi sul futuro. Soprattutto si pensa che i sogni parlino d'altro, parlino di noi unicamente in relazione e in rapporto con altro, con altri. I sogni parlano di noi e svelano, configurano uno scenario inaspettato, danno corpo e consistenza a qualcosa che per molti non esiste, è inconcepito, cioè al rapporto con se stessi. Tutto il dire dei sogni è un dire di noi, di come siamo, di come ci rapportiamo a ciò che sentiamo e che continuamente vive dentro di noi, di come procediamo nell'esperienza, mossi da che cosa, affidati a che cosa. I sogni dicono che strada stiamo seguendo. I sogni segnalano non di rado lo stacco dalla "terra", la lontananza cioè dell'individuo dal terreno vivo del suo intimo sentire e dell'esperienza interiore che in ogni istante lo accompagna,  parlano perciò di esperienze di volo, di vertigine e di sensazioni improvvise di precipitare.  Per descrivere l'iniziativa del profondo, che cerca di raggiungerlo e la percezione timore che l'individuo  ha di ciò che vive profondamente dentro  se stesso, parlano di assalti e di inseguimenti di figure che paiono "malintenzionati" o ladri (per cominciare a capirsi è necessario privarsi, essere derubati di convinzioni e di certezze tanto rassicuranti quanto ingenue e improprie), parlano di acqua che incute timore, di acqua che avanza minacciosa, che dilaga....sono solo esempi di una rappresentazione del rapporto/non rapporto dell'individuo con se stesso, con la propria interiorità, di come sia viva e attuale la questione del confronto col proprio profondo, di come il proprio profondo non rinunci alla propria iniziativa, a farsi avanti. Ridurre i sogni a desideri irrealizzati o a ricettacolo di esperienze quotidiane più o meno incisive significa non capire la portata dell'iniziativa e del pensiero profondo. L'inconscio è intelligenza pura, nel senso che non ricalca stancamente il già detto e concepito, ma viceversa dà volto e riscatto al pensiero critico, che sa vedere, che non rinuncia mai a cogliere il vero, a cercare il senso in profondità, costi quel che costi, che combatte l'eclissi dell'intelligenza, unica leva della autonomia e della libertà dell'individuo. Capire un sogno significa intenderlo nel suo verso, nelle sue intenzioni, nei suoi modi di formare e di tradurre il pensiero. Se lo si incanala e costringe dentro i soliti riferimenti, dati per scontati, se lo si incastra nel già pensato e nella logica abituale, gli si fa dire ciò che piace e che si suppone, in sostanza lo si travisa e mortifica. Purtroppo lo si spreca. L'inconscio non cesserà certo di dire ciò che pensa, non si assoggetterà alla rigidità e all'inerzia del pensiero conscio ragionato, ma non capire i suoi messaggi peserà come una grande occasione persa per ritrovarsi e per cominciare a vedere chiaro dentro se stessi. 

giovedì 19 febbraio 2015

L'interiorità, questa sconosciuta

Quante volte capita di trovarsi in difficoltà nel rapporto con la propria interiorità, con la propria esperienza interiore, con stati d’animo, con sensazioni, con pensieri spontanei inaspettati, con tormenti e morse interiori, con pressioni e pretese interiori insopprimibili, che sembrano affliggere e umiliare la propria volontà e intelligenza, con paure che sembrano azzoppare, che non danno tregua, che paiono assurde quanto soverchianti! In simili casi la propria interiorità pare una vera calamità, sembra uscita di senno e ha buon gioco la reazione di chi, diretto interessato o altri, la vorrebbe in qualche modo rimettere subito in riga, raddrizzare. Un dubbio, una domanda potrebbero affacciarsi. Perché da dentro se stessi tutti questi segnali discordanti rispetto all’attesa del quieto e ordinato  procedere? C’è una parte di noi stessi, intima, che è più debole e stupida, depositaria solo di paure infantili, di sciocchi o superstiziosi credi, che non sa affrontare e sostenere compiti e mentalità adulti? Oppure è una parte vulnerabile, assai fragile, esposta a patire i colpi, le pressioni di un ambiente poco favorevole o nocivo? E’ lo stress che la mette a dura prova, che la logora, che la manda in tilt?  Abituati a far leva solo su volontà e pensiero ragionato si è pronti a guardare con sospetto e con sufficienza la parte interiore e a giudicarla. E’ davvero raro che l’interiorità ottenga un diverso credito, una diversa disponibilità perlomeno al confronto, col rinvio di qualsiasi giudizio al momento della comprensione più attenta e completa. La scoperta più interessante  per chi si apra a un confronto e a un dialogo aperto, libero da preconcetti, approfondito con se stesso, scoperta che rovescia l’idea comune e corrente, è che l’interiorità viceversa in tutte le sue espressioni e proposte è saggia, intelligente e creativa. Non necessita di stimoli o di sostegni, di programmi cui aderire, è laboratorio di ricerca, incessante. Non è allo sbando o alla deriva, non sta andando in pezzi anche quando pare dire o fare interiormente cose "strane". L’esperienza interiore, gli svolgimenti spontanei, anche quando spigolosi, sofferti, in apparenza contorti o sbilenchi, sono infatti tracce, guide sensate, indicatori mirati, capaci di formare, indirizzare, far evolvere la ricerca di verità e di unità con se stessi. Se condivisi e compresi,  come solo acquisendo capacità riflessiva si può ottenere, questi svolgimenti si rivelano essere lievito e luogo ideale di ricerca, di incontro con se stessi, di  presa di coscienza. L’interiorità, ciò che offre, se condiviso, se assecondato, se trattato, non come meccanismo regolato o sregolato, ma come esperienza che fa entrare in più stretto legame con  questioni e nodi importanti che possono così essere avvicinati compresi e sciolti, svela tutta la capacità che ha di favorire la  presa di coscienza, la conquista di capacità di capirsi e di capire e, su queste basi, di scegliere consapevolmente, di interpretare a modo proprio e libero la propria vita. L’interiorità è un affidabile e forte alleato. Si teme che tolga, che mini la propria forza, soprattutto la propria tranquillità, in realtà è fautrice di risveglio e di impegno di costruire, senza omissioni e senza fare salti, facendo tutto il lavoro necessario, la propria autonomia e capacità di conoscere e di pensare, di dire e di realizzare, libere senza soggezione ad altri, senza dipendenza  dall’altrui consenso o approvazione. La nostra interiorità è la nostra risorsa più preziosa e la nostra forza. Imparare ad accettare le proposte interiori, anche se difficili e scomode, imparare a reggere la tensione dell’esperienza interiormente dolorosa, spiacevole, per entrare nel vivo di ciò che vuole svelare e consentire di capire, per fare riflessivamente il lavoro necessario e utile di ricerca e di scoperta, coraggiosa e onesta, di significati veri, è ciò che è indispensabile formare per non buttare via tutto. E' necessario evitare di trarre conclusioni rapide, di scaricare giudizi facili, di rovesciare definizioni e attribuzioni di significato automatiche e preconcette sul proprio sentire, su ciò che l'esperienza interiore propone. Reggere la tensione dell'intimo corso d'esperienza, pur difficile, per capire, accoglierlo e riflettere per vedere all'interno cosa rivela, pazientare e rispettare l'intima esperienza per conoscere e non per giudicare, è fondamentale per arricchirsi e crescere, per rafforzarsi di consapevolezza e di pensiero proprio. E' rischio non da poco quello di buttare via, col lamento e con lo sfogo, con rapidi giudizi e definitivi o con la richiesta ostile di mettere a tacere la voce interiore, tutto ciò che può dare e contribuire a costruire. Contrastare la propria interiorità, pretendendo di saperla più lunga circa ciò che è sano e normale o auspicabile, metterla sotto tiro perché taccia o si rieduchi, è il meno saggio o il più stupido tranello che ci si possa tendere.

domenica 15 febbraio 2015

L'ansia, il cammino stretto

Perché insiste e cosa vuole quest'ansia? Dà un impietoso senso di stretto, di respiro stretto, di mancata distensione, forse...forse perché non c’è motivo di rilassarsi, forse perché lì in questa stretta di allarme e di apprensione, c’è la necessità di vedere, più che di passare oltre, di rallentare o di fermarsi per capire, più che di evadere e di andare via sciolti. Vaneggia e blatera il sentire con quest'ansia cocciuta, tanto da poter essere considerato assurdo, senza valido motivo nel suo suonare senza tregua la sirena d’allarme, nel suo fare il guastafeste? Com’è difficile convivere con una realtà interna così spigolosa, che non dà respiro! Eppure standoci attenti, qualcosa dentro e profondamente potrebbe aver buon motivo di disturbare il quieto vivere. Forse quest’inquietudine dolorosa non intossica, ma può dire, non priva, ma può dare, non impedisce il cammino, ma lo segna stretto, per (co)stringere a capire. L’interiorità sa essere sincera e soprattutto acuta, lungimirante. Se non avvisasse per tempo, senza fare tanti complimenti, le cose potrebbero mettersi male e in perdita o con rischio di perdita grave. In superficie, nella parte conscia, ci si pretende accorti e "svegli" e invece spesso si è ottusi nel rigirare e confermare sempre le stesse idee e posizioni, più o meno volutamente svagati circa ciò che si sta facendo realmente di se stessi, circa il proprio procedere e la sua consonanza o meno con se stessi. Si è, in superficie e col ragionamento, comunque in ritardo rispetto al proprio profondo, che non cessa di tenere tutto ben unito e sotto gli occhi, che non si distrae e che non concede alla pia illusione e all’autoinganno, al rinvio, al lasciar andare senza cura. Ansia, respiro stretto, perché ogni goccia di respiro diventi consapevolezza e non evasione e ripetizione, ascolto e confronto schietto e non elusione e vana consolazione. Vedere costa, ma salva. Se si tratta di cominciare a veder chiaro, a rimettere assieme l‘insieme, senza semplificazioni e sviste, se si tratta di mettersi in mano consapevolezza utile e fidata, motore di libertà e di forza di vivere e non di sopravvivere, ben venga il guastafeste, l’inconscio che  non “dorme“, che, pungolando e incalzando, non fa "dormire"! E’ un paradosso, ma nemmeno durante il sonno l’inconscio tace, anzi profitta della resa della testa ragionante e del silenzio della circostante fiera di cose e di eventi esterni, per pensare, a voce alta,  per condividere nei sogni con tutto l’essere i suoi pensieri.

sabato 7 febbraio 2015

A proposito di guarigione

Riferita a situazioni di sofferenza interiore l’idea corrente di guarigione racchiude spesso il principio del dissidio con se stessi, della volontà di allontanare parte di sé, giudicata e trattata come estranea e ostile, sicuramente incompresa in ciò che sa e che vuole dire e dare. Se nell'uso, assai frequente, di psicofarmaci questo atteggiamento di insofferenza e di paura nei confronti dell'esperienza interiore disagevole è esplicito e ben riconoscibile, non da meno la psicoterapia può ricalcare analoga intenzione. Non solo la psicoterapia che dichiaratamente si propone di intervenire sui comportamenti, di correggere modi di sentire e di reagire ritenuti anomali e, in gergo, "disfunzionali", ma anche la psicoterapia che si proponga di capire, di favorire la comprensione, può muoversi nell'orbita del voler contrastare e debellare l'esperienza interiore sofferta, da subito e pregiudizialmente ritenuta un guasto. La ricerca, pensata a fini di guarigione, delle cosiddette cause nascoste del disagio, del  malessere interiore, è spesso lavorio guidato dalla componente razionale che, con l'intento di spiegare e di annullare ciò che comunque e in modo preconcetto considera uno stato anomalo rispetto a un presunto stato di equilibrio o normale, ipotizza, soprattutto suppone e poi crede di riconoscere cause plausibili, nessi, legami di causa e effetto. L'esperienza interiore, il sentire, comunque si proponga, dice, in modo mirato propone, induce a fare intima esperienza per portare alla conoscenza di se stessi: sentire per capire. Non si tratta di formulare ipotesi attorno al perché del malessere, per tentare di domarlo e di spazzarlo via, confezionando col ragionamento spiegazioni, tanto in apparenza plausibili e coerenti, quanto lontane dalla sintonia col sentire, che, a riprova della loro  infondatezza e inutilità, continua a incalzare e a premere anche dopo le cosiddette interpretazioni. Si tratta di imparare ad ascoltare, a cogliere e a raccogliere l'intima proposta che l'interiorità con il vissuto, col sentire, anche arduo e sofferto, mette in primo piano, rende viva e tangibile. Ci sono robusti ostacoli sulla strada dell'incontro aperto, disponibile all'ascolto,  con la propria interiorità, con ciò che propone nel sentire. Si parte spesso dal presupposto di aver già raggiunto, in virtù dell'anagrafe o di alcune realizzazioni, ciò che, ritenuto già maturo e sufficiente, darebbe diritto a uno stato di stabilità interiore, di benessere. L'iniziativa del profondo, che nei vissuti, nel sentire agita le acque, spesso frena la corsa e la complica, esercita con forza pungoli e richiami a guardare dentro se stessi, cerca di spingere l'individuo a riconoscere fragilità e instabilità nell'assetto del proprio modo d'essere e di procedere, non frutto di patologia o di cattive interferenze, ma parte di un costruito precario o assente, non è affatto compresa, nè concepita come possibile. Tanto di sè è spesso plasmato a copia di altro, affidato a soluzioni trovate fuori e più da fuori che da dentro confermate, con l'illusione che valgano a corrispondere a se stessi. Il proprio profondo non ignora e non tace i limiti e la distorsione di una simile condizione, che piega l'essere e lo consegna all'adesione ad altro, alla negazione e all'oscuramento di se stesso, ma l'altra parte di sè, conscia, non ne vuole sapere, insiste nel confermare ciò che sinora ha concepito come valido e insostituibile.  Insomma da una parte l'interiorità segnala lo stato problematico e insufficiente delle cose e richiama in modo perentorio alla scoperta del vero e al compito di formare ciò che ancora non c'è per diventare se stessi, per conquistare vera libertà, autonomia di pensiero e di progetto e dall'altra la parte conscia, ritenendo tutto già compiuto e chiaro, oltre che insostituibile, concepisce solo come disturbo e danno, di fatto squalifica come anomalia l'iniziativa e la proposta profonda, cestinata e combattuta come esperienza interiore negativa, penalizzante e basta. Capita che anche nel percorso intrapreso in psicoterapia si vada, non poche volte, volentieri a cercare presunte cause di ciò che nel proprio malessere si ritiene, per precocetto, essere l'espressione solo di un disturbo, di un mancato stato normale, causato dal probabile agire di fattori e condizionamenti avversi attuali o più probabilmente remoti.  Nello sforzo di capire, facendo tutto un lavoro, non riflessivo e di ascolto, ma di ragionamento, dove si commentano le esperienze interiori più che ascoltarle, si va spesso e volentieri a ritroso nella propria storia a cercare ipotetiche cause. Quando da qualche parte si ha l'impressione di trovare un nesso causale verosimile, che finalmente permetta di  confezionare la spiegazione del perchè del malessere, ci si persuade di essersi capiti, ma in realtà si sono solo rigirate le solite idee, un poco rese più articolate e sofisticate. La parte profonda di se stessi, che nel sentire dice e propone, che vuole calare nella consapevolezza nuova di sé, ben più vicina al vero di tutto il consueto pensare e rimuginare, rischia dunque di rimanere ancora inascoltata e incompresa, anche dove, come in psicoterapia, ci sarebbero le migliori condizioni e intenzioni di capirsi, di avvicinarsi a se stessi. Bisogna imparare a rispettare e a valorizzare la parte intima e profonda di sé, che nel sentire prende iniziativa e coinvolge, bisogna imparare ad ascoltarla e a comprenderne linguaggio e proposta. Finchè si fa opposizione, finchè si pensa che ansia e altro, che interiormente si vive, sono prima di tutto piaga da togliere, anomalia da correggere, finchè ci si pone in contrasto o, pur cercando di capire, si dà predominio al ragionamento, alla forma di pensiero che non sa accogliere e dialogare con l'interiorità e col sentire, ci si destina ad andare avanti all'infinito nella incomprensione e nella discordia con la propria interiorità. Serve certamente aiuto per imparare a dare ascolto rispettoso alla propria interiorità, a riconoscerne fedelmente voce e linguaggio, sia nel sentire che nei sogni, autentica fonte di riflessione e di conoscenza. Se anziché far la guerra a ciò che si prova interiormente, se anzichè subordinare il proposito di conoscersi a quello di  eliminare il malessere (non capendo che il malessere, se intimamente ascoltato e compreso, apre a se stessi e rivela, induce a vedere e a costruire, può condurre avanti) si imparasse a conoscere se stessi con apertura nuova al proprio intimo, si trarrebbe grande giovamento da tutto ciò che succede interiormente.  Il percorso interiore spontaneo e vero, senza rifiuti e tentativi di correzione, può essere arduo e doloroso, accidentato, ma è sensato, ha un senso, stimola e apre l'individuo al vero. Se accompagnata da sguardo e da apertura riflessiva tutta l'esperienza interiore, non osteggiata e non soffocata, cala nel vero e alimenta la presa di coscienza, conduce l'individuo alla crescita che gli è possibile e che gli spetta, se non vuole perdersi e nascondersi nel qualunque. Intesa in questo modo, come la profonda trasformazione del diventare se stessi, in unità e in accordo con la propria interiorità e non invece, come più spesso si vorrebbe, come ritorno al solito e al normale con messa a tacere (illusoria) della parte profonda di sè, l'idea di guarigione ha un senso.

venerdì 6 febbraio 2015

Paure stupide?

Quante volte capita che di fronte a paure, che possono essere di fortissima intensità (come, per fare qualche esempio, la paura di uscir di casa, di sentirsi male in luoghi affollati, la paura di spazi aperti e ampi o viceversa stretti e chiusi ) in situazioni nelle quali la cosiddetta  normalità prevede e invoca sicurezza, agio e facile padronanza, il commento di chi le vive e di chi gli sta attorno sia che queste paure sono ingiustificate e assurde, irrazionali (intendendo senza senno e senso), anzi "stupide"! Non sembrerebbe fare una grinza. Stupido a un’attenta osservazione è però il giudizio sulle paure "stupide". Solo la conoscenza interiore limitata o assente e l’applicazione agli eventi intimi di una logica concreta e convenzionale, impropria, che nulla comprende del linguaggio e degli svolgimenti interiori, del loro significato e scopo, fanno sì in realtà che ogni dubbio venga spazzato via, che circa l’infondatezza e stupidità delle paure si instauri la certezza. Se non si capisce l'intenzione, profonda, che le muove, il loro senso e le si giudica nell'apparenza, applicando loro logica comune, se le si tratta con fastidio perchè  intese e temute subito come assurdi intralci, se le si  squalifica perchè si è  soggiogati dalla pretesa e dall'obbligo di essere superiori a quelle paure "stupide", finisce che ci si  condanna a non capire nulla. L'iniziativa interiore che muove quelle paure è volta a rendere chi le vive consapevole di cose, di verità e implicazioni fondamentali e profonde, riguardanti se stesso, che superano la capacità mentale del pregiudizio, che come tale è piatto, limitato e stupido, perchè vuole solo coerenza con ciò che ha in testa e che ripete ogni volta uguale, baldanzoso e reso sicuro dal fatto che per molti o per tutti quel giudicare è ovvio e sacrosanto. Il risultato è che se una parte di sè, tutt'altro che stupida, vuole mettere dinnanzi a una questione, non marginale (altrimenti non insisterebbe in quel modo) da capire, usando un mezzo solo in apparenza privo di senso e di utilità, un'altra parte di sè, che presume di sapere cosa sia intelligente o stupido, giustificato o assurdo, le spara subito contro, facendo trionfare solo la sua ignoranza e limitatezza, la sua incapacità di comprendere ciò che va oltre il giudicare solito e comune.

mercoledì 4 febbraio 2015

Psicoterapia a che scopo?

La conquista fondamentale, che la psicoterapia potrebbe o dovrebbe consentire, è imparare a stare ben connessi col proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive interiormente, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo della capacità riflessiva, che consente di vedere cosa dentro il sentire, dentro la propria esperienza interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale proposta. Nel sentire c’è la parte di sè che può dare a ognuno la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere, lì il radicamento nel vero, la guida viva per non allontanarsi mai da se stessi e dal cuore della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è vedere con i nostri occhi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e può essere il senso scopo della nostra vita, secondo noi stessi, coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di farsi dare dall'esterno risposte, di seguire e inseguire tracce e guide esterne, di identificarsi con altro che già sembra dire e consentire, ma anche delimitare, le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni e capacità di pensiero, non ci sta a simile passivo adeguamento, che rischia di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo, quello della consapevolezza, della capacità di vedere e di concepire con i nostri occhi e col nostro pensiero, della libertà di metterci su cammino nostro, sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda di noi non sta quieta e preme per sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci stiamo muovendo, spesso e da gran tempo  in modo gregario, di cosa stiamo facendo di noi stessi, di cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il nostro sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di noi stessi ci dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il nostro è indispensabile conoscere e riconoscere. Nel lavoro di psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e che concepisca l'insieme dell'essere, l'importanza del profondo) è fondamentale dare spazio alla parte intima e profonda, che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ parte di noi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita non è mai finita, soprattutto però è importante che sia ben e saldamente impostata, che si sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare di dirigere la ricerca e, imparato a dare forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi, si può andare oltre da soli dopo l’esperienza analitica. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per continuare il cammino non in un rapporto di fragile unità con se stessi o addirittura di disunione e diffidenza, ma di fiducia e scambio totale, senza chiusure, con la propria intima esperienza, col proprio profondo. Quando i nodi decisivi non sono avvicinati e sciolti, quando la nuova unità dialogica con se stessi non è raggiunta, l’interiorità preme di nuovo con insistenza e reclama ascolto, imperiosamente spinge ancora per fare il lavoro che serve, per farlo bene e completamente.