mercoledì 25 marzo 2015

Uscire o entrare?

La richiesta più frequente, di apparente buon senso, di chi è alle prese con un'esperienza interiore fortemente difficoltosa è di essere aiutato a uscir fuori da quella pena, da quel groviglio doloroso. La scelta di venirne fuori pare coincidere con la propria messa in salvo, con la possibilità di riprendere un cammino più favorevole e riconosciuto sano, promettente, abbandonando quello che pare solo un pantano, una trappola. In realtà uscir fuori significa, squalificandola come sciagurata e pericolosa, perdente e negativa, remare contro, divergere rispetto alla tendenza di una parte di sè, interiore e profonda, viceversa a entrare, a non evitare, a non tacersi, anzi a mettere dito e oltre in qualcosa che il sentire vuole rendere appunto sensibile perchè sia riconosciuto, compreso. Un pò come in medicina sul terreno fisico il dolore, il cosiddetto disturbo è sintomo e può e vuole rendere riconoscibile una condizione più complessa, così il sentire, l'esperienza interiore accidentata e spigolosa, ardua e dolorosa rende tangibile e vuole portare vicino a una verità intima finora ignorata, a una presa di coscienza necessaria. Se in medicina sparare sul sintomo per metterlo a tacere è riconosciuto come condotta irresponsabile e stupida, perchè mette a rischio il paziente, di cui, zittendo il sintomo, si oscura la condizione sottostante più complessa, compromettendo la possibilità di indagarne e di conoscerne lo stato vero, così e ancor di più sul terreno psicologico, mettere a tacere come prima scelta, sparare contro una condizione interiore disagevole, bollandola come sfavorevole, negativa e basta o priva di ragioni, solo nociva, casomai con la messa in scena o simulazione di un chiarimento come si fa applicando un'etichetta diagnostica, è scelta scriteriata e niente affatto favorevole. Appiccicare un'etichetta diagnostica, che con parole un pò più tecniche e oscure casomai ripete quanto l'individuo già sa e può dire, non incoraggia certo l'ascolto, la comprensione più attenta, fedele e approfondita, anzi la chiude. Semmai incoraggia la delega al tecnico a far qualcosa per allontanare ciò che ora, dopo la "diagnosi", sembra solo una patologia. Da un lato parte profonda di sè introduce e spinge attraverso il sentire a vedere e a prendere consapevolezza e dall'altra la volontà dell'individuo, persuaso di far bene e il proprio bene, è quella di scaricare il tutto, di venirne fuori. All'oscuro dunque di ciò che il proprio sentire voleva rendere riconoscibile, perchè, capendo, provvedesse, perchè ne facesse consapevolezza utile e capace di mutare propria visione, modi o scelte, l'individuo che è stato aiutato a uscir fuori, anzichè a entrare nella comprensione del suo sentire, non avrà certo mezzi utili per fare il proprio bene e interesse. Per avere mezzi e strumenti validi, per sventare rischi di infelice conduzione di se stesso, per comprendere ciò che più profondamente gli è necessario, per diventare più fedele interprete di se stesso, per capire ciò che c'è di vero, ciò che utilmente e necessariamente va trasformato e costruito, l'individuo ha vitale necessità di intendersi con se stesso, di capire ciò che sente, che dentro di sè preme e insiste per essere udito. Trattare come segnale di guasto, come cattivo sentire ciò che un individuo pur penosamente sente, racchiude il rischio di fare un serio danno, come in medicina può fare l'uso di sedativi per soffocare ciò che è segno emergente di una condizione fisica complessa da identificare e capire con cura e con  tempestività. Se ad esempio un individuo dolorosamente non riesce a trovare, vede cadere dentro di sè stima e fiducia in se stesso, se avverte perdita di interesse verso tutto, senso di lontananza da ciò che lo circonda, è fondamentale che non sia incoraggiato a uscire da quei vissuti, trattati subito come patologici e privi di motivo valido, ma semmai aiutato a entrarci per ascoltarli, per ben comprenderli in relazione a se stesso, senza stare a vedere se fuori di sè ha questo o quello di cui potrebbe già compiacersi o per cui potrebbe rimotivarsi. Capita infatti che sia necessario vedere il poco o nulla di sè che c'è in un modo di vivere pur all'apparenza convincente perchè "normale". L'interiorità non tace ciò che impegnativo va riconosciuto, non tace il vuoto di sè, la mancanza di motivi validi di compiacimento e stima verso se stesso, dove l'esistenza, di fattura normale, sia stata condotta in modo gregario, imitando, ripetendo, applicando e punto. Un segnale impegnativo e doloroso, ma vero, per arrivare davvero a intendere, a concepire e a desiderare il nuovo, una vita che abbia il proprio volto, fedele a sè, fatta di scoperte di significato proprie, di realizzazioni di matrice e costruzione propria. Ho portato in modo breve un esempio per far capire come definizioni come quelle per cui un vissuto doloroso sarebbe solo insano e deleterio, non avrebbe motivo d'essere e andrebbe rapidamente superato e spento, potrebbero essere oltre che una fandonia, un atto di irresponsabilità, un atto "curativo" tutt'altro che benefico. L'interiorità propone non di rado di entrare in percorsi interiori non facili, ma utili e necessari per capirsi, per vedere il vero con i propri occhi, per cambiare consapevolmente e convintamente, per crescere. Per prendersi davvero buona cura di se stessi è importante essere incoraggiati e validamente aiutati a entrare, a compiere quei percorsi, pur difficili, sviluppando la capacità di comprenderli intimamente, anzichè essere indotti dalla "cura" a nutrire ulteriore timore e diffidenza verso il proprio intimo sentire, ad avere ancora più insofferenza e impazienza di allontanarlo, di uscirne. E' importante e possibile essere aiutati a prendersi cura di se stessi per unire, per trovare unità con se stessi, per non remare contro e per non divergere da se stessi, per non coltivare, pur convinti di agire al meglio, solo la propria inconsapevolezza, per non disarmarsi, per non buttare via ciò che, tutt'altro che dannoso, se compreso, può aprire la strada per trasformare utilmente la propria vita, per renderla davvero la propria vita.

domenica 22 marzo 2015

La proposta interiore

A volte il nostro sentire ci avanza proposte, ci cala in vissuti, in sensazioni e in stati d'animo, in percorsi interiori, che non solo ci risultano spiacevoli e sgraditi, ma che possono addirittura generare in noi sgomento, smarrimento. Sembrano inquietanti oltre che dannosi. Si è inclini in simili casi, sull’onda di modi di pensare e di atteggiamenti comuni e diffusi, a trattarli come espressioni di un guasto, come pericolosi segnali di un congegno interno che pare fuori controllo, forse, si ritiene, perché logoro, logorato da qualcosa di nocivo, da troppo patimento. In realtà in questi casi, in ciò che si vive interiormente, non c'è la fragilità di un organismo logoro e afflitto, ma la fermezza e la lucidità di una proposta. Qualcosa interiormente vuole, non solo farsi udire forte e deciso, ma anche dare guide e occasioni di presa di coscienza, mirate e intelligenti, tutt'altro che segnali di malfunzionamento. La propria identità e il proprio bagaglio di consapevolezza non possono, per essere saldi e consistenti, che essere fondati su qualcosa che si riesce davvero a comprendere fino in fondo e da sè, a riconoscere attraverso esperienza interiore e riflessione, toccando nell'intimo con mano, riconoscendo implicazioni, significati patiti e veri. Spesso ciò che si pensa essere il proprio patrimonio di idee, di valori e di convincimenti, la propria personalità per intero, sono in prevalenza il frutto di adattamenti all’ambiente, di rifacimento di idee, di atteggiamenti e di modi di trattare l'esperienza, presi in prestito, ispirati e modellati da consuetudine, da pensiero e da persuasioni comuni e prevalenti. Molto più impegno e sforzo nel corso della propria vita è stato messo per stare in legame e in intesa con l’esterno che con se stessi. Va poi tenuto presente che la scoperta autonoma del vero costa in termini di ricerca, perchè l'applicazione del preconcetto è automatica, facile e immediata, così come la costruzione ragionata del pensiero è concatenazione semplice di idee preformate, anche quando ha apparenza ingegnosa e sofisticata, mentre la conquista di visione e di presa di coscienza è più lenta, impegnativa. Non solo, ma cercare il vero è scomodo, può imbarazzare, ferire il proprio orgoglio e mettere in crisi, smuovere, non dare spensieratezza. Standoci attenti, i modi di capire e di capirsi nel proprio procedere abituale sono consistiti più nell'omettere ricerca attenta, coraggiosa e sincera,  più nel rivestire la propria esperienza di significati convenzionali, che spesso hanno dato rassicurazione oltre che illusione di comprendere, che nel cercare con trasparenza i significati e le implicazioni vere di momenti, situazioni e scelte. Significativo il fatto che le proprie sensazioni e stati d'animo, pronti passo passo a svelare, a dare supporto alla comprensione del vero, ci si sia abituati soltanto a catalogarli grossolanamente  come buoni o cattivi, come normali o no, a non leggerli con attenzione e a non considerarli guide fondamentali per capire. Se il proprio sentire pareva in qualche modo concordare con quanto ci si aspettava e si sarebbe voluto ottenere e far funzionare, ci si diceva che andava bene, lo si trattava come musica di fondo o coloritura emotiva più o meno gradevole, se viceversa, come non raramente capitava, discordava, lo si relegava come fatto minore e secondario, pronti a sminuirlo, perchè tanto si trattava solo di parti "emotive“. Quando perciò accade che inaspettatamente il proprio sentire alzi i toni e dia segnali acuti, interiormente dolorosi, gravosi, ecco che allora la diffidenza, mista a paura, comincia a scavare il fossato, ad alzare il muro. In questi casi al proprio sentire, che per insistenza e per intensità  sta segnando in modo forte la propria sorte e vicenda, non mancherà di arrivare la bocciatura e la squalifica, perché ritenuto solo espressione "irrazionale", nel senso di inaffidabile e insensata, miope e senza intelligenza, sciagurata, fonte di danno e di sofferenza ingiustificata. Un colossale travisamento. Si vuole in realtà sistemare tutto subito, si vuole la conservazione e il ritorno al normale. Guai a prendere atto che l’edificio costruito, quello della propria personalità, non ha fondamenta vere e solide! In realtà molto spesso non si sa chi si è, si sono solo messe assieme nel tempo risposte di intesa con e  per gli altri, idee prese in prestito e rimasticate, travestite da pensiero proprio per cercare di illudersi di sapere, cercando più di tirar avanti che di soffermarsi sul serio, di ascoltarsi con scrupolo e senza fughe. Dentro, nella parte di sè profonda, che si esprime nel proprio sentire, come nei propri sogni (notturni), la questione di chi si è e di quanto di consistente e di davvero corrispondente a se stessi si è scoperto, compreso e realizzato, non passa affatto inosservata. Perciò il proprio sentire dà segnali importanti, che possono intimorire, ma che, saputi intendere, sono provvidi di suggerimenti e veritieri, tutt’altro che inaffidabili e sgangherati, tutt’altro che irrazionali e senza testa. La questione vera è imparare ad ascoltare, a comprendere il linguaggio dei propri vissuti, delle proprie sensazioni e stati d'animo, di tutto ciò che vive interiormente dentro se stessi, è imparare a reggere la tensione, a non fuggire e a riflettere, a leggere l'intimo di ciò che si prova. Sono infatti quelli interiori, comunque si propongano, non segni di guasto o anomali accadimenti, ma richiami e segnali che vogliono cominciare ad aprire gli occhi, che accentuano e che evidenziano condizioni interiori che possono aiutare a capire il proprio stato e le insufficienze reali:  ad esempio senso di instabilità e di fragilità, di apprensione insistita, perchè nulla sinora è stato davvero compreso, perchè ci si muove da sempre sospesi e senza contatto e intesa profonda col proprio sentire, senso di svuoto, di sconforto e mancanza totale di interesse verso tutto, perchè nulla è veramente intimo e proprio, nulla è stato ed è vita propria davvero. I segnali interiori vogliono far capire che è ora di preoccuparsi di se stessi, di lavorare sul serio per vedere con i propri occhi la propria vera condizione, per conoscersi, per vedere che tutto ciò che sinora ci si è messi a disposizione è terribilmente fragile e che, questo sì, è inaffidabile. Senza sapere chi si è, senza conoscenze vere, all’inizio anche sgradite, se "impietosamente"  mostrano come fino ad oggi ci si è mossi, ( spesso più per imitazione e per senso comune che altro, più preoccupati di tenere a bada e di trarre considerazione e consenso dall’occhio altrui, che di cercare confronto sincero e attento con se stessi), si continuerebbe a muoversi lì dentro, intrappolati e illusi, indefinitamente. Senza risposte formate da sè, senza scoperta (che non è istantanea, ma che richiede incontro e confronto approfonditi con se stessi) di ciò che si è, che davvero appartiene, che profondamente si ama, che merita di essere realizzato, ci si troverebbe ciechi e impotenti, incapaci di aprire con passione e con convincimento la propria strada, di dirigersi verso i propri scopi, di avere autonomia di giudizio e forza di autogoverno. Se da dentro di sè arrivano, attraverso sentire scomodo e sofferto, richiami forti a preoccuparsi di se stessi, segnali incisivi e puntuali per leggere il proprio stato vero, è per indurre a provvedere per tempo, a non farsi bastare una maturità di facciata, poco affidabile, che esporrebbe a percorsi gregari, a scelte di vita fatte per imitazione, a incapacità di produrre qualcosa di vitale, di far vivere ciò che profondamente corrisponde e appartiene. La propria interiorità è attiva nel dare segnali, che se ben intesi e raccolti, possono diventare la propria salvezza. Va fatto un lavoro serio su se stessi e con se stessi, per passare da personalità posticcia e senza fondamento a personalità vera, salda e fedele a se stessi. Se, di fronte a esperienze interiori sofferte e scomode, si insiste nell’impazienza di sistemare tutto subito, di difendere l'abituale e già conosciuto, se ci si mette senza esitazioni a squalificare le proprie sensazioni difficili come insane e sbagliate, si corre il rischio di respingere l’invito, sanissimo, oltre che provvidenziale, a trasformarsi, per il proprio bene vero. C'è una parte di noi stessi che prende iniziativa, che per prima legge la nostra vera condizione, che non ignora le rinunce presenti sul nostro cammino di vita a fondare su di noi le scelte, a veder chiaro rispetto al cercare aggiustamenti e compromessi, che vuole che ci prendiamo tutta la responsabilità del vero che ci riguarda. Tutto questo perchè ci riesca di affrancarci da una vita che ci tradisce, che ci oscura, che, prima di tutto nei nostri pensieri, non rispecchia la verità e che perciò non può far vivere ciò che potremmo. La proposta interiore è sempre più sana e saggia di qualsiasi pensata o tecnica curativa per tenere tutto immodificato, per vincolare al normale, per produrre aggiustamenti artificiali o sciocchi. L'inconscio non trova all'inizio nella parte conscia un interlocutore serio e intelligente, in grado di condividerne pensieri e intenzioni. L'analisi, quando ben concepita e fatta, è questo: è avvicinamento al proprio profondo e non fuga ostile, è sviluppo della capacità di dialogo e di intesa con la propria interiorità, da cui trarre il meglio e cioè la propria intelligenza e verità.  

mercoledì 18 marzo 2015

Il lavoro dell'inconscio

(Ripropongo oggi questo mio scritto, perchè ritengo possa aiutare a comprendere ciò che l'inconscio può offrire, a sentire più vicina questa parte preziosa e irrinunciabile del proprio essere)
L'inconscio interviene di continuo nella nostra esperienza, sia attraverso i vissuti (il nostro sentire) e governando nel suo insieme il corso della nostra vicenda interna, sia in modo privilegiato illuminando il nostro cammino interiore con i sogni. Contro i tentativi di mantenere con l'iniziativa e col filtro della razionalità (tanti accadimenti interiori fastidiosi o imbarazzanti passati sotto silenzio, lasciati scorrere via o fraintesi e manipolati a piacimento col ragionamento) sostanzialmente intatta e a noi compiacente la nostra visione di noi stessi, l'inconscio non ha pudore, "pietà" o riserbo di intervenire e di insistere, senza chiedere permesso e sorprendendoci, perchè di noi sappiamo, vediamo, cogliamo ciò che importa, il vero. L'inconscio è attivo perchè non rimaniamo passivi o altro da noi stessi. Per passività intendo il quieto aderire al dato e al pensato comune e abituale, la riproduzione di un pensiero e di una visione di noi stessi che, se anche in apparenza convincenti e verosimili, in realtà altro non fanno se non ripetere ciò che già è stato detto, ciò che ci torna comodo credere. L'inconscio è la parte di noi che agisce e che lavora perchè non evadiamo da noi stessi, perchè sappiamo di noi, perchè transitiamo nelle pieghe del nostro essere, perchè vediamo, anche a costo di ferirci e di soffrire, ciò che ci spetta, ciò che ci è necessario conoscere. Nulla di ciò che si propone a noi nel nostro sentire è casuale, bensì è traccia e guida per prendere contatto e conoscenza viva di aspetti del nostro essere, del nostro modo di procedere, di questioni, anche non semplici, che abbiamo vitale necessità di elaborare, di capire. L'inconscio suggerisce e offre di continuo attraverso il sentire spunti, occasioni, crea trame e sviluppi utili per capire. Il lavoro dell'inconscio raggiunge il suo apice creativo nei sogni, che, se ben intesi, analizzati e compresi si rivelano impareggiabili mezzi per guardare dentro sè, per conoscere, per crescere. Se compreso e fatto proprio l'aiuto dell'inconscio è assolutamente decisivo per trovare il proprio spessore umano e di pensiero, per scoprire le proprie vere potenzialità e il proprio progetto. Accade però che, ignari e impreparati a tutto questo, ci si senta non di rado delusi o semplicemente disturbati da ciò che succede dentro se stessi, che si giudichino le esperienze interiori (che per intero l'inconscio regola e dirige), quando discordanti dalle attese o disagevoli, come inopportune, come limitanti, come dannose. Diffusa e prevalente la tendenza a escogitare, a farsi consigliare, ad applicare rimedi, spiegazioni che aiutino a ripianare, a mettere a tacere l'esperienza interiore scomoda e sofferta. La psicoterapia stessa è spesso cercata e non di rado nasce con simili auspici, in contrapposizione a parte di sè interna vissuta come nemica, con desiderio di disarmarla, di rimetterla in riga o di erigere una sicura barriera contro ciò che sembra solo molesto, pericoloso e incoerente. L'inconscio non si fa plagiare e zittire. Se aveva ragione di smuovere, di porre in crisi la stabilità interiore per favorire sviluppi, processi conoscitivi nuovi, cambiamenti necessari, se inascoltato e incompreso, seguiterà nel tempo e con rinnovata forza ad aprire la ferita, pur col rischio che si torni ottusamente a parlare di semplice ripresa del malessere o di "ricaduta" e che si torni a schierarsi contro l'iniziativa interiore anzichè disporsi ad ascoltarla e a capire. In rapporto a esperienze interiori difficili e sofferte il vero problema, la vera insufficienza o anomalia non è nel (presunto) corso sbagliato o insano di ciò che si prova, che si vive interiormente, anche se doloroso e accidentato, ma sta nel non essere capaci di entrare in rapporto e in dialogo con la propria esperienza interiore, con l'inconscio, sta nel non avere ancora capacità e opportunità di capire. Cominciare a fidarsi della propria interiorità fino ad aprirsi totalmente e senza preclusioni al proprio corso interiore, imparare ad ascoltare la voce e a cogliere l'intima proposta del proprio sentire, capacitarsi dello straordinario lavoro svolto dal proprio inconscio dentro i sogni, intenderlo, capirlo, assimilarlo, farlo proprio, seguire con attenzione il percorso di ricerca e di trasformazione tracciato dall'inconscio attraverso il succedersi dei sogni e dei vissuti... questo un'esperienza analitica ben fatta cerca, fa vivere e realizza. L'inconscio apre crisi, movimenta il quadro interiore, rompe equilibri, per condurci con fermezza, costi quel che costi, verso noi stessi, verso la nostra capacità vera di vedere, con i nostri occhi, di pensare, un pensare che abbia guida e fondamento dentro ciò che sperimentiamo intimamente, che sia comprensione fedele della nostra esperienza. Il nostro inconscio spinge perchè, non ignari di ciò che siamo e che possiamo, mettiamo al mondo il nostro. Come analista da più di vent'anni lavoro avendo per maestro l'inconscio. Se aiuto l'altro a rivolgersi alla sua interiorità, all'ascolto del suo profondo, so di non fargli acquisire un armamentario inutile di formule e di spiegazioni, so di non condannarlo a rimanere vittima del suo corto respiro e pensiero, inglobato dentro una visione di sè e delle sue possibiltà precostituita e chiusa, ma so di avvicinarlo alla fonte della sua conoscenza, alla sua capacità di conoscere e di trasformarsi. (16/4/2007)

domenica 15 marzo 2015

Comunicare con se stessi

Comunicare con se stessi, con la propria interiorità, non è facile, soprattutto non è usuale. Capita infatti spesso di intendere, fraintendendoli, il dialogo interiore e la riflessione come un ragionare e un parlare sopra la propria interiorità e intima esperienza, costruendo sul suo conto, senza prestarle ascolto e senza vera riflessione, perciò senza possibilità di comprensione alcuna, spiegazioni tanto in apparenza logiche e coerenti quanto spiantate. Conoscere e capire se stessi richiede essere liberi da pregiudizi e da a priori, significa imparare a svolgere dialogo aperto e rispettoso con la propria interiorità, quindi a zittirsi per lasciarla dire, per ascoltarla, significa imparare la riflessione vera, che non è invenzione e costruzione ragionata di ipotesi e di spiegazioni, che non è deduzione di significati e di perchè, ma capacità di guardare negli occhi, come ponendosi davanti a uno specchio, il proprio intimo sentire, per vedere, per riconoscere cosa originalmente, autenticamente rivela. In presenza di malessere interiore, si parte viceversa in genere da un a priori indiscusso, dalla premessa, che pare evidente e certa, che se si sta soffrendo, se si sta vivendo un corso d'esperienza interiore disagevole, questo è l'espressione di un cattivo funzionamento, di una anomala condizione, a cui prima di tutto va cercato un rimedio per riportarlo al dritto, al normale o presunto tale e cui, volendo capire, bisogna scovare una causa. Andare verso il proprio passato in cerca di qualche fattore nocivo condizionante, limitante o perturbante, di qualche influenza negativa, di qualche responsabilità e manchevolezza altrui, è il percorso preferito. L'interiorità solleva oggi un problema attuale e rilevante di cui cominciare a prendere coscienza e su cui lavorare, di cui responsabilizzarsi, rompe uno stato di equilibrio e di quiete, pone acutamente col sentire questioni che riguardano il proprio modo di condursi, lo stato vero della propria autonomia e capacità di autogoverno, lo stato del rapporto con se stessi, con la propria esperienza interiore, spesso vago o inesistente, dove pensare e sentire divergono, non si incontrano (condizioni cui il profondo non dà tacito benestare e sostegno, ma che viceversa pungola prima di tutto a riconoscere e a disporsi a trasformare) e, in presenza di tutto questo, la risposta è quella di trattare subito vittimisticamente ciò che si sta vivendo interiormente come patologia e come conseguenza d'altro, di liquidarlo come guasto da correggere e come pena insopportabile e nociva di cui prima di tutto liberarsi. Senza esitazioni la proposta del profondo, l'esperienza interiore disagevole in cui si è presi e coinvolti, è letta e travisata come disturbo e anomalo funzionamento, con riferimento e a paragone di qualcosa che senza ombra di dubbio si decreta essere normale e sano, fisiologico e dovuto, tipo il poter stare tranquilli, spensierati, sicuri e fiduciosi, il saper gioire di ciò che si ha e che all'esterno si può trovare. Tutto, sia l'idea del cattivo stato, vissuto non come spunto e richiamo di verità, come esperienza intima che può dire e svelare, ma come danno e torto patiti, sia il suo rovescio, l'auspicato benessere e valido stato o normale, sostenuti e affermati in modo così sicuro, come ci fosse in queste affermazioni evidenza e scontatezza. E' sufficiente, pensando in termini di cattivo stato e di normalità, ricalcare gli atteggiamenti e il pensato comuni per convincersi di avere chiara idea e consapevolezza di ciò che si sta dicendo. Insomma accade che in presenza di un'interiorità, della propria interiorità, che prende a dire e a pungolare, a mettere alle strette, a chiedere ascolto e riflessione per essere compresa, le si mettano sopra o contro spiegazioni, giudizi squalificanti, frutto di preconcetti, di luoghi comuni. Un luogo comune, che s'aggiunge agli altri, che ha parvenza di essere meno rozzo e liquidatorio di quelli che affermano esserci nel malessere interiore solo disturbo e patologia da curare e da spazzare via coi farmaci o con altro, che viceversa sembrerebbe segnalare più apertura mentale e desiderio di capire, è quello che ritiene che l'inconscio sia il deposito di brutte esperienze del passato e di ricordi dolorosi, che, come si dice in gergo, rimossi, allontanati dalla percezione e dal riconoscimento più diretti, da lì non cesserebbero di procurare pena e tormento, di tanto in tanto venendo allo scoperto o molestando subdoli e invisibili. Si vorrebbe  spiegare così il malessere attuale. E' un altro luogo comune, che non ha nulla a che vedere con ciò che davvero è l'inconscio e con ciò che sa e che ha capacità di dire e di dare, con ciò che attraverso il malessere attuale intende proporre e sollevare, rendere riconoscibile. Intendiamoci, l'inconscio è parte profonda di se stessi, che non ignora il significato intimo e vero degli accadimenti e dei passaggi intervenuti nella propria vita, ponendo al centro dello sguardo se stessi e non altro, i propri modi, le soluzioni scelte, non di rado di fuga e compromesso, di oscuramento, per comodo e per imbarazzo, dei significati e delle implicazioni vere, di preferenza per scorciatoie o per soluzioni pronte, offerte e promosse da altri e da modelli imperanti, piuttosto che conquistate autonomamente e fondate su verifiche proprie, su trasparenza con se stessi e su pieno convincimento. Questo "rimosso"  l'inconscio certamente lo vuole restituire tutto, come base utile, preziosa e necessaria di nuova consapevolezza e crescita, fondate su di sè, su propria esperienza. Altra cosa è pensare a un rimosso che  ritragga se stessi come vittime e non come artefici, quale motivo perdurante di afflizione e di pena interiore. Insomma con spiegazioni come quelle su guasti e patimenti oscuri, che chiamano in causa altro e non se stessi, ci si convince di sapere, spesso solo supponendo e deducendo, senza vedere, senza lasciar dire al proprio sentire attuale, senza conoscere. La cosa triste è che c'è coralità in questi modi di concepire la vita interiore e il significato del malessere interiore, una coralità assordante, tanti libri, tante teorie correnti, tanti terapeuti compresi. Se in tanti ripetono la stessa cosa, teoremi spacciati per riscontri e verità scientifiche, finisce che ci si crede. Tanti preconcetti condivisi e ripetuti da molti o da moltissimi possono però non fare un grammo di verità, il criterio maggioritario non vale per stabilire cosa sia vero e fondato, la storia è ricca di esempi di chi, affermando visione diversa e nuova, fuori da luoghi comuni e da principi condivisi, ha spesso subito scomunica, ostracismo e condanna, pagando anche con la vita, anche se più tardi...Vale la pena considerare che l'interiorità dice, propone e attraverso il sentire dà tracce vive da seguire per capire, che il proprio stato è di individui spesso così lontani da se stessi, così avvezzi a stare nell'orbita del già pensato, nella dipendenza dall'altrui giudizio e considerazione, così poveri di pensiero proprio, di intesa con se stessi, di conoscenza conquistata con le proprie forze, che la parte profonda, in presenza di un simile stato, questo sì infelice, non sa e non vuole rimanere inerte, agita le acque, dà segnali anche vigorosi di discontinuità, di necessità imperiosa di fermare tutto per capire, per mettere al primo posto la presa di coscienza, il lavoro di crescita rispetto all'inseguimento della normalità e del funzionamento come tutti. Nulla dal punto di vista del proprio profondo è scontato, nulla deve solo stare assieme, perdurare intatto e continuare a funzionare, la propria interiorità apre, divide, spacca l'abitudine e l'inerzia per cercare il senso, per spingere a vedere e a costruire quel che non c'è, quel che ancora manca di sostanziale. Non c'entra tanto il passato che avrebbe recato danni o messo ostacoli, quanto il vuoto da colmare, vuoto di maturità e di scoperte proprie, di conoscenza di sè che non ci sono. Non basta indossare la maschera della normalità, il vestitino dell'avere ad esempio una qualche sistemazione, una buona o decente reputazione, un titolo, quattro letture, qualche viaggio da raccontare, qualche legame affettivo, così come hanno e fan tutti. Il nostro  inconscio non si lascia nè incantare, nè illudere, il nostro inconscio è il motore della vita, il custode delle nostre ragioni più profonde e vere e delle nostre potenzialità, della nostra voglia e aspirazione di essere individui pensanti e autonomi, consapevoli e svezzati dalla dipendenza  dal comune pensiero, dall'approvazione e dal giudizio altrui. Il nostro inconscio è fautore della scoperta della nostra vera strada, del compimento del nostro originale cammino, di pensiero prima di tutto e di libertà. Altro che inconscio serbatoio di brutti ricordi!!  Se, come accade in una valida esperienza analitica, si apre dialogo rispettoso e attento con l'interiorità, se si impara a comunicare con lei, ad ascoltarla, anzichè parlarle sopra e confezionare sul suo conto qualche spiegazione ragionata, si può scoprire quanto sia, così nel sentire che ispira e muove, anche il più sofferto, come nei sogni, propositiva, intelligente, appassionatamente creativa, non certo insidiosa e ostile, come l'idea del guasto e del disturbo sottintende. Insidioso è viceversa ogni tentativo di spiegazione, di elucubrazione razionale volto a convincersi che tutto nella propria realizzazione e crescita è sostanzialmente fatto, che esiste solo il fastidio interno di non stare bene, di non essere felici, come si pretende di aver diritto, senza onere di conquistare e di cambiare nulla. Quando si fa parlare l'inconscio come nei sogni e si impara ad ascoltarlo e a comprenderlo, si scopre quanto di nuovo invece ci sia da capire e da costruire, da trasformare di se stessi per passare dalla condizione di individui portati dall'esterno, da logica corrente e da preconcetti a individui autonomi, veri e pensanti. Nulla degli accadimenti interiori è privo di senso e di scopo, nulla nel proprio sentire, anche sofferto o in apparenza strano, è espressione di cattivo funzionamento o effetto meccanico e ripetitivo di una causa che sta prima o altrove, tutto invece spinge, pungola e suggerisce, dà nel presente base viva, intelligente e sensata di ricerca e  occasione di lavorare prima di tutto su di sè (non su manchevolezze altrui), di conoscersi senza veli.

Estrema sintesi

Se si tratta la propria interiorità da incapace o da malata, finirà per affermarsi, fatte salve le illusioni,  solo la propria ottusità.