mercoledì 29 aprile 2015

La scelta

Patire e non capire, non comprendere cosa il proprio intimo sentire dice, questo è il vero e fondamentale problema per chi vive un'esperienza di malessere interiore. Non si è preparati e abituati a comunicare con l'interno, con la propria interiorità, ma solo ad adattarsi e a sintonizzarsi con l'esterno, a farsi dare dall'esterno guide di senso comune per dirigersi e per spiegare il significato delle cose e delle esperienze. Quando si è messi alle strette da qualcosa di interiormente difficile e doloroso, che ha aspetto poco confortante e insolito, fioccano subito sul conto del proprio sentire (prima di tutto da parte propria) i commenti negativi, sale alta la sfiducia e persino la disperazione. E' necessario imparare a capire ciò che si sente, a trarre da lì materia, insostituibile e preziosa, per conoscersi e per capire. Spesso serve un aiuto per imparare ad orientarsi nel mondo interno, dove si è in genere smarriti e totalmente ignari. Nulla nell'esperienza interiore, anche nelle sue espressioni più dolorose, sconquassanti o "contorte", è fallimentare o distruttivo, nulla è semplicemente abnorme o malato, tutto ha un senso, anzi un'utilità. Sempre infatti il proprio sentire, il proprio corso interiore d'esperienza, vuole evidenziare e rivelare aspetti di se stessi e questioni decisive, vuole e può condurre a vedere, a capire, a prendere coscienza, se saputo leggere con attenzione e fedelmente, se non marchiato, per paragone con una presunta normalità, come patologico in un verso o in un altro, con un'etichetta diagnostica piuttosto che con un'altra. Il problema è orientarsi, avere occasione, formando e sviluppando capacità riflessiva, di capirsi nel proprio sentire, di vedere il cammino che nei propri percorsi interiori, pur insoliti e difficili, si sta disegnando, di trarre frutto ( più pienamente attingendo ai sogni e seguendo la loro guida) da tutto ciò che si vive interiormente, anche se molto disagevole e sofferto, anche se in apparenza solo sconfortante. Ripeto, è necessario acquisire capacità di orientamento in un mondo, in un'esperienza, quelli interiori, con cui non si ha confidenza, dentro cui negli anni, più o meno tanti, non si è affatto imparato a muoversi. Si avanza negli anni infatti imparando a intendersi più con l'esterno che con l'interno. Ma non è mai troppo tardi per dotarsi della capacità, non certo superflua o secondaria, di ascoltarsi, di leggere l'intima esperienza, di orientarsi nel proprio sentire, di comprendere il linguaggio interiore. Serve un aiuto per questo, perchè i modi abituali di pensare, di cui si dispone, nulla hanno di riflessivo, di adatto a entrare in rapporto con l'esperienza interiore, col sentire, con i sogni. Ci sono però ostacoli non di poco conto sulla strada, che spesso bloccano in partenza l’ipotesi e il proposito di intraprendere un approfondito e serio lavoro su se stessi. In chi vive un'esperienza di crisi e di malessere interiore si fa largo spesso una reazione vittimistica, che rivendica la pronta liberazione dalla sofferenza interiore, squalificata come carico indebito, come malasorte, come malattia. C'è poi una nutrita schiera di terapeuti, che, con vario titolo, sono pronti a suffragare l’idea che il malessere interiore sia soltanto un'afflizione di cui liberarsi, da combattere, uno stato anomalo da sanare e correggere e ciò non giova certo a rapportarsi fiduciosamente all’esperienza interiore dolorosa e critica, a riconoscerla come parte viva di sé da rispettare e da valorizzare, con cui cercare un incontro e non uno scontro, con cui imparare a dialogare. Ciò non giova a comprendere che il malessere interiore vuole e può essere non una pericolosa deriva, ma la porta di ingresso e la leva di una trasformazione non solo utile, ma indispensabile per trovare visione chiara dentro se stessi, per mettere, non illusoriamente, ma saldamente nelle propie mani la propria vita. Viceversa l'adesione a un modo di intendere e di interpretare la propria vita all’insegna dell’integrazione e dell’adattamento alla cosiddetta realtà, intesa come modi organizzati e comuni di pensare, agire, trovare soluzioni, organizzare e dirigere l’esistenza, fa sì che si ritenga di essere già in corsa,  che si pretenda di essere già cresciuti, comunque al passo, che si abbia orrore di svelare un ritardo, un’inefficienza rispetto alla “normalità”.  Il proprio disagio interiore, che fa intendere che ciò di cui si dispone è fragile, sconnesso, credibile fuori, ma discordante col dentro, è prontamente temuto e osteggiato come minaccia di perdere contatto con la schiera dei normali o presunti tali. Se tra ciò che si pensa e ciò che si sente non c’è corrispondenza, se l’insieme di ciò che si sa vedere e concepire, capire di sé e della propria vita è, ad essere onesti e sinceri, perlomeno nebuloso, raffazzonato e confuso, senza vera consistenza e forza, poco importa, ciò che si vuole è senza discussione tornare a procedere come prima, come sempre. In fondo basta fondersi e confondersi con la successione degli eventi, distrarsi da sé e dal proprio sentire, basta appoggiarsi all’illusione che quattro schemi razionali bastino a credere di sapere di sé e del vivere, basta dare credito a qualche segno materiale di possesso e di autorealizzazione, per tentare di allontanare da sé ogni dubbio sulla validità del proprio procedere abituale, per tentare di  svuotare di senso ogni malessere. Ma il malessere non cede, non ci sta l'interiorità a farsi mettere in un angolo, a farsi zittire o fraintendere, torna implacabile a ricordare che non c’è connessione e unità con se stessi, che non c’è nulla che abbia davvero capacità di persuasione intima e profonda in ciò che si sta facendo di se stessi, in cui si sta persistendo. La scelta di combattere l'intimo sentire, di sminuirlo a espressione storta e malata, la scelta di buttarlo, di sostituirlo fin dove possibile con altro, di cercare, come fosse il meglio, la distrazione da sé e dal proprio malessere cocciuto, è favorita dal perenne rifarsi allo sguardo altrui, all'idea comune. Nessuno, o quasi, in fondo incoraggia a sostare per riflettere, per ascoltarsi, per veder chiaro, per trovare proprie risposte, aderenti a se stessi, perchè nessuno o quasi lo sa fare, perchè agli occhi della maggioranza fermarsi, avvicinarsi al proprio intimo sentire, significa rischiare di perdere contatti ritenuti vitali con l'esterno, di perdere terreno, di smarrirsi. Per allontanare il malessere, che rischia di corrodere le persuasioni deboli e confuse, cosa c'è di meglio che tornare a cercare lo sguardo altrui, per cercare conferma, conforto che tutto va bene, casomai il dono di qualche consolazione o ebbrezza di sentirsi importanti per qualcuno, ben considerati? Tanti ostacoli sulla strada della scelta di prendersi sul serio, di prendere sul serio la voce intima, il malessere che insiste, che non fa sconti, che vuole ricordare che non bastano l’illusione e la conferma esterna per trovare se stessi, per essere individui, con radice propria e pensanti, con proprio bagaglio di conoscenza, di sincera passione e di progetto. La sofferenza interiore è fermo richiamo, è onesto e sincero bilancio, è forte invito a non persistere nella fuga da sè, a fare qualcosa che urge per veder chiaro, per scoprire e per formare il proprio, ma non è detto che sia ascoltata.

domenica 12 aprile 2015

Patire e agire, due espressioni umane inscindibili

Si fa spesso equivalere l’esperienza interiore dolorosa e spiacevole a un danno subito, a un guasto, a una situazione nociva di cui liberarsi. E' questo un motivo di riflessione, che ricorre nei miei scritti. Patire non è in sé esperienza infausta, è, quando interiormente si propone o impone, un percorso da fare per non astrarsi dal vero. E’ la nostra stessa interiorità che non tace, che non vuol tacere, che è attiva nel calarci nel vero, per conoscere, per favorire la nostra  presa di coscienza, per alimentare lo sviluppo della nostra autonomia. Non c’è nulla di maledetto o di superfluo nel patire, nel sentire spiacevole, tutto il sentire, anche nelle sue espressioni più dolorose o intricate, imprevedibili o "strane", evidenzia e conduce a riconoscere il vero. Se si impara a entrare in rapporto col sentire, se ci si dispone non al rifiuto e al giudizio, ma all'ascolto, se ci si dota di vera capacità riflessiva, di guardare e cogliere, di riconoscere, non in modo vago e approssimativo, ma attento e fedele, l'intimo disegno e proposta del sentire (capacità riflessiva che non ha nulla a che vedere col modo corrente di intendere la riflessione, come esercizio di ragionamento sull'esperienza), tutto il proprio sentire diventa occasione di avvicinamento a se stessi, terreno fecondo di presa di coscienza utile, anzi necessaria. Aggiungo che non intendo parlare del patire in chiave rassegnata, fatalistica o strumentale, del patire come mezzo per espiare o per trarre da lì qualche beneficio morale o altro. La modalità del patire, nel senso del lasciarsi prendere e segnare dal corso interiore dell‘esperienza, dell'entrare in intimo rapporto e scambio con ciò che si sta avvicinando per conoscerlo, è essenziale, è espressione umana intelligente, è complemento indispensabile della modalità, dell'espressione umana, altrettanto fondamentale, dell'agire, che cerca di cogliere il senso e di tradurlo in volontà di realizzazione. Nel sentire arduo, difficile c’è l’esperienza intima che fa entrare in rapporto, che fa toccare con mano, che fa riconoscere e comprendere. Non si conosce freddamente e dall’esterno, si conosce davvero e efficacemente, facendo intima esperienza, si conosce vivendo interiormente ciò che in questo modo, sentendo con vivacità di percezione e con precisione di particolari, può essere attentamente e validamente compreso. Accompagnando l’esperienza del patire con la capacità riflessiva di cui parlavo, assolutamente necessaria, che fa vedere cosa nelle pieghe e nell’intimo del proprio sentire accade, è possibile conoscere, prendere consapevolezza, in modo vivo e fondato, efficace, indelebile. Porto spesso l’esempio del camminare a piedi nudi, esperienza sensibile che permette di “capire” il terreno e di decifrare con precisione di dettagli il cammino che si sta facendo, per far intendere per analogia la funzione intelligente del sentire, anche quando doloroso, spiacevole, difficoltoso. Si pretende in genere di riservare al pensiero razionale, libero da interferenze e da "contaminazioni" emotive, la facoltà di conoscere al meglio, in modo lucido e affidabile. Il pensiero razionale in realtà, se scisso dal sentire, se non indirizzato dall’esperienza interiore, non fa, nella conoscenza di se stessi, che combinare schemi astratti, che impiegare definizioni di cui ignora l’origine e il significato, non fa che assecondare, senza ammetterlo e riconoscerlo, interessi di autoconferma, non fa che rigirare il già noto, anche quando appare innovativo o geniale. Senza guida interiore, senza il supporto del sentire, che dà base e fondamento vero alla ricerca, il pensiero vaga insensatamente tra congetture e spiegazioni spiantate, compie acrobazie utili solo a darsi vanagloria e illusione di capire. L’esperienza interiore non va selezionata e filtrata, cercando di eliminare, come fossero scorie o esperienze negative, le parti spiacevoli o di difficile comprensione immediata. Il dolore interiore non è parte negativa, è via e tramite necessario di conoscenza, a meno di voler rendere artificioso tutto, a meno di voler contraffare, per comodo, la conoscenza di se stessi. La propria interiorità non tace nulla, anzi spinge verso la consapevolezza che più serve per non rimanere ignari e disarmati, incapaci di capire e di dirigere la propria vita. Se il dolore è considerato come il subire lo sfavore di questo o quello, se è inteso come la “malattia” da cui essere salvati, davvero si finisce per non essere all’altezza delle intenzioni e dell'intelligenza della propria parte profonda.

sabato 11 aprile 2015

I due sguardi

E’ assai frequente in chi vive una situazione di sofferenza interiore la corsa precipitosa a cercare cause, in genere in altro da se stesso e soprattutto rimedi, dando per scontato che, se fa intima esperienza di difficoltà, di perdita di sicurezza e di fiducia, se imperversano interiormente paura, apprensione e angoscia in varia forma, cadute d’umore o altri “strani” grovigli o imperativi interni e tormenti, questo sia solo un guasto da sanare, una disfunzione dannosa da correggere. Chi è colto da malessere interiore è spesso allarmato, ma anche intollerante verso la sofferenza interiore, presto drammatizzata come trappola o sciagura, reclama come diritto il ritorno al normale solito, di corsa, per non farsi escludere dalla realtà conosciuta e comune, pensata come l'unica realtà possibile, assoluta, dimenticando o ignorando che reale è e diventa ogni passo avanti nella conoscenza e nella presa di coscienza personale, che può portare a concepire il nuovo, a fare la propria storia e non a fare lo spettatore o la comparsa nella storia comunemente raccontata e già allestita. E’ miope se non addirittura preoccupante, soprattutto se ciò coinvolge anche chi si sia dato il compito di dare aiuto e di curare, non riconoscere che l’interiorità dentro l'esperienza dolorosa segnala puntualmente ciò che vuole indurre a prendere sul serio, smontando illusioni e creando le basi, pur sofferte e scomode, di una presa di coscienza vera, di una trasformazione e di una crescita personale assolutamente necessarie e utili. Manca sia a chi è portatore di sofferenza, che al curante incline all'idea di cura come rimessa in ordine e come correzione di uno stato ritenuto pregiudizialmente anomalo e insano, la conoscenza dell'interiorità, del suo modo di proporsi, del significato della sofferenza interiore, manca il possesso di strumenti, come lo strumento riflessivo, la capacità di ascolto e di lettura del significato intimo del sentire, indispensabili per accogliere l'esperienza interiore sofferta e per comprenderne e valorizzarne la proposta. Impreparati a questo, senza consapevolezza che nulla dell'esperienza interiore è insensato e vuoto, semplicemente anomalo, protesi subito alla ricerca frettolosa di spiegazioni e soprattutto di rimedi, con l’idea che il disagio interiore sia comunque una irrazionale risposta e un limite da superare velocemente perchè nocivo, ci si acceca e si rende ancora più acuto il contrasto tra ciò che l'interiorità vuole testimoniare e promuovere e ciò che la parte cosiddetta conscia sentenzia e in affanno chiede e pretende: la normalizzazione. E' come non voler vedere ciò che il profondo dell‘individuo non vuole che si ignori più e cui chiede risposta matura e non atteggiamento sordo o qualche sciocco rimedio per aggirare il problema. C’è insomma spesso una completa incomprensione tra sguardo profondo che, senza far tanti complimenti, non concedendo tregua, vuole dare pungoli e indicazioni ferme e oneste, intelligenti e sagge di ciò che manca e che è critico, da chiarire, da verificare coraggiosamente e da trasformare di se stessi e lo sguardo della superficie razionale che, preoccupata più di stare in stretto legame e intesa con l'esterno che con il proprio intimo, non vuol saperne di contrattempi e ancora meno di ostacoli più seri al suo rimanere ignara, altrove da se stessi e da puntuali verifiche, in stato di qualsivoglia quiete o galleggiamento, purchè duri, senza grattacapi e intoppi.