domenica 13 settembre 2015

Malessere e lamento

L’impronta prevalente del discorso di chi si confronta col malessere interiore è molto spesso il lamento, è la recriminazione contro ciò che ai suoi occhi fa solo danno. Se è comprensibile che una realtà nuova e non esterna, ma così pervasivamente interna, risulti gravosa e spiacevole, che soprattutto l’incapacità di capire, l’incomprensione del significato e del senso (da dove e verso dove) dell’esperienza interiore vissuta, mettano a dura prova e possano generare paura e scoramento, allarme e disorientamento, risalta però il fatto che nella risposta al malessere interiore non ci sia traccia del sentore di un legame significativo, di un vincolo da tutelare, da difendere e valorizzare con se stessi, col proprio sentire, con la parte intima e profonda di se stessi. Questa lontananza dal proprio intimo, dal proprio sentire e corso interiore d’esperienza, ha radici lontane. Non è raro infatti che il modo di procedere e di pensarsi abituali comprendano da gran tempo solo operazioni di adattamento e rivolte al fare, accorgimenti per proseguire, commenti e spiegazioni su di sé e sul conto dell’esperienza che si vive, che spesso non cercano e non colgono nulla al di là della superficie e della crosta di senso immediato e comune. Anche quando l'intento di approfondire affida al ragionamento il compito di capire, il suo intervento spesso si risolve e chiude nel combinare in ordine logico significati preconcetti dedotti e messi sopra all'esperienza, oppure si perde nelle nebbie delle sue elucubrazioni, con un lavorio, che nulla ha a che vedere con la vera riflessione (che sa ascoltare e fedelmente raccogliere e riconoscere la proposta originale del sentire). Insomma, il proprio sentire non è stato nel tempo e da gran tempo vero compagno e interlocutore nella propria esperienza. Perciò, quando la parte intima prende il sopravvento e detta sensazioni e esperienze interiori, che con decisione passano il confine del marginale e dell’inascoltato,  dove sono relegate e mantenute dalla cosiddetta coscienza, dalla parte di sè dove l’individuo si rinserra abitualmente e che non ospita nulla del sentire a meno che non le paia conveniente, ecco che la reazione è di isterica paura e rivolta contro l’ospite indesiderato, presto squalificato e maledetto come fosse una disgrazia, un sabotatore, un maledetto nemico. “Voglio tornare come prima” è il grido di rivolta, la petizione di principio, la pretesa che pare sacrosanta, cui tanta offerta di cura, che vuole riparare e sanare, che dell’ascolto aperto del sentire, senza preconcetti, che della verifica approfondita non sa nemmeno concepire il senso, dà conferma e manforte. Non è compreso minimamente, questa sì è una vera anomalia,  che trattare così, come disturbo, l’esperienza interiore, pur difficile e sofferta, sia un tirare calci, uno sparare contro se stessi, un demolire ciò che vuole aiutare e spingere a ritrovarsi, a riconoscere il modo di pensare e di procedere abituali, a colmare la frattura che divide da se stessi, a mettere in piedi ciò che è essenziale: dialogo approfondito e accordo con se stessi, con la propria interiorità. Per capire, per trovare risposte e guide necessarie, per non essere più scissi da sé e semplicemente adesi ad altro, trainati da altro per imitazione, per senso del gregge ( la cosiddetta normalità, ciò che sembra dover appartenere a tutti), per dipendenza dall’altrui giudizio, consenso, approvazione, serve un cambiamento personale profondo, di cui il malessere interiore è il primo atto, voluto dall'inconscio, come segnale chiaro e non sopprimibile, come potente richiamo a prendersi cura di se stessi. E’ un prendersi cura, non per ricacciarsi nel solito, casomai con più testardaggine, (casomai con qualche aggiustamento, spiegazione e apparente presa di coscienza, che non mutano la sostanza del modo consueto di pensare e di procedere, che viceversa la riconfermano), ma per cominciare a prendersi sul serio, a vedere chiaramente come si procede e lo stato del rapporto con se stessi, per cominciare a cercare finalmente vicinanza e ascolto del proprio intimo, della parte più vera e meno alienata di se stessi. E' un prendersi cura che potrebbe valersi dell'aiuto di chi sappia sostenere l'intento di andare verso se stessi e favorire lo sviluppo della capacità riflessiva, della capacità di incontro e di dialogo col proprio profondo. La crisi, il malessere vorrebbero nelle intenzioni del profondo essere il primo atto, l’inizio di un impegno di ricerca per diventare se stessi, per calarsi finalmente nel proprio essere, per trovare il proprio sguardo, per cucire quella relazione stretta e salda tra sentire e pensare, che sola può garantire capacità di orientarsi e di capire, passione e volontà unite. Se non si comprende questo, persisterà il lamento e la lotta contro se stessi, la pretesa di mettere a tacere, di eliminare o di correggere e modificare ciò che interiormente, pur difficile o doloroso, non si sa rispettare, ascoltare e capire. In definitiva, casomai sotto forma di cura, si affermerà la spinta, tutt'altro che geniale e favorevole, a privarsi della vicinanza e del contributo originale e prezioso della propria interiorità, pur di essere normali e (più o meno) come prima.

domenica 6 settembre 2015

Lo chiamano DOC, disturbo ossessivo compulsivo. A te che soffri qualche spunto di riflessione

Ciò che ti accade nasce dentro di te profondamente, come ogni emozione, stato d'animo, pulsione, come ogni svolgimento interiore che sfugge al controllo di volontà e ragione. Nasce dentro di te e ti fa fare esperienza insistita di qualcosa, che può apparirti assurdo, ma che è significativo per te. Molti, tu per primo probabilmente, saranno pronti a considerare ciò che ti capita semplicemente come anomalo, ma ciò che ti accade, dettato, lo sottolineo, da una parte di te, dal tuo profondo, vuole calarti dentro un'esperienza che vuole farti capire nel vivo qualcosa di te, fondamentale e imprescindibile. Se ti fa orrore tutto ciò che è imprevedibile e inaspettato, una simile esperienza ha sicuramente un senso per te. Pensieri che irrompono nella tua mente improvvisi, all'inizio congetture, poi ipotesi verosimili, ipotesi terribili, possibilità orrende ai tuoi occhi, sconvolgenti, ti costringono sulla difensiva, estrema, ti impegnano anche se inutilmente a tentare di bandirli, di scongiurarli. La via d'uscita, macchinosa, sempre più macchinosa e esigente, dispendiosa. Interventi d'ordine, verifiche esasperanti,  sequenze di comportamento obbligato, tutto ciò che ti senti interiormente costretto a fare sembra volerti evitare ogni brutta sorpresa, sembra volerla scongiurare, per non caricarti della responsabilità di aver favorito sviluppi negativi o sciagurati. Sembrerebbe che all'origine tu sia "fondamentalmente" incline a controllare tutto, a rendere tutto piano e sicuro, prevedibile e programmato, certo e favorevole. Può darsi che in realtà la tua tendenza di fondo, la modalità che prevarrebbe in te di rapportarti alla tua esperienza e a ciò che provi, sia quello di tradurre subito ciò che senti in qualcosa di agito immediatamente, impulsivamente, senza stare a esitare e a interrogarti su cosa ci sia lì dentro, attribuendogli invece automaticamente un significato scontato, evidente. Perciò il rigido controllo ti serve a creare un dispositivo ferreo di sicurezza, tanto drastico e assoluto (talora o spesso incontentabile in ciò che ti chiede di applicare), quanto capace di evitarti qualsiasi rischio. L'impulsività, l'andar dietro a rotta di collo a spinte interiori, che in realtà chiederebbero di essere comprese e non agite, la tendenza a prender tutto in modo immediato, senza riflessività, se si affermassero ti esporrebbero al rischio di andare a finire pericolosamente non sai bene dove. Il dispositivo di controllo contrasta in modo rigido quella tendenza. Perciò ti dicevo prima che forse "fondamentalmente" non sei incline al controllo assoluto, ma viceversa all'immediatezza per l'immediatezza, senza attenzione, all'impulsività, allo sfogo liberatorio. Scusa se ti ho impegnato sinora in una riflessione che so non essere facile, ma le vicende e le questioni interiori non sono semplici, anche se non sono incomprensibili. So bene che su quello che ti accade potrebbero esercitarsi terapeuti con la voglia di diagnosticare, che etichette del tipo di "disturbo ossessivo compulsivo" sono pronte a scattare, casomai con la persuasione che, messa l'etichetta, si arrivi di per sè chissà a quale risultato. Le etichette diagnostiche sono però solo etichette, rischiano di far di ogni erba un fascio, di allontanare dal desiderio di ascoltare e di comprendere l'esperienza interiore di ognuno. Messa l'etichetta è pronto il farmaco e l'armamentario di consigli o di sproni, di prescrizioni, di tecniche per correggere l'anomala tendenza, perchè solo questo si pensa: che sia anomala e penalizzante. In realtà è un segnale, è la testimonianza di qualcosa di più complesso e però umanamente significativo e da capire. Se la questione è quella del tuo rapporto con la tua esperienza interiore, con le spinte interne, con tutto ciò che non è razionale, ma che è parte vitale e irrinunciabile di te come emozioni, stati d'animo, pulsioni e svolgimenti interni, la risposta va cercata nel costruire questo rapporto. Si parte da un'esperienza e da una condizione che ben conosci e che può sembrarti e sembrare semplicemente strana e fallimentare, ma si può cercare di aprire te al rapporto e alla conoscenza di tutto ciò che vive in te, facendoti scoprire cosa può darti e dirti, facendoti scoprire e toccare con mano come è possibile entrare in rapporto col sentire e con tutto ciò che nasce in te e che non è volontà e ragione. Il tuo sentire, le tue spinte interiori chiedono di essere accolte e però chiedono contemporaneamente di essere comprese nel loro intimo e originale, non agite o sommariamente trattate, come fosse scontato il loro significato. Imparare a scoprire che la tua vita interiore è un luogo e un'occasione per nutrirti e ritrovarti, che le mille novità interiori e apparenti contraddizioni sono parte viva di un insieme che può e che vuole essere da te esplorato e conosciuto, è ciò che va da parte tua pazientemente sperimentato e compreso. Nulla nell'intimo è disordinato e nocivo, minaccioso o altro, tutto concorre a formare esperienza intima, che è fondamento vivo di conoscenza, di consapevolezza. Inadeguato al dialogo interiore è solo l'atteggiamento che semplifica, che cerca la soluzione pronta, la coerenza innanzi tutto, il bianco contro il nero. Dialogare con l'interiorità è possibile, ma è una lenta conquista. L'immediatezza, il concedersi aperto e pieno a ciò che nasce interiormente imprevedibile e inatteso è irrinunciabile, è fondamentale e necessario, perchè è incontro con il flusso vitale, con il vero che continuamente cerca di farsi strada, di rendersi riconoscibile, senza omissioni, senza semplificazioni. L'immediatezza deve però coniugarsi con la capacità di ascolto, con la riflessività per intendere e per non mal interpretare, per accogliere la proposta interiore, per comprenderne l'intimo vero significato e intenzione, per non farne spreco o uso improprio.   Se la tua interiorità ti fa vedere implicato in difese ferree, in fuga da qualsiasi responsabilità d'errore, se ti trascina nel vortice di possibili azioni estreme, di ipotetiche terribili tentazioni, se ti mostra spaccare il capello in quattro per vedere questo e il suo contrario come dilemma impossibile, significa che sei messo dinnanzi alla consapevolezza che hai orrore di tutto ciò che interiormente ti è diverso e sconosciuto, che coinvolgendoti ti può esporre e aprire al nuovo e all'incerto, al non scontato sicuro esito, alla non conferma di ciò che pensi o supponi di te stesso, a un'esperienza che non puoi trattare e governare col calcolo e col ragionamento, che viceversa richiede ciò che non hai: capacità di apertura, di riflessività vera, di dialogo interiore.    Hai incapacità di rapporto col dentro, con la tua esperienza interiore viva, che tratti come tensione da scaricare subito, che ti rappresenti come meccanismo da tenere a bada (e idealmente, dove potessi, da dominare e regolare a tuo piacimento) e non come parte vitale di te e propositiva, intelligente, da ascoltare, capire e rispettare.            Il cosiddetto DOC o disturbo ossessivo compulsivo non è una trappola assurda, vuole aprire una questione, che solo riscoprendo il rapporto con l'esperienza interiore, solo imparando a condividerla e a rispettarla come parte essenziale di te, a conoscerla, a valorizzarla e ad amarla per ciò che sa originalmente dire e dare, può essere compresa e portata a maturazione. Nulla interiormente accade mai per caso o insensatamente. 

giovedì 3 settembre 2015

Malessere senza reali motivi?

Un argomento tutt'altro che infrequente quando un individuo vive una condizione di sofferenza interiore, argomento sostenuto dal diretto interessato o da chi gli sta attorno, è che non ci sono motivi reali e concreti per il malessere che prova, per quell'ansietà così esasperata e insistente o per quello sconforto e perdita di stima e di fiducia in se stesso, solo per fare degli esempi. Lo sguardo punta al fuori, a indagare e a valutare situazioni, circostanze esterne, la verifica utilizza criteri e parametri comuni e soliti per stabilire il grado di soddisfazione o di benessere presunti, che si ritiene debbano conseguire a quelle situazioni concrete.
Reale però non equivale a concreto. Concreto è solo un ordine di ragioni e di cose visibili e già ben riconosciute e comunemente. Reale e di peso non secondario può essere anche ciò che ancora non si sa vedere e concepire, che casomai, per preconcetto e per difesa di convinzioni inveterate, non si sa e non si vuole ammettere e riconoscere. Lo stato delle cose riguardante se stessi, il proprio modo di vivere e di procedere, può ad esempio non essere felicemente rispondente a se stessi e soprattutto può essere mistificato, travisato, ritenendolo normale e scontato, solo perché simile e copia di ciò che pare concepisca e faccia la maggioranza delle persone. Profondamente però siamo dotati di capacità di sguardo, che non cede all'illusione e alla mistificazione, che sa vedere ad esempio quanto soffrano la nostra identità vera e il nostro potenziale d'essere e di crescita originali quando rimaniamo incastrati nel pensiero e nello stile di vita suggeriti e impartiti dalla cosiddetta normalità, profondamente sappiamo riconoscere e ammettere l'inconsistenza di un modo di vivere che ancora non racchiude nulla di scoperto, di generato da noi. Se la parte profonda di noi stessi volesse darci uno scossone e imporci la necessità e l'urgenza di riaprire tutto, di vedere la nostra lontananza da noi stessi, di intendere per tempo il rischio di fallire il nostro cammino di vita dove non cominciassimo a fare sul serio (impegnandoci prima di tutto a capire la nostra condizione vera senza veli e autoinganni, iniziando a preoccuparci seriamente della nostra sorte, a formare ciò che manca non per apparire normali, ma per far vivere noi stessi e il nostro), potrebbe muovere in noi una esperienza di malessere interiore, che potrebbe esprimersi, ad esempio, in insicurezza e paura insistite, anche esasperate, in senso di vuoto e di fallimento, di impotenza? Sarebbe realmente motivata questa presa di posizione o sarebbe senza motivo e senso?  Quando si giudicano immotivate, assurde o semplicemente dannose esperienze interiori come quelle catalogate  ad esempio come ansia o attacchi di panico, come depressione o altro, bisognerebbe andarci cauti. Può esserci motivo valido e fondamento reale per simili esperienze interiori pur spigolose e difficili, pur dolorose o estreme. Abbiamo un profondo (tutta l’esperienza interiore che viviamo che va oltre ragionamento e volontà, cioè emozioni stati d’animo pulsioni , sogni, è di matrice profonda) che sa vedere e che non vuole tacere, che vuole segnalarci il vero senza sconti  per aprire una crisi certamente impegnativa, ma necessaria, utilissima se ben interpretata come occasione di profonda trasformazione e di crescita. Comunque ciò che sentiamo, pur brusco, spiacevole o incalzante o sconquassante, vuole che ci guardiamo in faccia e ben dentro e profondamente, senza tirare avanti inconsapevoli o con una visione di noi stessi approssimativa e vaga, peggio ancora ipocrita o inventata. Ne va della nostra sorte. Se è a rischio la realizzazione della nostra vita fedelmente a noi stessi, se ancora ci manca tutto per essere davvero soggetti consapevoli, se siamo più in sintonia e in accordo con altro che con noi stessi, più adesi ad altro che vicini a noi stessi, dissociati e discordanti tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo e diciamo, il nostro profondo può darci segnali forti, può col malessere metterci alle strette o esercitare su di noi fortissimi richiami. Dunque se anche i motivi della sofferenza interiore non sono di ordine concreto e facilmente identificabili, se anche non sono esterni ma interni a noi, ciò non di meno esistono e sono reali, realissimi.