giovedì 2 giugno 2016

Le vicende interiori

Non è affatto facile capire le vicende interiori, particolarmente se complesse e inquiete. Prima di tutto si fa l'errore di applicare agli svolgimenti interiori una logica interpretativa e una lettura che sono a loro estranee, improprie. Tutto ciò che accade interiormente tende a dare testimonianza viva di verità intime, riguardanti lo stato del rapporto con se stessi, l'orientamento e il modo di farsi interpreti della propria vita, il grado di maturità vera, di autonomia, di corrispondenza con se stessi di ciò che si persegue o segue, verità rese vive e tangibili in stati d'animo, in vissuti, che di continuo offrono base viva di comprensione e di ricerca, che solo un autentico sguardo riflessivo (che non c'entra nulla con la riflessione, di matrice razionale, comunemente intesa) può avvicinare e gradualmente cogliere. Lo sguardo razionale non sa nè raccogliere nè concepire una simile proposta, abituato com'è a far da solo, senza vincolo e senza aderenza stretta al sentire, a commentare e non a ascoltare, a definire e non a riconoscere ciò che il sentire dice e rivela. Prevenuto com'è, supponente perchè pensa di aver già nel suo bagaglio la comprensione, impaziente perchè non sa reggere la tensione del non vedere già e del non sapere subito o presto, poco o nulla duttile e accogliente perchè rigidamente attaccato a idee e a principi di coerenza formale e di normalità, imbevuto di a priori, di significati presi in prestito dall'uso comune, fondamentalmente incompresi e semplicemente replicati, incline a spiegazioni lineari di causa e effetto, il pensare razionale non ha certo l'animo e la stoffa per entrare in rapporto rispettoso, utile e fecondo col sentire. Ciò che accade interiormente vuole far vedere da vicino la propria condizione, i propri modi, vuole illuminare complesse relazioni intime. Solo uno sguardo riflessivo portato su di sè può accordarsi col senso e con la proposta del sentire, viceversa l'attenzione sempre portata all'esterno, l'abitudine a riferire tutto ciò che si prova a relazioni concrete con altro e con altri non può permettere di cogliere, di capire il senso dell'esperienza interiore. Se ad esempio l'ansia cresce non è per debole capacità di procedere e di avanzare con sicurezza nel rapporto con l'esterno, sempre inteso come unica realtà di riferimento e assoluta, ma per testimoniare uno stato debole e sconnesso di ciò che fa da base d'appoggio, che è base di unità e di dialogo con la propria interiorità, spesso assenti, di conoscenza di se stessi, spesso più che lacunosa. Lontani e senza intesa con se stessi, senza aver compreso nulla, aggrappati solo a luoghi comuni, a convincimenti senza conferma interiore e sfasati rispetto al proprio sentire, come si può pretendere di starsene quieti, che non suoni l'allarme, a causa di un equipaggiamento scadente e lacunoso, dell'ignoranza di ciò che si sta realmente facendo di se stessi, di ciò a cui ci si sta nel tempo destinando?

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