venerdì 15 settembre 2017

Il passato

E' assai diffusa la convinzione che per capire esperienze e situazioni interiori difficili di oggi si debba risalire al passato. E' questa spesso una diversione, una fuga dall'incontro col presente della propria vicenda interiore, espressione dell'incapacità di entrare in rapporto con la propria interiorità, che oggi, dentro e attraverso il sentire disagevole e sofferto, dice e avanza proposte. Sono proposte che, girando lo sguardo altrove sul passato, non sono raccolte e comprese. Il passato, il proprio passato, cui in genere si vuole dare un peso determinante per capire se stessi e le problematiche attuali, se lo si vuole avvicinare correttamente e davvero valorizzare, è comunque non un resoconto di fatti, di incidenti e di condizionamenti subiti, dove la parte del leone spetterebbe alla famiglia, all'ambiente, all'educazione e simili, ma un cammino che, nel succedersi delle vicende personali, ha visto al centro momenti e passaggi interiori anche complessi, che già a volte nella elaborazione immediata e poi soprattutto nel ricordo vengono spesso appiattiti, offuscati o del tutto ignorati. Il peso dei fattori esterni è in genere nelle ricostruzioni, nelle rivisitazioni del passato messo in primo piano, nascondendo il filo interno di vissuti, di spinte, di risposte intime, che dell'esperienza sono state invece il nucleo centrale, l'anima, la parte essenziale. La vera storia personale non è primariamente fatta o riducibile a quel che altro o altri hanno fatto nei propri confronti e condizionato, ipotizzando tra l'azione del fuori e le risposte del proprio dentro una semplice relazione meccanica di causa e effetto, ma è da ritrovarsi in quel che, passo dopo passo, è successo interiormente, dove tutto si è svolto in modo ben più autonomo e complesso. In quegli svolgimenti interiori infatti il proprio profondo ha ripetutamente preso iniziativa e attraverso il sentire dato segnali, indicazioni per evidenziare, per vedere nell'esperienza in corso prima di tutto la parte svolta e spettante a se stessi, ciò che si è espresso, che si è fatto, ha incoraggiato e sostenuto la capacità di lettura autonoma dell'esperienza, la scoperta o l'intuizione di significati importanti, ha stimolato l'insorgere di interrogativi, ha reso acutamente riconoscibili nel vissuto i contrasti, il proprio modo di trattarli e di dare risposta, non ha mai messo in secondo piano la propria personale responsabilità. Non c'è un passato in cui si sia stati semplicemente materia plasmata e, in un modo o nell'altro, la conseguenza e la risultante di quanto fatto da altri e determinato da circostanze e da fattori esterni, c'è un passato dove, pur non indifferenti alle influenze esterne, pur interiorizzando modi di vedere e di reagire presenti nell'educazione, il filo interno delle vicende e dei passaggi interiori, carichi di significato e di implicazioni importanti, con al centro se stessi, con se stessi in posizione non inerte nel modo di cogliere i significati, è sempre stato interiormente in primo piano. Ciò che l'esperienza interiore nel passato come nel presente è stata e è capace di dire è ben diverso da ciò che spesso si tende a raccontarsi e a spiegare, diverso da certe letture dell'esperienza che cercano cause e spiegazioni chiamando in causa principalmente altri e l'esterno. Il corso dei vissuti, degli accadimenti interiori, ciò che si è mosso e che si muove sulla scena intima è regolato e mosso dal nostro profondo, che in ogni momento vuole mettere in primo piano in ciò che ci accade ciò che ci spetta, che ci coinvolge, spingendoci a cogliere significati anche di notevole profondità, per non lasciarci inconsapevoli e sprovveduti. Nella complessità del sentire, che fin da piccoli accompagna la propria esperienza, riconosciuto e rispettato nella sua integrità e completezza, come possono essere rintracciati i segni di spinte, di risposte interiori originali, di intuizioni capaci di portare il proprio sguardo al di là o in disaccordo con le idee e con la logica dell'ambiente circostante, così non sono taciute la tendenza a scansare e a scaricare interrogativi e difficoltà, a porsi al riparo da tensioni conflittuali, a muoversi nell'adattamento e nell'adesione a ciò che è prevalente e comune, la tendenza a cercare scorciatoie e soluzioni a portata di mano e conformi all'esempio dei più, evitando incognite e carichi personali più gravosi e incerti, seppure per scopi più sentiti e autentici. La parte profonda del nostro essere ha sempre fin dal principio del nostro cammino di vita reso tangibile la sua presenza, non ha mai mancato di dare stimoli e spunti per capire, per approfondire, per metterci allo specchio, per conoscerci, per capire per tempo questioni centrali, per non esserne ignari, non ha mai trascurato di stimolare la nostra potenzialità di prendere consapevolezza, di crescere in autonomia di pensiero e in fedeltà a noi stessi. L'infanzia non è un tempo di soli giochi e spensieratezza, non di rado si affaccia la percezione di questioni importanti, si fanno strada inquietudini non insignificanti. I sogni stessi sono esperienza che fin dai primi passi accompagna il cammino personale. Mi è capitato in alcune occasioni con individui adulti, durante il percorso analitico, di riavvicinare sogni da loro fatti in età infantile anche molto indietro nel tempo. Il motivo di una simile ricerca il fatto che sogni attuali richiamavano al loro interno in modo diretto quei sogni remoti. Ebbene quei sogni dell'infanzia già delineavano temi e nodi divenuti nel presente cruciali e oggetto di riflessione più avanzata e di ricerca. L'inconscio è presente da sempre nella vita di ognuno e ha fatto sentire la sua voce sia nei sogni, sia contrappuntando l'esperienza in ogni momento con vissuti, con stati d'animo, con emozioni, con l'articolarsi di momenti interiori utili per capire i punti decisivi e veri, per alimentare il confronto e il dialogo con se stessi, per cominciare a attrezzarsi di consapevolezza utile e necessaria per cercare la propria strada, per non subire la regola e le concezioni prevalenti e comuni. Se è accaduto che in parte questi momenti interiori, perché incisivi e forti, siano stati sentiti cruciali, riconoscendo se stessi soggetti e parte in gioco saliente e decisiva nell'esperienza, non meno delle azioni dell'ambiente, è però successo anche che via via ci si allontanasse dalla vicenda intima per stare sempre più nelle secche del ragionare e del fare, dando primato e prevalente attenzione a circostanze e condizioni esterne, all'agire piuttosto che al sentire, con gli occhi tutti puntati fuori, fino a abituarsi a considerare decisivo ogni fattore esterno, fino a definire realtà solo quell'insieme e quello scenario esterni. Ho svolto questa riflessione per far capire che, se il passato personale ha valore, lo ha se riconosciuto nella sua vera natura di cammino interiore, unico e originale e non, come nelle ricostruzioni parziali e sostanzialmente infedeli, come racconto fatto soprattutto o soltanto di condizionamenti, di influenze esterne, di reazioni quasi automatiche o meccaniche conseguenti all'agire di qualcosa di esterno e altrui, di semplice interiorizzazione di modi e di atteggiamenti assorbiti da figure influenti, cancellando o minimizzando tutto l'intimo della propria esperienza. Compiere questa semplificazione e riduzione del proprio a conseguenza dell'agire altrui e di altrui responsabilità è un'operazione di comodo, che libera se stessi da ogni carico e responsabilità nell'accertare e trovare il vero, nel sentirsi soggetti del proprio destino, delle proprie scelte. Tanto è comoda questa modalità di trattare la propria esperienza, che enfatizzando il peso e l'incidenza di fattori esterni, oscura e non riconosce il primato di ciò che spetta a sé e che è rintracciabile nella propria esperienza interiore, quanto è deleteria per il proprio interesse a recuperare la propria visione delle cose e tutto il proprio potenziale di scoperte e di crescita. Più facilmente e tenacemente ci si lega a altro e a altri e se ne dipende, ci si rifà a idee e modelli comuni e ci si fa portare, se ci si priva del rapporto col proprio materiale vivo di esperienza, da cui può nascere conoscenza, autonomia e forza di pensiero, capacità di cambiamento. La modalità di ridurre tutto a responsabilità, a colpe o a potere di condizionare e influenzare di altro e di altri, che applicata con più agio al passato, dove le "ricostruzioni" che appiattiscono il proprio e lo riducono a conseguenza d'altro, sono più facili, agevolate dalla distanza temporale degli accadimenti, è comunque abituale anche nel rapporto con l'esperienza attuale. Urge dunque imparare a leggere la propria esperienza dando riconoscimento e aprendo riflessione su ciò che interiormente si prova, perché è lì che c'è il vero e tutto il potenziale che porta a capirsi, senza semplificazioni e omissioni, a trovare sintonia con se stessi e possibilità di ritrovarsi, di sviluppare il proprio originale pensiero, di crescere in autonomia e in fedeltà a se stessi. Se si lavora sul presente è più efficace questa ricerca, perché tutto dell'esperienza vissuta, del sentire, in tutte le sue espressioni e movimenti, capaci di aprire alla comprensione del vero, è vicino, è vivo e attuale. In ogni caso anche dove ci si aprisse al confronto con momenti e esperienze del proprio passato, è importante rispettare la stessa esigenza di mettere in primo piano e fedelmente ciò che interiormente si è vissuto, per non manipolare la propria storia, per non appiattirla, rendendola sì utile allo scarico di ogni personale responsabilità, alla costruzione di teoremi liberatori attorno al perché dei propri problemi e difficoltà, ma nello stesso tempo svuotandola e privandosi di ciò che potrebbe arricchire, nutrire la conoscenza di se stessi. Il presente, ciò che oggi la propria interiorità sta proponendo e promuovendo è il cuore della ricerca a cui rivolgersi prima di tutto, ma c'è un che di unitario, un filo che unisce il presente e ciò che sta nascendo col passato, col proprio passato. Il cammino, passato e presente, se visto e compreso dall'interno e col contributo fondamentale del profondo, è il proprio cammino, lo è e lo è sempre stato fin dai primi passi.

domenica 3 settembre 2017

Si può

Si può fare dell’intima sofferenza non la minaccia da combattere e da cui fuggire, ma viceversa l’occasione, il punto di incontro vivo ritrovato con se stessi, la via d’ingresso per cominciare a comunicare con la propria interiorità, con la parte di sé, intima e profonda, che ha scelto di non stare inerte e zitta e che, smuovendo l'interno anche vivacemente e non dando tregua, ha in realtà intenzione di dare. Dove, rinunciando a contrastarla o a metterle sopra giudizi o spiegazioni, le si dà apertura e ascolto, come si impara a fare in una buona esperienza analitica, questa parte del proprio essere si rivela capace di dire e di dare tanto. Fare propria la capacità di accogliere, di ascoltare, di comunicare con parte viva e profonda di se stessi è una conquista, che tanto è fondamentale e decisiva per l'andamento e per la qualità della propria vita, quanto è solitamente trascurata e sottovalutata. Tutto si è imparato in anni e anni tranne che a rivolgersi a se stessi, a ascoltarsi, a capire il linguaggio delle proprie emozioni e dei propri stati d’animo, a scoprire il potenziale e il valore, l’affidabilità del proprio sentire, a comprendere che i propri sogni notturni sono ben di più e ben altro che residui sparsi d’esperienza diurna o costruzioni immaginarie ingenue e di nessun valore, ma potentissime guide di pensiero e di conoscenza, a intendere che i confini del proprio essere vanno ben oltre quelli di ragionamento, volontà e controllo. Tutto questo va costruito e coltivato. Se ci si è esercitati solo a trattare il rapporto con l’esterno e la rincorsa di occasioni esterne, va costruita la capacità di entrare in rapporto con l’interno, con ciò che vive e che di continuo si propone dentro se stessi. Quello interiore non è un mondo fragile e di nessuna consistenza, nel proprio intimo e profondo c’è la parte di se stessi più attenta a cogliere senso e implicazioni della propria esperienza, meno incline alla dispersione e alla fuga, c’è un potenziale di forza e di pensiero che non ci si aspetta. Si può andargli incontro, stabilire un rapporto, far sì che possa dare a se stessi ciò di cui si ha profonda necessità. Senza il contributo di questa parte preziosa di se stessi, che purtroppo tanto è essenziale, quanto è facilmente sottovalutata e fraintesa nel suo significato, si è esposti al rischio di non capire nulla di se stessi, di non avere guida per orientarsi, di rimanere ingabbiati nella visione che considera realistico e possibile solo ciò che è già comunemente concepito e dato, di non avere occhi per vedere il vero, che anche se scomodo fa crescere e dà forza. Senza questa unità con se stessi, orfani del proprio intimo, incapaci di un dialogo aperto e fecondo con la propria interiorità, si è inclini a cercare sostegno e compensazione in altro per avere una parvenza di stabilità e di contatto vitale, di vicinanza. La paura della solitudine, vissuta come terra arida e come vuoto, spinge di continuo a legarsi e a fondersi con altro e con altri, allontanando sempre più la possibilità di un rapporto aperto e sincero, caldo e creativo con se stessi e di conseguenza di un rapporto autentico e rispettoso, non strumentale con chiunque. Non si può essere se stessi se non si è uniti a se stessi. Se, come è inevitabile, vista l’inesperienza, si rende necessario l’aiuto di chi introduca al dialogo con se stessi, di chi sappia aiutare a formare e a far crescere capacità di ascolto e di incontro con la propria interiorità, a ritrovare finalmente il filo di un discorso proprio e a tesserlo con cura perché diventi bussola e terreno saldo su cui fondarsi, ciò non minerà, ma arricchirà soltanto la propria crescita. Far ricorso a un simile aiuto non intaccherà la propria autonomia, ma contribuirà viceversa a farle trovare il suo più valido e solido fondamento: il legame e il rapporto con la propria interiorità, l'unità con se stessi. Si può, basta volerlo.

venerdì 1 settembre 2017

Non mente mai

Non mente mai, è sempre affidabile guida. Tutto ciò che si propone nel nostro sentire, ansia compresa, è base sicura di incontro con noi stessi, di ricerca, di verifica attenta. C'è sempre il vero nel sentire. La nostra interiorità ci offre di continuo i richiami giusti, le guide per rientrare in noi, per uscire da una condizione di inconsapevolezza. I ragionamenti, ciò che produce la parte conscia e ragionante di noi stessi, facendo da sé, senza sostegno e senza guida del sentire, non ha spesso nulla di affidabile per arrivare a vedere dentro di noi. Anzi, seppur inconsapevolmente, i pensieri costruiti col marchingegno del ragionamento assorbono luoghi comuni, schemi di pensiero e di giudizio aprioristici, mai verificati e compresi davvero, li replicano, sono guardie a difesa dello status quo, fanno un lavoro che serve più a mantenere, a consolidare posizioni preconcette che a aprire alla comprensione del vero. Il sentire non mente, è il linguaggio della parte profonda di noi stessi che vuole segnalare dove stiamo davvero mettendo i piedi, cosa stiamo facendo di noi stessi. Il nostro sentire ci vuole dare occasione di percepire ciò che realmente ci sta accadendo, lo rende problematico, carico di tutte le sue implicazioni più scottanti e vere. Sentire significa riconoscere i significati in modo vivo, ben addentro, senza aggiustamenti, senza veli. Il lavoro della parte profonda di noi stessi è incessante, trova espressione nel sentire, in tutto ciò che fuori da controllo di volontà e ragione si svolge dentro di noi, trova ancora espressione eccellente nei sogni, che, se saputi avvicinare e comprendere nel loro originale linguaggio e intendimento, si rivelano  potenti fari per capire, autentici laboratori di pensiero, non campato per aria come nei ragionamenti, ma sensato e aderente come null'altro al vero, di profondità e respiro impareggiabili. Tutto il problema è formare capacità di incontro, di dialogo, di rapporto creativo con la nostra interiorità, capacità non di commentare, non di spiegare ciò che ci accade interiormente, ma di intendere ciò che il nostro sentire e tutta la nostra esperienza interiore e profonda dice, mostra, svela, ci conduce a comprendere. Si cresce imparando a rimanere intenti e inchiodati alla realtà esterna, ma non a trattare e a comprendere l’esperienza interiore. Formare capacità di ascolto e riflessiva per essere in grado di vedere l’ìntimo di stati d’animo, di emozioni, di vissuti è ciò che andrebbe sviluppato dentro una buona psicoterapia. La tendenza abituale, che ci si porta dietro è infatti quella o di giudicare o di spiegare da fuori e dall’alto del ragionamento ciò che si prova. Dobbiamo stare molto attenti a non parlar sopra ciò che sentiamo, è tale l'abitudine a far girare i ragionamenti, che, anche messi di fronte a ciò che proviamo, la tentazione di dargli una spiegazione, un perché, incastrandolo dentro i soliti punti di riferimento, è fortissima e spesso scatta fatale, uccidendo ciò che il sentire ha intenzione e capacità di dire. E' come se in presenza di un altro che soffre e che in ciò che sta patendo ha da dire, cominciassimo subito, senza ascoltarlo, a dirgli il perché e il percome della sua condizione e cosa gli è utile fare. Così col nostro sentire è importante imparare a lasciarlo dire, a portare lo sguardo su ciò che sta svelando. L'ansia e tutto ciò che si muove nell'esperienza interiore, anche se doloroso e arduo, anche se insolito e assillante, non è nemico, considerarlo tale solo perché scomodo e perché intralcia il cammino è una vera sciocchezza. Tutto l'impianto della cura volto a sconfiggere l'ansia e il malessere interiore come scopo primario è l'espressione della miopia se non addirittura della cecità della parte conscia, che non vede altro che ciò che è abituata a concepire, che vuole mantenere e in cui vuole persistere, non ultimo perché così fan tutti. L'ansia è amica e dire questo non è un mezzuccio per riuscire a conviverci o a neutralizzarla. L'ansia è il linguaggio del profondo che tutto vuole meno che ci perdiamo e che ci prendiamo in giro. L'ansia e il malessere interiore chiedono di essere ascoltati e valorizzati come base e tramite per aprire gli occhi, per avvicinarci a noi stessi, per capirci. Se il profondo arriva a usare le maniere forti come con gli attacchi di panico o con strette continue di apprensione e di ansietà che tolgono il fiato, che non concedono quiete, è perché sa che lasciarci liberi in ciò che stiamo concependo e facendo, scissi e lontani, non comunicanti con la nostra parte interiore, è come destinarci a essere privi di guida, buoni per essere a norma, ma non per essere consapevoli e autonomi, capaci di riconoscere il vero di noi stessi, di dare vita al nostro pensiero e di dire la nostra, a modo nostro.

martedì 22 agosto 2017

La ricerca delle cause per non cambiare nulla

Rimetto in primo piano questo mio scritto di qualche tempo fa, perché la questione della ricerca delle cause del malessere è un nodo importante da capire e da sciogliere.       E' ormai un luogo comune pensare che il modo più aperto e approfondito di affrontare il malessere interiore consista nel cercare le cause che l'avrebbero provocato. In realtà c'è il rischio di costruire teoremi che non aiutano l'incontro e il dialogo con se stessi, che chiudono alla comprensione di ciò che il proprio profondo sta cercando di proporre e di promuovere nel proprio interesse. La ricerca delle cause e le premesse da cui parte, rischiano di confermare la separazione e l'incapacità di comunicare con la propria interiorità.                                                   La reazione più comune all'emergere del disagio interiore è di considerare il malessere come un guasto, come un'anomalia, che si ritiene debba avere la sua causa in qualcosa di sfavorevole e di nocivo che avrebbe fatto danno, che avrebbe compromesso un equilibrio psicologico altrimenti normale e fisiologico. Una simile risposta al malessere interiore trova in non pochi casi sostegno e perfezionamento in percorsi psicoterapeutici che, indagando nel presente e soprattutto nel passato dell'individuo, particolarmente nelle relazioni familiari, vanno alla ricerca di condizionamenti sfavorevoli, di carenze o di distorsioni affettive, di traumi patiti, per rinvenire lì le ipotetiche cause del disagio perdurante e attuale. In realtà il malessere interiore non è conseguenza di cause e di condizioni esterne, di condizionamenti sfavorevoli, ma è espressione di iniziativa interiore. Le ragioni, intelligenti, profonde, del malessere, affatto destinate a rimanere incomprese, purché ci si voglia impegnare a capire se stessi, originano interiormente, sono espressione di presa di coscienza della parte profonda di se stessi. La lettura che il profondo dà della propria condizione personale e del proprio modo di procedere non è affatto in linea col modo convenzionale e abituale di pensarli, di leggerli, modo per il quale basta veder quadrare alcune cose per dedurre che tutto va bene, che le cose sono normali e a posto o che dovrebbero essere tali. Se alla parte profonda di se stessi, dove il proprio sguardo è molto più attento ed esigente, meno incline ad andar dietro alla logica comune di quanto non sia la propria parte conscia col suo modo di pensare e con i suoi ragionamenti, risultasse ad esempio chiaro che nel modo d'essere attuale manca qualcosa di fondamentale e di decisivo, questa parte non tacerebbe il problema. Se le fosse chiaro che nel modo abituale di procedere e di dare forma a ipotesi, a scelte o a impegni attuali e futuri della propria vita c'è un che di non corrispondente a se stessi, di avventato e di inconsapevole, di insoddisfacente e di sfavorevole, non solo per l'oggi, ma soprattutto in prospettiva per il futuro, perché non guidato da conoscenza approfondita di ciò che si è e che si vuole, di ciò che per sé ha senso e valore, cosa di cui sinora non ci si è più di tanto preoccupati, la parte profonda non passerebbe sotto silenzio il problema. Ecco che in presenza di simili rischi e implicazioni, di cui il profondo dell'individuo, diversamente e ben prima della sua parte conscia, è consapevole, il malessere come freno tirato sull'andar via e avanti scioltamente, il senso di fragilità e di insicurezza, l'ansietà continua, l'allarme sulle proprie condizioni e sul proprio stato, con picchi di paura come negli attacchi di panico, lo scoramento e il senso di sfiducia  nel proprio valore e nelle proprie capacità, cominciano ad avere senso. Tutte le risposte interiori, tutte dettate e regolate dal profondo, tutt'altro che sintomi di un meccanismo guasto, dicono, svelano, spingono a capire. Non si tratta di trovare cause esterne al malessere, partendo dall'assunto che star male significa guasto e stato anomalo provocato da qualche fattore molesto e disturbante, ma di intendere che il malessere può essere un forte richiamo, lo specchio per vedere la propria condizione in profondità e non nella ingannevole superficie, la spia di una necessità cui finora non si è saputo provvedere. E' la necessità, irrinunciabile secondo la parte profonda di se stessi, di promuovere la propria  crescita, la formazione di un proprio pensiero attorno a se stessi, lo sviluppo di una capacità di capirsi non dissociata nel ragionamento, ma costruita in unità con se stessi, fondata e guidata dal proprio sentire. E' fondamentale e non certo superfluo trovare ciò che affidabile e coerente con se stessi possa guidare, autonomamente e consapevolmente,  il proprio cammino, le proprie scelte, pena il rischio diversamente di affidarsi pericolosamente solo a guide e a conferme esterne. Lo stato di separazione in casa tra ciò che si pensa da un lato e ciò che si sente e che si vive interiormente dall'altro, va superata e messa ben al centro del proprio sguardo e preoccupazione. L'inconscio spesso sottolinea proprio questo stato di separazione e di dissociazione, lo fa parlandone con grande acume nei sogni, lo fa rendendo tangibile, acutamente vissuta la situazione di contrasto e di non incontro tra vicenda intima e parte conscia e ragionante, che mal tollera e vive come estranea e ostile, minacciosa e sgradita l'esperienza interiore sofferta e disagevole, a cui fa muro chiedendo e rivendicando altro. Le vicende interiori spesso non sono comprese, sono ampiamente fraintese dalla logica corrente, secondo cui tutto dovrebbe funzionare "normalmente" e l'ansia e ogni segnale interiore che crei impaccio nel procedere solito, che impegni ad andare verso se stessi, a mettere al centro dell'attenzione e della preoccupazione se stessi e non il fare e il proseguire come se niente fosse e come se tutto fosse a posto, sarebbe soltanto una anomalia, un disturbo, un maledetto ostacolo. Dandoci dentro con farmaci o rimedi vari, con psicoterapie intese come correzione di comportamenti o, come dicevo all'inizio, come ricerca di cause funeste fuori di sè in qualcosa di presente o di  passato, pur di togliersi di dosso un che di sofferto e di interiormente difficile, non si comprende che il proprio malessere è frutto e segno di iniziativa propria e profonda per trarsi in salvo e non per far danno. Quanta miopia e ottusità purtroppo nel pensare che tutto debba funzionare "normalmente", senza mai chiedersi come davvero le cose stanno andando, non all'apparenza, ma nella sostanza, senza mai concedere ascolto a se stessi, al proprio sentire, senza mai concepire che ci si debba capire seriamente e in profondità, che ci si debba confrontare e intendere con ciò che dentro se stessi dà segnali insistiti, che nessun rimedio farmacologico o di altro tipo può mettere a tacere! E' significativo che chi si è adoperato a cercare le cause di ciò che difficile e sofferto sperimenta interiormente in vicende passate e in condizionamenti sfavorevoli, in traumi pregressi, si ritrovi spesso a dire a se stesso che finalmente oggi conosce le cause del suo malessere e contemporaneamente a percepire la propria estraneità e lontananza dal proprio intimo, l'incapacità di entrare in rapporto vero e aperto con ciò che sente, che non smette di insistere e di battere duro, di chiedere vera udienza, accoglienza e ascolto. La parte profonda non desiste, non sa che farsene di spiegazioni ragionate, spesso viziate da vittimismo, come se soffrire fosse sempre l'equivalente e la conseguenza dell'aver subito o del subire un che di ostile e di ingiusto, spiegazioni che non colgono il senso della sua proposta e iniziativa. La parte profonda non agita le acque insensatamente, per deficit di ragionevolezza, non le agita puerilmente dando respiro solo a paura, a irresponsabilità e a incapacità di procedere e di fare, non le agita perché ancora disturbata o traumatizzata da accadimenti passati o con l'intento di riportarli in qualche modo in superficie. Si abusa di questi che ormai sono diventati dei luoghi comuni, che intervengono a suffragio di un atteggiamento di fondo verso se stessi conservativo e vittimistico. La parte profonda agita le acque con lucidità e determinazione, sorretta da capacità di visione che la parte conscia non possiede, troppo passiva e assuefatta al pensare convenzionale, troppo incline a darsi ragione e a rincorrere la normalità, le agita per "inquietare" a ragion veduta, perché in gioco c'è il rischio di condurre la propria vita in modo banale e inconsapevole, secondo guide prese in prestito e non trovate in se stessi, con la conseguenza di andare a sbattere nel tempo nell'inutilità o nel fallimento. Che insorga malessere è segno più spesso di quanto non si creda di vitalità interiore, di presenza vigile della propria parte profonda, di potente richiamo a far le cose per tempo, a provvedere a coltivare e a formare ciò che non c'è e che l'età anagrafica da sola non garantisce: prima di tutto l'unità con se stessi, perché solo l'incontro e il dialogo con la propria interiorità può dare e sviluppare la forza di un pensiero proprio, la conoscenza senza veli e distorsioni di chi si è, la scoperta di ciò che ha valore per sé, che profondamente si ama e cui si aspira, per non destinare a altro la propria vita, per non infilarla sui binari delle idee e dei modelli imperanti, delle soluzioni già pronte. Quando, come accade in una buona esperienza analitica, si dà voce al proprio profondo, quando, anziché parlargli sopra e cercargli delle cause, si impara a ascoltare il proprio sentire in ciò che dice, quando si segue il percorso conoscitivo tracciato dai sogni, si ha modo di scoprire quali siano le vere intenzioni dell’inconscio, si ha occasione di comprendere il senso e di apprezzare il valore della propria esperienza interiore in tutte le sue espressioni, anche in quelle che sembravano negative e fortemente sfavorevoli. L'inconscio sa dare e nutrire la propria crescita come nient'altro saprebbe fare. E' necessario allora scegliere se imparare, facendosi aiutare a questo scopo, ad ascoltare il proprio sentire, a comprendere e a assecondare la proposta interiore, accettando un serio lavoro su se stessi e nutrendosi dei frutti di questo lavoro di cui il proprio inconscio sa e vuole essere promotore e guida o insistere nei tentativi di contrastare in vario modo il malessere, anche confezionandogli sopra spiegazioni di cause che vorrebbero, ingenuamente, metterlo a tacere, spiegazioni sterili, utili solo a uno scopo: tirare avanti dritto nel solito modo scisso da sé, dalla propria interiorità e aderente ad altro, senza cambiare nulla.

domenica 6 agosto 2017

Con le buone o con le cattive

  • In presenza di malessere interiore si verifica un conflitto tra la componente cosiddetta conscia dell'individuo, tutta sbilanciata dalla parte di ciò che crede di conoscere e su cui è abituata a fare leva, protesa a difenderne la continuità e a far valere lo status quo e la sua interiorità, la parte intima e profonda di se stesso, che col malessere sta cercando di aprire una fase di crisi, di ripensamento, di verifica approfondita. L'interiorità sta sì cercando di mettere i bastoni tra le ruote, ma a fin di bene, perché non accada il peggio. Il peggio per l'individuo è di procedere illuso di sapere e di conoscere ciò che va difeso a oltranza e mantenuto nel proprio interesse, in realtà senza capire cosa sta davvero facendo di se stesso, in realtà senza ancora aver conosciuto nulla di se stesso e del proprio potenziale. In questa situazione di conflitto, in cui la parte profonda, aprendo la crisi, spinge perché si produca un profondo quanto salutare cambiamento, in cui col malessere preme perché l'individuo si coinvolga per intero, ceda a far sua questa necessità di trasformazione, ne prenda coscienza e cooperi per produrla, accade invece che l'individuo, ignaro di questi perché del malessere, di queste ragioni della propria interiorità, convinto di sapere già con certezza cosa va affermato e mantenuto, si aspetti in genere che a cambiare debba essere la propria interiorità, che sia pronto a battersi per ottenere questo. L'individuo in genere auspica, persuaso di avere tutte le ragioni dalla sua, che la sua interiorità, che insiste nel proporre qualcosa di interiormente difficile e sofferto, si rimetta in riga, smetta di dare fastidi e tormento, smetta di intralciare. Anzi l'individuo vorrebbe che le proprie risposte interiori fossero concordi e solidali, di appoggio e non di ostacolo al suo sforzo, alla sua pretesa di  perseguire i risultati e le prestazioni giudicate normali e positive secondo modelli e idee comuni. Con le buone o con le cattive. C'è chi trova che evadere e non dare peso, non concedersi alla presa del malessere e non esserne impensieriti, sia la scelta giusta e vantaggiosa. E' come dire a se stessi, alla propria interiorità: tu mi rompi e insidi la mia tranquillità e buon umore, ostacoli la mia voglia di procedere indisturbato, il mio diritto di stare bene e io ti ignoro, non ti do peso. C'è chi, vedendosela brutta, perché l'interiorità sa essere cocciuta, cerca nei farmaci, previo il verdetto di qualche psichiatra o figura simile, che con la diagnosi, con l'apposizione di una etichetta dia l'illusione che sul (presunto) guasto ci sia finalmente una presa sicura, lo strumento per zittire e per raddrizzare la parte di sé che non vuole tacere. C'è chi ancora cerca una terapia psicologica, che, come quelle di tipo cognitivo comportamentale, oggi assai in voga, prometta di aggiustare presto le cose, affidandosi a chi diriga e impartisca istruzioni e schemi di nuovo comportamento, tecniche per imbrigliare o per correggere quelle che paiono soltanto anomale risposte, paure di troppo e assurde, strani grovigli, cadute di fiducia inspiegabili e nocive. Tecniche terapeutiche, a volte dai nomi suggestivi e catturanti, che parlano di strategie e di modifiche in tempi brevi dei modi di pensare e di reagire, giudicati sbagliati, in gergo tecnico "disfunzionali", sembrano il toccasana, il sostituto del rimedio chimico, ma per ottenere il più in fretta possibile lo stesso risultato: porre fine a esperienze interiori che sembrano solo una sciagura e un modo guasto di sentire, di reagire, di vivere, ottenere che tutto giri nel verso giudicato sano e positivo. Per finire c'è chi, disposto a seguire un cammino di ricerca più impegnativo, vorrebbe essere aiutato a trovare la causa del suo malessere, partendo sempre, né più né meno di chi ha scelto le strade dette prima, dal presupposto che la propria esperienza interiore stia dando segni di guasto e di malfunzionamento. La causa sarebbe quel fattore x, preferibilmente rinvenibile nel proprio passato, che nella forma di un cattivo condizionamento, di una influenza negativa, di un affetto negato o esercitato in modo distorto da familiari o simili, di un trauma, avrebbe inceppato e reso anomalo il proprio sviluppo, lasciato tracce e conseguenze ancora presenti. Insomma l'idea di fondo è che tutto avrebbe dovuto svolgersi e svilupparsi regolarmente e bene e che qualcosa abbia scassato il meccanismo. L'idea è che nell'esperienza interiore disagevole di oggi  ci siano i segni di un torto patito, che ci siano i modi di rispondere emotivi dettati e insiti in esperienze negative trascorse, che tendono a ripetersi, a permanere. Trovata la causa pare trovata la via di uscita, l'occasione per liberarsi di quelle reazioni e risposte emotive, per saldare il conto, per affrancarsi finalmente da quelle ombre del passato, per mettere a tacere il proprio malessere interiore. Poco importa che (succede in non poche psicoterapie che vorrebbero definirsi di tipo analitico), dopo aver trovato la causa, cosa che se da un lato fa contento lo psicoterapeuta, che può dimostrare di aver saputo svolgere il suo compito, dall'altro pare dare sollievo immediato all'individuo in terapia, che può dirsi che ora sa, che ha capito, che è andato finalmente alla radice del problema, accada non raramente che la sua esperienza interiore continui a riservargli la sgradita presenza di una inquietudine, di un malessere che non demorde, che ancora la sua esperienza viva interiore rimanga ai suoi occhi alla fin fine qualcosa di scomodo e fastidioso da fronteggiare. A questo punto la risposta dell'individuo, la sua auto rassicurazione è che ora potrà gestire meglio le sue emozioni, le sue esperienze interiori. Gestire come si gestisce un meccanismo, una cosa appunto, da tenere a bada. La scoperta della causa gli fornisce il mezzo per rispondere all'esperienza interiore difficile con un atteggiamento del tipo: adesso so perché sento questa ansia, so perché reagisco così, non perderò il controllo, aspetterò che si moderi, cercherò di conviverci. In sostanza accade che, dal momento della individuazione della presunta causa, al proprio sentire si metta sopra una spiegazione fissa, la spiegazione di causa e effetto elaborata in psicoterapia, senza ascoltarlo ogni volta in ciò che ha da dire, che vuole rendere tangibile e riconoscibile in quel momento, cosa peraltro che non gli è stata concessa e garantita  neppure nella fase della ricerca della causa. In questi casi, non certo rari, il rapporto con se stessi non è cambiato, da un lato c'è il ragionamento che ha sistemato le sue idee e convinzioni, illuso di avere chissà quale nuova consapevolezza e dall'altro continua a esserci un'interiorità con cui permane incapacità di apertura, di sintonia e di incontro, con cui non c'è dialogo e confidenza. Ancora c'è un sentire, il proprio sentire, che in ciò che dice continua a non essere ascoltato, a essere spiegato con formule rigide, a non essere compreso nel suo linguaggio, in ciò che vuole fare toccare con mano e conoscere, in ciò che vuole comunicare. Ahimè l'interiorità in un caso o nell'altro, presa con le buone o con le cattive, continua a essere oggetto di incomprensione e della pretesa che in qualche modo cambi, che si "aggiusti", che si normalizzi. E' davvero un paradosso, la propria interiorità è la parte del proprio essere, tutt'altro che scriteriata e inaffidabile e da tenere a bada, che, se compresa, potrebbe come è nelle sue intenzioni (col sentire, con tutti gli svolgimenti interiori, non certo insensati, con i sogni) guidare, con fermezza, lucidità e saggezza, al cambiamento, che vorrebbe dare linfa, spinta e occasione per avvicinarsi a sé, per conoscersi davvero e apertamente, per vedere con i propri occhi e non attraverso la lente dei giudizi convenzionali e comuni, per trovare le proprie ragioni d'esistenza, per trasformare il proprio pensiero da astratto e convenzionale a pensiero vivo, originale e fondato e invece... Invece si chiede proprio alla parte interiore di sé, la più preziosa, valida e capace, di mettersi in riga, di ritornare finalmente a uno stato di "normale" funzionamento, lasciando l'altra parte in pace e libera di proseguire, non importa se, in assenza di guida propria, a rimorchio di idee, di schemi e di valori presi in prestito e preconfezionati, con l'illusione di sapere e di decidere, in realtà senza comprensione dei significati veri insiti nelle proprie esperienze, senza verifica e scoperta di ciò che per sé vale davvero, senza conoscenza profonda di se stessi e di ciò che di sé vorrebbe vivere e realizzarsi. L'interiorità che potrebbe ridare all'individuo la sua vera identità e il suo bagaglio di idee e di passioni autentiche e fondate, che potrebbe condurlo a trovare, a generare tutto ciò che gli manca per essere individuo completo e autonomo, deve solo tacere e mettersi in riga. Con le buone o con le cattive, perché le cose rimangano quelle di sempre, normali, regolari, in buona intesa con altri e con tutto, fuorché con se stessi.

domenica 30 luglio 2017

Volersi bene

Di recente si parla con più frequenza dell'importanza di voler bene a se stessi. E' una raccomandazione che benevolmente capita di sentirsi fare o che da sé ci si rivolge, particolarmente quando si sente scontentezza e insoddisfazione, senso di fatica e di malessere interiori. Tutto bene se questo significa sollecitazione e desiderio di non essere incuranti di se stessi. Siamo i depositari delle nostre risorse, dentro di noi c'è la fonte della nostra vita, dei nostri pensieri, non aver a cuore e non aver cura di noi stessi sarebbe come sminuire e non aver considerazione del patrimonio di cui disponiamo. Sarebbe come rassegnarci a fare solo da eco a altro, a andar via a testa bassa e ciecamente, accettando quel che capita capita, riservando zero attenzione alla comprensione del senso, delle conseguenze, delle implicazioni dell'esperienza che viviamo, destinando zero interesse alle risposte intime che da dentro ci segnalano e ci vogliono far capire il vero. Nulla si può dare al mondo se non lo si coltiva e genera dentro e con se stessi, l'attaccamento e la cura di se stessi non c'entra nulla con egoismo o egocentrismo, non si può dare se non si sa generare, non c'è possibilità di rivolgersi sinceramente all'altro, rispettandolo e riconoscendo la sua autonomia e il suo valore, senza secondi fini o equivoci, se non si sa trovare verità dentro se stessi. La dedizione a altri, la centralità dell'altro, compagno/a di vita o figlio o altro, rischiano non di rado di essere ricerca di una scorciatoia dipendente, dove rendere altri ragione e fondamento della propria vita, significa procurarsi un mezzo facile e immediato per tenersi su, per soddisfare a buon mercato il proprio desiderio di novità e di valore, per farsi riconoscere e per riconoscersi importanti e degni, a volte e più banalmente per riempire la propria esistenza, per trovare punti d’appoggio, sostegni per il presente e per il futuro. Senza chiarezza, senza incontro e confronto serio con se stessi, non c’è volersi bene, non c’è possibilità di voler bene davvero a chicchessia. Volerci bene è non trascurare di ascoltarci, di prendere prima di tutto contatto con la parte intima di noi stessi, dove il nostro sentire ci riporta al vivo e al vero, ci spinge a riconoscere dell'esperienza che viviamo significati e implicazioni anche diverse da quelle che siamo pronti o inclini a riconoscere e a accettare, a vedere cosa stiamo facendo di noi stessi, cosa stiamo omettendo, come stiamo procedendo, se in accordo o in disaccordo con ciò che autenticamente siamo, con ciò che profondamente vorremmo e potremmo far vivere. Volerci bene non è provare a smorzare o a eliminare ogni tensione interna, pensando che inquietudini, sensazioni di disagio, contrasti intimi lavorino solo a nostro danno, che la loro presenza equivalga a disamore, a pena inflitta a noi stessi. Volerci bene non è liberarci del peso della nostra interiorità, ma è imparare a ascoltarla e a capirla fedelmente in ciò che con la sua voce, con il linguaggio del sentire ci dice. Conciliarci con noi stessi non è pretendere di avere quiete e ragione in ciò che in superficie vorremmo farci credere, ma che profondamente in noi non trova conferma. Combattere o pretendere di capovolgere rapidamente la condizione interiore che ci fa sentire inquieti o insicuri e in crisi di fiducia potrebbe sembrarci atto e espressione di voler bene a noi stessi, ma per trovare fiducia fondata e non fasulla è necessario fare chiarezza in modo approfondito e convincente, fare passi avanti nella consapevolezza, significa guadagnarci davvero la fiducia, ai nostri e non agli altrui occhi. Si cercano spesso e spesso si trovano proposte sciocche per alimentare la propria autostima, autostima fondata sul niente. Si dimentica in questi casi o si vuole ignorare che avere autostima e fiducia, con conferma e sostegno profondo (il profondo di se stessi, per fortuna, non è né stupido, né ingenuo), è possibile solo vedendosi capaci di farsi interpreti fedeli di se stessi, di dare forma e vita a qualcosa di proprio. Trovare fiducia e autostima seriamente è possibile solo imparando a dialogare con se stessi, cercando risposte sincere e fondate, a conoscersi senza limiti e senza pregiudizi, senza arroccamenti, aprendosi al confronto con la propria interiorità, a ciò che il proprio sentire sa svelare, sia ciò che ferisce e che è scomodo riconoscere di se stessi, sia ciò che svela e restituisce le proprie ragioni e necessità più profonde e vere. Volerci bene è volere il nostro bene, non è farci coccole senza rivolgerci attenzione vera, senza dedicarci ascolto e dialogo. Volerci bene non è farci belli, offrirci qualche regalino o cura estetica, qualche svago o amenità analoga, senza curarci del nostro stato al di là della superficie e dell'apparenza. Non siamo né bambocci, né deficienti, cui propinare qualche contentino, non siamo bisognosi sempre e soltanto di piacere a altri, di trovare autostima su queste basi, se questa è la tendenza, lo è spesso, casomai è importante riconoscerla e soffermarci per capirne peso e conseguenze nella nostra vita. Abbiamo prima di tutto necessità di non rimanere lontani da noi stessi, abbiamo necessità di trovare vera sintonia col nostro sentire, di non attutirlo o ignorarlo, di non rimanere sordi e incuranti di ciò che la nostra interiorità ha urgenza e volontà di dirci. Se c'è chi concepisce il volersi bene solo come regalo a se stesso di qualche "balocco", di cose, di oggetti o divertimenti di vario tipo, c'è chi cerca tra i regali possibili qualcosa, che di aspetto e carattere culturale, come un libro, la visita a una mostra, uno spettacolo, un viaggio a scopo conoscitivo o simili, parrebbe offerta più intelligente e utile. Non poco intanto, proprio per volersi bene, ci sarebbe da scoprire senza portare lo sguardo e l'attenzione sempre altrove, ci sarebbero da leggere i messaggi della propria interiorità, da conoscere il proprio mondo interiore perché non rimanga territorio estraneo, per non essere stranieri in terra propria. Non poco, sempre per volersi bene, ci sarebbe da fare e da realizzare con intelligenza e con iniziativa proprie, ci sarebbe da comprendere passo dopo passo e da "scrivere" la propria storia, ci sarebbe il proprio filo da trovare e da tessere, pena il rischio di rimanere soltanto spettatori, di celebrare solo opere altrui, di far parlare e di far condurre sempre il discorso a altri, che comprensibilmente lo fanno a modo loro, non importa se da persone dotte, esperte e intelligenti o considerate tali, non sempre per merito, a volte solo per statuto o per fama.           Volerci bene è coltivare la nostra terra e trarne frutto, è destinarci la gioia di esserci nella vita con tutto di noi stessi in unità e sintonia, la soddisfazione di vederci capaci di pensare autonomamente, di generare pensiero nostro, di vedere le cose col nostro sguardo senza restrizioni e senza veli, di stare nella vita a modo nostro, di spenderci il più possibile per nostri scopi e progetti, dentro di noi profondamente concepiti e profondamente amati. Volerci bene è non essere passivi, buoni solo a consumare e a ripetere, a andare dietro a guide esterne, pronte a dirci come vivere, cosa avere per essere soddisfatti, come pensare e intendere la nostra realizzazione e la nostra crescita, il nostro stare bene e il nostro gioire, addirittura come volerci bene.

mercoledì 19 luglio 2017

Il "mestiere" di psicoterapeuta

Ripropongo con qualche integrazione un mio scritto di anni fa su un argomento che, a chi voglia soffermarsi sulla qualità dell'aiuto che vorrebbe ricevere da uno psicoterapeuta, potrebbe rivelarsi utile.                                                                                                            Quali sono le basi necessarie e irrinunciabili per svolgere il lavoro di psicoterapeuta?                               L'unico strumento di cui lo psicoterapeuta non dovrebbe essere privo è la capacità riflessiva.                 Non sto parlando di riflessione e  di capacità riflessiva come solitamente si intendono e si praticano e che si traducono nel confezionare sul conto dell'esperienza e di ciò che si vive qualche spiegazione ragionata.       Sto parlando di capacità riflessiva come capacità di entrare in rapporto e di prendere visione senza distorsioni  dell'intimo di stati d'animo, di emozioni, di esperienze interiori di cui si è portatori, dentro cui si è coinvolti. Il suo possesso da parte dello psicoterapeuta non è per nulla scontato, coincide con lo sviluppo di una matura capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, frutto di un approfondito lavoro su se stesso. Non è affatto garantito da studi, da iter formativi in scuole, da apprendimento di tecniche, da possesso di titoli e della stessa abilitazione a svolgere la professione di psicoterapeuta. Il possesso dello strumento riflessivo è però fondamentale.  Se non ha capacità di rapportarsi a se stesso, se non sa accogliere e raccogliere i suoi vissuti ed ascoltarli, lo psicoterapeuta è sospeso nel vuoto. Se non sa da un lato lasciarsi prendere, investire, coinvolgere pienamente (nel suo spazio intimo) dalla spinta interiore, dall'emozione, dal sentire e dall'altro non sa prenderne distanza per vedersi riflessivamente, per vedere come dentro uno specchio ciò che gli appartiene, per riconoscere cosa di sé gli si rivela in quell'esperienza, cosa ha preso forma, lo psicoterapeuta vaga nel nulla o procede pericolosamente. Manca infatti dello strumento fondamentale per scoprire cosa di volta in volta gli accade, per orientarsi, per capire l'esperienza e la dialettica interiore. Rimane tutt'uno e adeso inconsapevolmente a ciò che si muove in lui, non lo vede, non lo comprende. Crede all'argomentazione più superficiale, alla logica di superficie, si stordisce con le sue parole e con i suoi ragionamenti. Rimane nascosto a se stesso. Non ha occasione di capirsi , di ferirsi anche, di vedere di sè ciò che (diverso dalle sue attese e dalle sue persuasioni) può risultargli doloroso o scomodo vedere, non ha capacità di trasformarsi e di far crescere se stesso, di fare dell'umano più vera e profonda esperienza e conoscenza. Dicevo che vaga nel nulla pericolosamente. Sì, perché, oltre a non fare nulla di utile per se stesso, nella relazione con l'altro è possibile che faccia disastri e senza, per giunta,  arrivare a rendersene conto. Vittima ad esempio della necessità di meritare l'approvazione e la considerazione, il consenso dell'altro, di provarsi e di dar prova di essere all'altezza del suo "ruolo", capace, bravo nel verso della capacità di spiegare tutto, di risolvere i problemi, lo psicoterapeuta rischia di condurre o di confermare l'altro nella dipendenza dalla sua autorità e capacità di risposta. Rischia di non vedere la sua speculare dipendenza dall'altro, che con il suo presunto, come fosse scontato e immodificabile, bisogno di riceverle da lui, lo confermi nella sua capacità di dargli spiegazioni e risposte, nel possesso di questa prerogativa. Sarebbe viceversa compito prioritario dello psicoterapeuta aiutare l'altro a formare e a sviluppare capacità di dialogo con la propria interiorità, a scoprire e a impadronirsi di questa possibilità di conoscenza, in precedenza ignote. Lo psicoterapeuta deve però possedere lui per primo capacità riflessiva, capacità di dialogo aperto e trasparente con la propria interiorità, per favorire questa possibilità nell'altro. Lo psicoterapeuta, se privo di capacità riflessiva, rischia  invece e sciaguratamente di incoraggiare l'altro alla passività e, come fa con se stesso, all'impiego passivo di formule e di risposte pronte. Può indurre l'altro a non ascoltarsi pazientemente e attentamente, a non concedersi all'incontro e al dialogo con la propria interiorità, con ciò che da dentro gli si propone, all'inizio oscuro, temuto. Può incoraggiare o dar manforte alla tendenza già presente nell'altro a mettere a tacere l'esperienza interiore, specie se dolorosa e ardua, a difendersene prima di tutto, a tentare di neutralizzarla con qualche spiegazione o ricerca di cause del malessere interiore in apparenza plausibili, che illudono di aver portato alla radice del problema, ma estranee all'intenzione, al senso di quel sentire doloroso, arduo, cui, per mancanza di capacità di rapporto con l'esperienza interiore, di capacità riflessiva, non è concesso vero ascolto. Tant'è che non è infrequente che a dispetto della convinzione di aver compiuto un passo decisivo chiarendo le sue (presunte) cause, il malessere insista come e più di prima, perchè incompreso nel suo senso, perchè non affatto assecondato negli scopi di presa di coscienza e di trasformazione personale, assolutamente utili e necessari,  che spingeva a realizzare. Sono disastri veri e propri, perché costituiscono impedimento alla scoperta di sé e al cambiamento nel rapporto con se stessi e con la propria vita, tanto fortemente voluti dal profondo dell'individuo, quanto incompresi, ignorati. Lo psicoterapeuta può, anzichè aprirlo a se stesso, riconsegnare l'altro alla "normalità", può cioè contribuire a mantenerlo in un'idea di sé che profondamente non gli corrisponde, può (malgrado l'illusione di averlo aiutato a  capire, a capirsi) chiuderlo a se stesso, mantenendolo nell'ignoranza delle sue risorse interiori, dei suoi più originali orientamenti, della sua capacità più profonda, del suo progetto. Se privo di capacità riflessiva lo psicoterapeuta non ha capacità di accedere alla vita interiore, di capirne il linguaggio e le ragioni, rischia, malgrado le pretese e le buone intenzioni, di riprodurre, pur se in una forma più sofisticata, logica e pensiero convenzionali, rischia, come fa con se stesso, di tenere l'altro in quei confini e limiti ristretti. Serve allo psicoterapeuta un bagaglio di sapere e di conoscenze apprese, perchè abbia e dia garanzia di poter svolgere bene e utilmente il suo lavoro, la sua funzione con l’altro?                                                             Parlo a partire dalla mia esperienza di analista e con riferimento all'esperienza analitica. Ogni esperienza analitica produce, crea il suo sapere. Non serve sapere già e prima, anzi, teorie e spiegazioni già confezionate e pronte, che pretendano di spiegare tutto, possono solo coprire col preconcetto ciò che invece ha necessità di manifestarsi nella sua unicità. E' il lavoro analitico a generare tutto. Ogni individuo nel suo percorso analitico è intento a un discorso originale, tutto da scoprire e da rispettare nella sua unicità. Lo psicoterapeuta, l'analista deve possedere la capacità di dialogo con l'esperienza interiore e la capacità riflessiva di cui dicevo prima. L’analista, possedendola, può trasmettere all’altro questa capacità di avvicinare e di dialogare con l’esperienza interiore, può farla crescere in lui sempre più, liberandolo dalla paura e dalla incapacità di comunicare con se stesso. L'analista, quanto più si è cercato e ha esercitato nel rapporto con se stesso apertura e dialogo, continuità di ricerca, tanto più può rivolgersi utilmente all'altro per sostenerne, con pazienza e con fiducia, il viaggio di ricerca dentro se stesso. Se lo psicoterapeuta, se l'analista è solo imbottito di teorie e di sapere già formato e preso in prestito, tenderà soltanto a ripetere ciò che ha appreso, a girarlo sull'esperienza che incontra, sua e dell'altro. Discepolo sciocco di qualche maestro, non importa se autorevolissimo e famoso, si limiterà a ripeterne il pensiero in una forma imbalsamata e stantia. Non prenderà su di sè il compito e il peso di portare avanti da sè la ricerca, di misurarsi col diverso, con l'imprevedibile, col nuovo che perennemente si dà dentro se stesso e dentro l'altro. Non consegnerà analogo compito e non coltiverà nell'altro analoga capacità verso se stesso.

domenica 16 luglio 2017

Felicità rubata? Incapacità di essere felici?

Accade non di rado che si lamenti una sorta di incapacità di gioire di ciò che, già presente nella propria vita o a portata di mano, si ritiene essere giusto e valido motivo di soddisfazione. Inquietudine interiore, malessere e apprensione, sembrano malamente insidiare o derubare se stessi del diritto, come tale è vissuto, di godere della vita e di ciò che parrebbe desiderabile e soddisfacente. E' una sfortuna e una maledizione che ci sia una parte del nostro essere che, non dando credito a ciò che ostinatamente vorremmo farci credere, che guardando con disincanto e con acume critico ciò che ci siamo proposti come ideale, casomai tutto dentro guide di senso e schemi di valore comuni, segnala che non c'è lì, nel raggiungimento e nella difesa di simili traguardi, vero motivo di gioire e di cantare vittoria? Dobbiamo per intero a noi stessi questa stonatura, questa divergenza di sguardo e di opinioni. Lo dobbiamo al fatto che non siamo (per nostra fortuna) solo calcolo e ragione, mezzi spesso utilizzati solo per stare in riga e per ripetere luoghi comuni, per andare al traino di modi condivisi di pensare, azzerando ogni impegno di vedere e di capire con la nostra testa. Una parte di noi stessi, che ci parla e che si fa valere in noi attraverso stati d’animo, vissuti interiori e emozioni, ha capacità di vedere con maggior autonomia e capacità critica ciò che la nostra parte cosciente da sola non è disposta e capace di mettere in questione oltre che di intendere. C'è una tendenza allo sfascio, c'è una patologica tendenza del profondo a guastare la festa? O invece, con saggezza oltre che con puntiglio, il profondo vuole che il vero si affermi, casomai per non perdere la propria vita in realizzazioni dettate solo da conformismo e da passivo assorbimento di idee e valori? Per non finire nel buco di mete e di scopi già segnati, per non seppellire la possibilità di comprendere e di concepire da sé, autonomamente, i propri perchè e scopi, di sviluppare la presa di coscienza, la conoscenza che serve per nutrire e orientare progetti propri, per non smettere mai per tutto il corso della vita di cercare e di costruire a modo proprio, è fondamentale e provvidenziale l'azione di "disturbo" e di rottura del profondo. L'inconscio è la parte di noi stessi che non suona la stessa musica della nostra parte conscia e razionale, che tanto si crede intelligente e superiore alla parte interiore e “irrazionale”, quanto in realtà è spesso ottusa e inaffidabile, pericolosamente inaffidabile nell'istigare a ficcarsi nel buco delle idee e dei propositi convenzionali e a soffocare come malata la voce del profondo, del sentire che dissente e che suggerisce cose vere, anche se scomode.

domenica 25 giugno 2017

Controcorrente

Controcorrente va la proposta del profondo, va il corso interiore che non dà quiete e tregua, che, deludendo le attese e le pretese della parte conscia, non concede, nello svolgersi dell'esperienza, respiro facile e movimento fluido e disteso. Pare un fastidio, ma l'inconscio, interferendo, contrappunta l’esperienza di segnali e di richiami alla presa di consapevolezza. Subito intesi e squalificati come segni di malfunzionamento, come odiosi e incomprensibili intralci, come segni di anomalo sentire (etichettati come ansia e con tante svariate diciture) sono stimoli mirati e intelligenti, sono occasioni per vedere chiaro. Sono complicazioni necessarie e salutari, dove si intenda la necessità di capire e di capirsi. Le istanze del profondo sono di fondare su di sé e su conoscenza attenta le proprie scelte, sono di comprendere ciò che sostiene e implica ogni movimento e modo di procedere, sono di non perdersi nell’illusione, di non svanire come soggetti nell’adattamento, nell’andare dietro all‘idea convenzionale, nel ripetere schemi pronti, nel cercare vita e occasioni, formazione e completamento di sé nell’adesione e nella presa dipendente su altro e su altri. La preoccupazione del profondo è di non perdere se stessi nell’inconsapevolezza, di non confondere il "normale" procedere con la propria fedele realizzazione, di non scambiare la simbiosi con altro, che sia persona o cosa o ruolo o prestazione, fisica o intellettuale, pur applaudita e comunemente ben considerata, con la propria crescita e miglior realizzazione. L’inconscio, la parte profonda di noi stessi non ammette imbrogli, non tollera autoinganni, ha a cuore il nostro originale merito e talento, che prima di tutto è capacità di visione chiara, di genuino pensiero, ha a cuore di non seppellire il nostro possibile originale apporto alla vita. La parte profonda insiste nel dare occasioni di scoperta di verità, senza censura e senza ritegno, senza risparmio e senza preoccupazione circa il fastidio e la sofferenza che la verità, che l’impegno di cercarla e di reggerla  può procurare. Non dà tregua nel dare spunti di  ricerca, perché vivere e esprimere al meglio il proprio essere significa coltivare, far nascere e crescere le proprie idee e progetti e non consumare soluzioni e idee già pronte, significa credere profondamente e amare ciò che si sostiene e si vuole far vivere e non farsi indirizzare e portare dal consenso e dalla approvazione altrui. Controcorrente va il nostro profondo per consentirci di rompere l'illusione, per darci occasione valida e piena, per coinvolgerci nella corrente della vita.

domenica 26 febbraio 2017

Ancora sugli attacchi di panico

  • Ho già scritto  in passato sugli attacchi di panico, ma, vista la frequenza con cui simili esperienze si propongono, anche e non casualmente in individui giovani, provo a riprendere l'argomento per tornare a dare, tratti da lunga pratica analitica, qualche spunto di riflessione. Chi subisce un attacco di panico auspica solo che non si ripeta, vuole tornare al più presto alla normalità, al consueto, anche se si sente molto segnato da un'esperienza così estrema, anzi continuamente si sente in apprensione, sul chi va là per la possibile ripetizione dell'attacco. In realtà all'attacco di panico non vuole dare retta, non ha come primo interesse quello di capire cosa significhi, a che scopo si sia prodotta dentro di sè una simile esperienza. Il fatto che abbia avuto un carattere così sconvolgente, che abbia investito tutto l'essere, il corpo in modo significativo, favorisce l'idea che sia stato un guasto, un evento anomalo assai temibile, una pericolosa minaccia da scongiurare e da debellare. Dopo l'attacco le indagini cercate con insistenza sul terreno medico, con esami clinici innumerevoli, con visite specialistiche varie, con test diagnostici ripetuti, alla ricerca di disfunzioni e di patologie possibili, vorrebbero nel contempo procurare rassicurazioni e condurre a scovare cause ben definite e circoscrivibili, utili per riuscire a ridurre a problema fisico e a dominare in qualche modo, a porre sotto controllo esperienza così inquietante e misteriosa. La lontananza perdurante, anche se poco o nulla considerata importante, dal proprio intimo e l'incomprensione abituale della propria esperienza interiore, non aiutano certo chi lo vive a intendere l'attacco di panico come esperienza significativa, non nociva o semplicemente distruttiva, come potrebbe apparire, ma necessaria e con un senso, utile e propositiva nelle intenzioni del profondo che la scatena. Se qualcosa dentro di sé fa la voce grossa e ricorre alle maniere forti è infatti per far sì che si porti l'attenzione e la preoccupazione su di sé e sul proprio stato, non mi riferisco a questioni di salute fisica. Probabilmente chi subisce l'attacco di panico tende abitualmente per orientarsi e per capire a affidarsi a altro che non siano i suoi vissuti, le sue sensazioni vere, a rincorrere e a accontentarsi di riscontri e di accordo con altro e con altri piuttosto che con se stesso, con la propria interiorità. Segue più la tendenza a stare su binari prestabiliti, seguendo altro, che a cercare guida e orientamento dentro se stesso. Non mette al primo posto, non concepisce come essenziali e necessarie, né la vicinanza e l'intesa con se stesso, con la parte intima, profonda di sé, né la ricerca del proprio sguardo fondato sull'ascolto e sulla comprensione attenta del proprio sentire. Chi subisce l'attacco di panico crede che basti ciò che si racconta di sapere di sé e della propria vita, in apparenza credibile e pertinente, in realtà più raffazzonato e fatto di supposizioni che compreso in profondità e con rispondenza piena con ciò che sente, che vive dentro se stesso. Non per tutto il suo essere però conta e basta ciò che l'individuo vuole continuare a illudersi di sapere, ciò che continua imperterrito a inseguire, a fare, a ripetersi in testa, per una parte di se stesso questa maschera di sapere e questa parvenza di vita propria, altra e lontana da ciò che di vero potrebbe conoscere e da ciò che potrebbe far nascere da sè, non è certo un bene da difendere a denti stretti. Per il profondo è rilevante e inaccettabile la condizione di lontananza dell'individuo da se stesso, di separazione e di sconnessione dal proprio intimo, di rinuncia a cercare risposte vere e fondate su di sé, a conoscere prima e a far vivere poi il proprio. Insomma, proseguire come d'abitudine ritenendolo sufficiente e  normale è una cosa, capire e vedere nitidamente come si sta procedendo, cosa c'è o non c'è di proprio, di scoperto e generato da sé in ciò che si fa, verificare cosa realmente si conosce di se stessi, cosa si sta facendo della propria vita, è un'altra. Individui giovani, che non di rado come dicevo all'inizio patiscono attacchi di panico, hanno il problema di quanto sono equipaggiati o meno di consapevolezza e di sguardo proprio, di comprensione di ciò che vogliono tradurre e realizzare nel loro futuro. Il rischio, privi ancora di capacità di incontro e di dialogo con la loro interiorità, facendo leva per capire, per capirsi solo sul ragionamento, che lavorando da solo, senza stretto legame e guida del sentire, non dà capacità di vedere dentro sé, ma solo di ripetere e di rimasticare il già detto e comunemente concepito, è di farsi portare e di andar dietro a guide esterne, di uniformarsi a idee e a modelli prevalenti. Il rischio, ignari di ciò che da se stessi potrebbero trarre e far vivere di originale e di sentito, digiuni di conoscenza propria, fondata e vera, è di mal intendere e di fallire gli scopi della loro vita, pur con l'illusione di essere attivi e autonomi nel formare e nel governare le loro idee e scelte. E' un rischio di non trascurabile rilevanza, è un rischio non certo trascurato dal loro profondo. Perciò il loro inconscio interviene, interferisce, dando segnali forti, drastici, assolutamente da non trascurare. Nulla di ciò che accade interiormente avviene per caso. In presenza di malessere interiore, seppure nella forma drammatica e sconquassante degli attacchi di panico, leggere e spiegare tutto in termini di disturbo, di anomalia di funzionamento, di meccanica conseguenza di sovraccarico di tensione da cause esterne aiuta solo a non capire nulla, a stravolgere il senso delle cose. Dentro di noi c'è una parte profonda, ben più interessata, piuttosto che alla difesa e alla prosecuzione dell'abituale, a cosa di noi stessi stiamo e sapremo realizzare o meno, a quanto siamo vicini e coerenti con noi stessi, a quanto di idee nostre abbiamo coltivato e generato davvero e non semplicemente finto di possedere, in realtà ripetendo modi e atteggiamenti, risposte e valori comuni. Se l'attacco di panico alimenta in modo improvviso e impetuoso l'allarme sulla prosecuzione della vita, del regolare battito cardiaco, del respiro, se catapulta nella paura di ciò che imprevedibile potrebbe accadere, è per far capire che non c'è solidarietà interna, della propria parte profonda verso l'andare avanti nel solito modo, è per fare toccare con mano lo stato di non unità con se stessi. L'attacco di panico non è una sciagura o una patologia da vincere, è un potentissimo richiamo da ascoltare e da capire, da prendere sul serio per il proprio vero bene.